Un giorno, per caso
IX
IX
L’ora di pranzo era forse il momento migliore per trovare un posto a Catullo; quel bar di fronte alla stazione, quindi comodo per le mie esigenze, era un vero e proprio rifugio per me e Ilaria, quando volevamo chiacchierare un po’ tra noi. Ci sedevamo in fondo, lì dove la luce era più soffusa e, incuranti delle coppiette intorno a noi, ci raccontavamo piccoli e grandi segreti. Essendo poi il proprietario cugino diretto della mia amica, spesso ci intrattenevamo anche parecchie ore, perdendoci nei nostri discorsi. Una volta era arrivata la mezzanotte senza che noi due ce ne fossimo minimamente accorte e così il proprietario era stato costretto lui stesso ad accompagnarci a casa di Ilaria, che mi aveva ospitata per quella sera, perché non avevo più treni per il ritorno.
L’avevo invitata io lì, quel giorno. Era bastato che le inviassi un messaggio lapidario, con la sola parola ‘Catullo’ per farle comprendere che si trattava di una questione veramente urgente.
“Allora, Mara, che ti è successo?” mi chiese a bruciapelo, senza neanche accomodarsi o togliersi il cappotto.
Ignorai la domanda. “Eri ancora in segreteria? Ma non chiude alle dodici?”
“Uh. Sì. Però mi sono dimenticata di pagare un bollettino e così sono dovuta andare di corsa alla posta, così lo porto oggi pomeriggio.”
“Oggi pomeriggio?” c’era qualcosa che non quadrava “Ma scusa, oggi la segreteria di pomeriggio è chiusa al pubblico, o sbaglio?”
Lei mi fece un cenno di intesa, mentre legava i lunghi capelli castani in una coda più pratica. “In teoria, sì. Ma quando riesci a corrompere un segretario giovane e carino…”
“Ila!” Inutile, nonostante le batoste ricevute, non imparava mai. Però in fondo invidiavo la sua tenacia e la sua faccia tosta.
“Beh? Gli uomini sono stupidi, e meritano di essere trattati per quello che sono.”
“Dai, adesso non esagerare…”
“Non esagero affatto. Scommetto, per esempio, che il tuo Hiroshi non ti ha ancora detto niente, ho ragione?”
Colpita. Abbassai la testa in segno di resa. “No.”
“E cosa aspetta quello stupido?”
“Non ne ho idea. Magari non si fida di me.”
Non ne ero convinta neanche io. Mi aveva raccontato il suo passato, mi aveva detto, perché sentiva che potevo capirlo; quindi perché non raccontarmi semplicemente tutta la verità? Era una domanda a cui non riuscivo a trovare una risposta, e forse non mi importava neanche farlo.
“Certo come no, Mara. Quello lì è cotto di te, te lo dico io. Tra un’idiozia e l’altra di Enrico, l’ho osservato bene.”
“A proposito di Enrico,” colsi la palla al volo per cambiare discorso “prima era a lezione.”
“Sì. Beh, gli sta bene. Certo, pure Luca dovrebbe sapere come è fatto, quel cretino. A proposito, come sta?”
“Luca, dici? Oggi non l’ho sentito, ma quando mi ha lasciata a casa sembrava stesse meglio. Ma… non so… è convinto che Enrico lo odi.”
“Che sciocchezza. Enrico farebbe qualsiasi cosa per lui, anche se, idiota com’è, non se n’è ancora accorto.”
Sgranai gli occhi: “Allora l’hai intuito anche tu!”
“Certo. Lo conosco molto meglio di te, cara. Hai visto anche tu che faccia ha fatto, quando ha scoperto cosa ha combinato?”
Le raccontai quello che era accaduto prima della lezione.
“Visto? Spero che questo gli faccia capire un po’ di cose.”
Hiroshi aveva avuto ragione: fino ad allora, Enrico aveva sempre fatto finta di niente, perché convinto che il suo amico non avrebbe mai potuto ricambiarlo; adesso che conosceva la verità, invece, quelle barriere avevano iniziato a cadere senza che lui stesso se ne fosse reso ancora conto.
“Ma era di questo che volevi parlarmi con tanta urgenza?”
“Ah, me ne stavo dimenticando. E’ successo che…”
Le raccontai quel che mi era successo quella mattina e, con un certo divertimento, durante il racconto, vidi gli occhi di Ilaria allargarsi sempre di più e la bocca spalancarsi in un sorriso sempre più ampio.
“Fammi capire bene, Mara. Tu verrai pubblicata?”
Qualcuno vicino a noi si voltò nella nostra direzione.
“Abbassa la voce, Ila! Non ho ancora accettato.”
La mia amica mi fulminò con un’occhiata. “Tu sei cretina. L’altro giorno eri depressa perché il tuo manoscritto era stato rifiutato, e adesso che puoi avere la tua rivincita, ti tiri indietro?”
“Sì, lo so anche io. E infatti vorrei accettare al volo, però…”
“Però?”
“E se poi leggono gli altri miei racconti e li rifiutano? Se mi dicono che si sono sbagliati e che non sono adatta ad essere pubblicata, perché pensavano fossi più brava?”
Alzò le spalle: “In quel caso riproverai di nuovo. E chiedi loro di assumerti, come danni morali!”
“Smettila di scherzare.”
“Ok, scusa. Però, dai, se ti rifiutano, cosa importa? Riprova. Significa comunque che qualcuno ha notato quel che scrivi. E’ già un passo avanti, non trovi?”
Aveva ragione, lo sapevo. Eppure, quella strana sensazione non voleva andarsene.
“Allora lunedì li richiamo.”
“Brava!” mi accarezzò i capelli, come si fa con i bambini piccoli; di solito mi dava fastidio, ma quella volta la lasciai fare. Lanciai un’occhiata alla parete di fronte a me: l’orologio segnava le due e trenta.
“Bene, io devo andare. Grazie di tutto.”
Mi guardò sorpresa: “Come, te ne vai di già? Pensavo saresti venuta con me in segreteria, per vedere il famoso ragazzo.”
“Non oggi. Dopo ho un appuntamento.”
Vidi chiaramente le sue antenne rizzarsi sulla testa: “Ah sì? Hiroshi, scommetto.”
Feci un cenno affermativo, sperando di non essere arrossita.
“Divertiti allora, e cerca di scoprire perché fa tanto il misterioso.”
“Ci proverò.” Le promisi, anche se sapevo che non avrei mai avuto il coraggio di farlo davvero.
Questa volta, quando arrivai, era già ad aspettarmi di fronte alla stazione. Non mi vide, mentre io, come il giorno precedente, lo avevo notato subito.
Fermai l’auto proprio davanti a lui.
“Posso offrirle un passaggio?” chiesi scherzosamente.
“Come mai questo onore?”
“Visto che volevo farti una sorpresa, ti ho chiesto di aspettarmi direttamente qui.”
“Oh, beh, ci sei riuscita. Non sapevo avessi la macchina.”
“Beh, sì. Mia madre me l’ha regalata perché dice che è più comoda; io la trovo una grande seccatura, invece.” Secondo la mia genitrice, avere l’automobile aveva il grande vantaggio che potevo andare dovunque volessi senza problemi; il ché, era vero e risultava comodo la sera, o quando il luogo che dovevo raggiungere non permetteva di farlo con i mezzi pubblici. Tuttavia, non essendo una persona amante dei mezzi a quattro ruote, e potendo contare sulla gentilezza di Luca, non la prendevo praticamente mai.
“Allora,” si allacciò la cintura, mentre io ingranavo la marcia “dove mi porti di bello? Hai detto che è un posto particolare.”
“Beh, visto che la serata di ieri è stata piuttosto disastrosa, avevo pensato a qualcos’altro: al cinese ci siamo stati, al giapponese anche, tuo nonno ha una pizzeria… quindi ho deciso di portarti a mangiare un po’ di sana carne.”
“Carne?”
“Da quanto ne so io, la carne in Giappone costa; quindi, quale luogo migliore per portare una persona appena arrivata dal Giappone?”
“Uhm, l’idea non è male, ma non hai pensato che anche in albergo la preparano.”
“Ovvio. Ma io ti sto portando in un posto dove la cucinano in un modo molto speciale.”
La norcineria in cui lo condussi era un luogo molto conosciuto nella zona, tanto da essere difficoltoso persino trovare posto in settimana. Come il suo nome suggeriva, la specialità della casa erano gli affettati di Norcia: piadine, panini, tutti a base di formaggi e salumi provenienti da quella zona d’Italia; niente pizze, ovviamente, il che mi andava più che bene. Era il classico luogo adatto a tutte le tasche e a tutte le età.
L’unico vero problema era trovare parcheggio, ma, visto che era venerdì, la ricerca fu meno ardua del previsto e trovai posto in una stradina sul lungomare, non lontano dal centro storico.
Per arrivare al locale, scelsi una strada più lunga, ma che costeggiava quel tratto di mare dove c’era un porticciolo di barche. Non c’era vento ed era piacevole camminare baciati dall’aria fresca, ma non troppo, della sera, ammirando le luci color dell’arancio che si riflettevano sulle acque, regalando una suggestiva atmosfera che aveva un che di medievale.
“E’ bello qui.” Commentò infatti ammirando il campanile.
“Non c’eri mai stato?”
“No, a dire il vero.”
“Allora sono contenta di averti portato.”
Continuammo a camminare in silenzio; la gente che ci passava accanto per lo più ci ignorava, considerandoci una coppietta come tante altre.
Entrammo nel centro storico che non avevamo ancora proferito parola; attraversammo la piazza antistante la cattedrale e gli raccontai quel po’ di storia che ricordavo in proposito dalle spiegazioni di Luca.
“E’ simile ad una chiesa che ho visto a Bari.”
“Beh, il periodo in cui è stata costruita è più o meno quello. Ottima osservazione!”
“Me l’ha spiegato una mia cugina quando una volta mi portò a San Nicola. Disse che ogni turista che si rispetti deve vederla almeno una volta.”
Risi: era la stessa frase che Ilaria ed Enrico dissero a me quando mi portarono a vederla. “Ti è piaciuta?”
“Oh sì! Da noi non c’è niente di simile!”
“Lo so. Non per niente, qui in Italia i tuoi connazionali sono sempre in giro con la macchina fotografica in mano!”
“Giapponesi e nikon, eh?”
“Proprio così.”
Arrivammo qualche secondo dopo. Scendemmo gli scalini che ci portavano nella sala, più in basso rispetto all’entrata; l’illuminazione era piuttosto scarsa, visto che le uniche fonti di luce erano le candele poste al centro di ogni tavola, ma abbastanza da conferire all’ambiente un’atmosfera decisamente rustica.
Hiroshi si guardò in giro, mentre io chiedevo al cameriere notizie del tavolo che avevo prenotato.
“Hai prenotato? E perché?” mi chiese mentre ci accomodavamo.
Controllai l’orologio. “Aspetta una ventina di minuti e lo capirai tu stesso.”
“E’ così buono?”
Gli passai il menù. “Decidi tu.”
Alla luce della candela, lo osservai leggere la carta molto attentamente, mentre la sua espressione diventata man mano sempre più dubbiosa. Alla fine, sconsolato, alzò lo sguardo su di me. “Non ho idea di cosa prendere. Questi nomi non mi dicono niente.”
“Allora lascia fare a me. Piadina o panino?”
“Piadina? Non l’ho mai…”
“Piadina, allora. Piccante o no?”
“No.”
“Come stai messo con l’alcol?”
“Alcol?”
“Sì, intendo, vino o birra?”
“Come preferisci, li bevo tutti e due. Abbiamo anche noi la birra, comunque.”
“La vostra birra fa schifo. Senza offesa.”
Alzò le mani. “Decidi tu, allora. Mi fido.”
“Birra, dai. Così assaggi un po’ com’è la vera birra.”
Ordinai due Heineken e due piadine con prosciutto crudo di Norcia e salame.
“Ma tu non devi guidare?”
“Una birra non mi farà male, vedrai. Una passeggiata sul lungomare e sarà tutto ok.”
Le nostre ordinazioni arrivarono mentre era in corso un’interessante disquisizione sulle mete turistiche italiane: il mio podio vedeva Roma vincitrice, il suo Venezia.
“Venezia è bella, ma non ci vivrei mai. Roma è… Roma! La patria dell’arte, la capitale dell’Impero Romano…”
“A me ha dato l’impressione di essere troppo caotica. E a me i luoghi caotici non piacciono molto.”
“Mah, non è che con tutti i turisti che ci sono, non è che Venezia sia così tranquilla…”
“Sempre meno di Roma, sicuramente. E’ più piccola, e poi non circolano automobili. Basta allontanarsi da piazza San Marco che si riesce a trovare la tranquillità, fidati.”
“Certo che sentir dare della caotica a Roma, da uno che vive a Tokyo!”
“Appunto. Vengo in Italia in vacanza, quindi preferisco i luoghi tranquilli.”
“Allora adori Bari! Non c’è niente!”
“A me piace.”
Non ero convinta: “Io preferisco Roma. Anche Bari mi piace molto, sì, ma la Capitale è la Capitale! La sua storia…”
“Meglio Venezia. Le sue gondole…”
“… la sua arte…”
“… il ponte dei sospiri…”
“Il ponte dei sospiri ha una storia tristissima: pare che i sospiri fossero quelli dei prigionieri che venivano condotti in carcere, da cui non uscivano più.”
La sua espressione mi fece capire di aver distrutto un sogno.
“Ma non è tradizione baciarsi quando si passa sul ponte?”
“Beh, sì, ma solo perché Venezia è considerata la città dell’amore, anche se, personalmente, io tutto questo romanticismo non lo vedo. Spiacente di aver distrutto il tuo sogno romantico.”
Effettivamente, era più deluso di quel che mi aspettassi.
“Già… chissà come la prenderebbe Yoko-chan, se lo sapesse…”
“Yoko sarebbe la tua fidanzata?” chiesi.
“E’ stata… qualcosa del genere, sì.”
“Capisco.”
Mentalmente mi diedi della stupida: perché il mio cuore stava battendo così forte? In fondo l’avevo conosciuto solo pochi giorni prima e ignoravo la sua vita privata, a parte la storia di sua madre. Se avessi seguito un po’ di più il gossip, avrei di certo saputo chi era stata Yoko per lui; tuttavia in quel momento mi resi conto di essere felice di non esserne a conoscenza.
“Allora,” cambiai argomento prima che lui stesso decidesse di aggiornarmi in proposito “com’è?”
Tagliò il primo pezzo, guardandolo di sottecchi, come chi si trova di fronte a qualcosa che vede per la prima volta, e lo assaggiò; la sua espressione era un misto inscindibile di curiosità e sorpresa.
“Ha un sapore strano, ma mi piace.”
“Strano? In che senso?”
“Sconosciuto.”
Lo capivo: era la stessa sensazione che avevo provato io la prima volta che avevo assaggiato la cucina giapponese.
“Eppure il prosciutto l’ho mangiato.”
“Beh, quello di Norcia è… speciale!”
“E’ buono.”
Indicai la folla intorno a noi: “Non siamo gli unici a pensarlo, a quanto pare.”
“Adesso capisco perché hai dovuto prenotare.”
Guardai l’orologio; era ancora presto, così decisi di improvvisare: “Stranamente, non sono ancora soddisfatta. Che ne dici di un bel gelato?”
Hiroshi spalancò gli occhi. “Hai ancora fame?!”
Lo guardai torva: “Sai, mentre tu pranzavi nel tuo albergo, io consumavo le mie energie seguendo delle noiosissime lezioni. Ho mangiato un panino e bevuto un misero caffé.”
“Ok, ok. Allora ti faccio compagnia anche io.”
Chiamai il cameriere e ordinai due tartufi al cioccolato.
“L’hai mai assaggiato?”
“Non ricordo. Sicuramente, in Giappone no.”
“I vostri dolci sono diversi, ma non sono male. Ho assaggiato i daifuku* e mi sono piaciuti.”
“Mi fa piacere. Piacciono anche a me.”
Il cameriere arrivò con i due dolci e io mi tuffai sul mio con foga. Quando alzai lo sguardo, il dolce era scomparso dal mio piatto, mentre in quello di Hiroshi era ancora intatto.
“Non ti piace?”
Rise: “Stavo ammirando il modo in cui te lo stavi gustando.”
Arrossii, rendendomi conto della figuraccia che avevo appena fatto. Tossicchiai. “Ehm… mi piace molto, lo ammetto.”
“L’avevo intuito.”
“Adesso mangia il tuo, però, altrimenti mi sentirò ancora più in imbarazzo.” Commentai per chiudere la questione e portarlo a interessarsi di altro. Anche questa volta, il suo parere fu positivo e ne fui soddisfatta: significava che qualcosa in comune, in fondo, l’avevamo.
Con un movimento che voleva essere il più naturale possibile, lanciai un’occhiata all’orologio che segnava le undici precise. “Che dici, ci avviamo?” proposi.
Un momento che detestavo, alla fine di una cena, era quello in cui si chiedeva il conto. Perché, quando si era ospiti di qualche particolare festeggiamento, o si era deciso in anticipo che ognuno dovesse pagare per sé, allora non c’erano problemi; ma quando nessuna decisione era stata presa, la lite su chi dovesse pagare cosa, era un digestivo che mal sopportavo, soprattutto perché tendevo quasi sempre a perdere contro il mio contendente.
Fu con un certo desiderio di rivalsa che quella sera mi preparai allo scontro. Avevo già intuito che non l’avrei spuntata tanto facilmente, quando lo vidi estrarre il portafoglio, in un tentativo piuttosto maldestro di precedermi alla cassa.
“Dove stai andando?”
La mia voce tagliente lo sorprese.
“Beh, dopo aver mangiato, credo che si paghi. Funziona ancora così in Italia, no?”
“Funziona ancora così. Tranne quando si è ospiti di qualcuno.”
“Ospite?”
“Certo. L’altro giorno mi offristi tu il pranzo, o ricordo male?” domandai, cercando un varco verso la cassa.
“Non sbagli, ma” fece una falcata più lunga e mi bloccò “mi pare di essere stato tuo ospite anche ieri.”
“Ieri tu eri nostro ospite. O meglio, alla fine lo siamo stati tutti di Enrico, che si è sentito così in colpa da voler offrire per tutti.”
La notizia lo sorprese a tal punto che riuscii a scavalcarlo e a lanciarmi verso la cassa; la proprietaria mi sorrise e sentii qualche risata alle mie spalle: di sicuro, il nostro spettacolo improvvisato aveva divertito più di una persona.
“Cosa? Enrico…?”
Mi voltai, sbuffando: “Insomma. Ti ho invitato io, no? Quindi adesso va’ fuori, e aspettami lì!”
Il mio sguardo più che eloquente e il “Le donne quando vogliono qualcosa, sanno come ottenerlo!” di un cliente che sicuramente aveva assistito a tutta la scena lo convinsero finalmente ad accettare il mio consiglio.
“Sta’ tranquilla, non finisce qui.” Commentò però prima di uscire finalmente dal locale.
Che non sarebbe finita lì, lo sapevo meglio di chiunque altro. Guardai ancora una volta l’orologio, mentre distrattamente aspettavo che la cassiera mi desse il resto, persa nei miei pensieri.
“Signorina, il resto.” Mi disse infatti la donna; presi le monete e le intascai senza neanche contarle.
Non riuscivo a staccare gli occhi dall’entrata. Davvero sarebbe andato tutto bene? Hiroshi avrebbe capito che era stato tutto organizzato da noi, oppure avrebbe davvero creduto che l’incontro era casuale? Eppure, io e il professore Amani avevamo programmato tutto perché sembrasse davvero così. O meglio, avevamo progettato così poco che era anche alta la possibilità che non ci saremmo mai incontrati.
“Cercherò di farlo uscire dal locale intorno alle undici” gli avevo spiegato “e poi gli proporrò una passeggiata sul lungomare. Se riusciranno ad incontrarsi, allora vedremo cosa accadrà. E soprattutto, non lo dica a sua moglie: dev’essere un incontro casuale anche per lei!”
Ci eravamo salutati neanche noi troppo convinti che funzionasse; tuttavia, come gli avevo già spiegato, più di quello io non potevo fare: era Hiroshi che doveva decidere della sua vita, non noi due.
Mi avvicinai all’ingresso con estrema lentezza, ben sapendo che ormai non potevo più farlo aspettare, altrimenti si sarebbe insospettito. Solo quando mi ritrovai sulla soglia, mi resi conto che potevo accantonare le mie preoccupazioni: madre e figlio erano uno di fronte all’altra.
* il daifuku è un dolce giapponese composto da un piccolo mochi (dolce di riso glutinoso) farcito di ripieno dolce, di solito “anko”, pasta di fagioli rossi dolcificata a base di fagioli rossi azuki (Per la cronaca, li ho mangiati davvero e sono buonissimi! Si ringrazia comunque Wikipedia per la definizione).
Note dell’autrice
Finalmente siamo entrando nella fase cruciale della storia! Mi auguro che questo capitolo non sia risultato troppo noioso, visto che ho continuato a rivederlo, perché non mi soddisfala pienamente.
La parte della conversazione riguardante Venezia è la rielaborazione di una discussione che avemmo con una guida, proprio quando questa ci raccontò la storia del ponte dei Sospiri: praticamente, noi ci restammo male esattamente come Hiroshi! XD Quanto alla scoperta della tranquillità delle zone distanti dal centro, la devo principalmente al fatto che io e le mie amiche, in quella stessa gita, ci perdemmo per la città. XD Quando si dice che non tutto il male viene per nuocere! XD
In ogni caso, onde evitare fraintendimenti: non è che a Bari non ci sia proprio niente: sia la città che i paesi limitrofi ha luoghi molto belli e dalla storia plurisecolare; tuttavia, il paragone con Roma e Venezia non reggerebbe assolutamente. E poi, ricordiamolo, un luogo, per chi ci vive, è sempre peggiore di altri, a prescindere! XD
Quanto ai locali citati (la norcineria e il bar Catullo sono luoghi realmente esistenti (anche se il proprietario del bar non è parente né mio, né di persone a me conosciute! XD)
Mi ripeterò, ma ancora grazie a tutti per i bellissimi commenti che mi avete lasciato finora. Quando ho visto il contatore delle recensioni salire all’improvviso, ho creduto che fosse opera di qualche spam! XD La solita fiducia in me stessa! XD Spero che i prossimi capitoli non vi deludano e che vi piacciano come i precedenti.
Ancora, grazie a tutti, e di cuore!
L’avevo invitata io lì, quel giorno. Era bastato che le inviassi un messaggio lapidario, con la sola parola ‘Catullo’ per farle comprendere che si trattava di una questione veramente urgente.
“Allora, Mara, che ti è successo?” mi chiese a bruciapelo, senza neanche accomodarsi o togliersi il cappotto.
Ignorai la domanda. “Eri ancora in segreteria? Ma non chiude alle dodici?”
“Uh. Sì. Però mi sono dimenticata di pagare un bollettino e così sono dovuta andare di corsa alla posta, così lo porto oggi pomeriggio.”
“Oggi pomeriggio?” c’era qualcosa che non quadrava “Ma scusa, oggi la segreteria di pomeriggio è chiusa al pubblico, o sbaglio?”
Lei mi fece un cenno di intesa, mentre legava i lunghi capelli castani in una coda più pratica. “In teoria, sì. Ma quando riesci a corrompere un segretario giovane e carino…”
“Ila!” Inutile, nonostante le batoste ricevute, non imparava mai. Però in fondo invidiavo la sua tenacia e la sua faccia tosta.
“Beh? Gli uomini sono stupidi, e meritano di essere trattati per quello che sono.”
“Dai, adesso non esagerare…”
“Non esagero affatto. Scommetto, per esempio, che il tuo Hiroshi non ti ha ancora detto niente, ho ragione?”
Colpita. Abbassai la testa in segno di resa. “No.”
“E cosa aspetta quello stupido?”
“Non ne ho idea. Magari non si fida di me.”
Non ne ero convinta neanche io. Mi aveva raccontato il suo passato, mi aveva detto, perché sentiva che potevo capirlo; quindi perché non raccontarmi semplicemente tutta la verità? Era una domanda a cui non riuscivo a trovare una risposta, e forse non mi importava neanche farlo.
“Certo come no, Mara. Quello lì è cotto di te, te lo dico io. Tra un’idiozia e l’altra di Enrico, l’ho osservato bene.”
“A proposito di Enrico,” colsi la palla al volo per cambiare discorso “prima era a lezione.”
“Sì. Beh, gli sta bene. Certo, pure Luca dovrebbe sapere come è fatto, quel cretino. A proposito, come sta?”
“Luca, dici? Oggi non l’ho sentito, ma quando mi ha lasciata a casa sembrava stesse meglio. Ma… non so… è convinto che Enrico lo odi.”
“Che sciocchezza. Enrico farebbe qualsiasi cosa per lui, anche se, idiota com’è, non se n’è ancora accorto.”
Sgranai gli occhi: “Allora l’hai intuito anche tu!”
“Certo. Lo conosco molto meglio di te, cara. Hai visto anche tu che faccia ha fatto, quando ha scoperto cosa ha combinato?”
Le raccontai quello che era accaduto prima della lezione.
“Visto? Spero che questo gli faccia capire un po’ di cose.”
Hiroshi aveva avuto ragione: fino ad allora, Enrico aveva sempre fatto finta di niente, perché convinto che il suo amico non avrebbe mai potuto ricambiarlo; adesso che conosceva la verità, invece, quelle barriere avevano iniziato a cadere senza che lui stesso se ne fosse reso ancora conto.
“Ma era di questo che volevi parlarmi con tanta urgenza?”
“Ah, me ne stavo dimenticando. E’ successo che…”
Le raccontai quel che mi era successo quella mattina e, con un certo divertimento, durante il racconto, vidi gli occhi di Ilaria allargarsi sempre di più e la bocca spalancarsi in un sorriso sempre più ampio.
“Fammi capire bene, Mara. Tu verrai pubblicata?”
Qualcuno vicino a noi si voltò nella nostra direzione.
“Abbassa la voce, Ila! Non ho ancora accettato.”
La mia amica mi fulminò con un’occhiata. “Tu sei cretina. L’altro giorno eri depressa perché il tuo manoscritto era stato rifiutato, e adesso che puoi avere la tua rivincita, ti tiri indietro?”
“Sì, lo so anche io. E infatti vorrei accettare al volo, però…”
“Però?”
“E se poi leggono gli altri miei racconti e li rifiutano? Se mi dicono che si sono sbagliati e che non sono adatta ad essere pubblicata, perché pensavano fossi più brava?”
Alzò le spalle: “In quel caso riproverai di nuovo. E chiedi loro di assumerti, come danni morali!”
“Smettila di scherzare.”
“Ok, scusa. Però, dai, se ti rifiutano, cosa importa? Riprova. Significa comunque che qualcuno ha notato quel che scrivi. E’ già un passo avanti, non trovi?”
Aveva ragione, lo sapevo. Eppure, quella strana sensazione non voleva andarsene.
“Allora lunedì li richiamo.”
“Brava!” mi accarezzò i capelli, come si fa con i bambini piccoli; di solito mi dava fastidio, ma quella volta la lasciai fare. Lanciai un’occhiata alla parete di fronte a me: l’orologio segnava le due e trenta.
“Bene, io devo andare. Grazie di tutto.”
Mi guardò sorpresa: “Come, te ne vai di già? Pensavo saresti venuta con me in segreteria, per vedere il famoso ragazzo.”
“Non oggi. Dopo ho un appuntamento.”
Vidi chiaramente le sue antenne rizzarsi sulla testa: “Ah sì? Hiroshi, scommetto.”
Feci un cenno affermativo, sperando di non essere arrossita.
“Divertiti allora, e cerca di scoprire perché fa tanto il misterioso.”
“Ci proverò.” Le promisi, anche se sapevo che non avrei mai avuto il coraggio di farlo davvero.
Questa volta, quando arrivai, era già ad aspettarmi di fronte alla stazione. Non mi vide, mentre io, come il giorno precedente, lo avevo notato subito.
Fermai l’auto proprio davanti a lui.
“Posso offrirle un passaggio?” chiesi scherzosamente.
“Come mai questo onore?”
“Visto che volevo farti una sorpresa, ti ho chiesto di aspettarmi direttamente qui.”
“Oh, beh, ci sei riuscita. Non sapevo avessi la macchina.”
“Beh, sì. Mia madre me l’ha regalata perché dice che è più comoda; io la trovo una grande seccatura, invece.” Secondo la mia genitrice, avere l’automobile aveva il grande vantaggio che potevo andare dovunque volessi senza problemi; il ché, era vero e risultava comodo la sera, o quando il luogo che dovevo raggiungere non permetteva di farlo con i mezzi pubblici. Tuttavia, non essendo una persona amante dei mezzi a quattro ruote, e potendo contare sulla gentilezza di Luca, non la prendevo praticamente mai.
“Allora,” si allacciò la cintura, mentre io ingranavo la marcia “dove mi porti di bello? Hai detto che è un posto particolare.”
“Beh, visto che la serata di ieri è stata piuttosto disastrosa, avevo pensato a qualcos’altro: al cinese ci siamo stati, al giapponese anche, tuo nonno ha una pizzeria… quindi ho deciso di portarti a mangiare un po’ di sana carne.”
“Carne?”
“Da quanto ne so io, la carne in Giappone costa; quindi, quale luogo migliore per portare una persona appena arrivata dal Giappone?”
“Uhm, l’idea non è male, ma non hai pensato che anche in albergo la preparano.”
“Ovvio. Ma io ti sto portando in un posto dove la cucinano in un modo molto speciale.”
La norcineria in cui lo condussi era un luogo molto conosciuto nella zona, tanto da essere difficoltoso persino trovare posto in settimana. Come il suo nome suggeriva, la specialità della casa erano gli affettati di Norcia: piadine, panini, tutti a base di formaggi e salumi provenienti da quella zona d’Italia; niente pizze, ovviamente, il che mi andava più che bene. Era il classico luogo adatto a tutte le tasche e a tutte le età.
L’unico vero problema era trovare parcheggio, ma, visto che era venerdì, la ricerca fu meno ardua del previsto e trovai posto in una stradina sul lungomare, non lontano dal centro storico.
Per arrivare al locale, scelsi una strada più lunga, ma che costeggiava quel tratto di mare dove c’era un porticciolo di barche. Non c’era vento ed era piacevole camminare baciati dall’aria fresca, ma non troppo, della sera, ammirando le luci color dell’arancio che si riflettevano sulle acque, regalando una suggestiva atmosfera che aveva un che di medievale.
“E’ bello qui.” Commentò infatti ammirando il campanile.
“Non c’eri mai stato?”
“No, a dire il vero.”
“Allora sono contenta di averti portato.”
Continuammo a camminare in silenzio; la gente che ci passava accanto per lo più ci ignorava, considerandoci una coppietta come tante altre.
Entrammo nel centro storico che non avevamo ancora proferito parola; attraversammo la piazza antistante la cattedrale e gli raccontai quel po’ di storia che ricordavo in proposito dalle spiegazioni di Luca.
“E’ simile ad una chiesa che ho visto a Bari.”
“Beh, il periodo in cui è stata costruita è più o meno quello. Ottima osservazione!”
“Me l’ha spiegato una mia cugina quando una volta mi portò a San Nicola. Disse che ogni turista che si rispetti deve vederla almeno una volta.”
Risi: era la stessa frase che Ilaria ed Enrico dissero a me quando mi portarono a vederla. “Ti è piaciuta?”
“Oh sì! Da noi non c’è niente di simile!”
“Lo so. Non per niente, qui in Italia i tuoi connazionali sono sempre in giro con la macchina fotografica in mano!”
“Giapponesi e nikon, eh?”
“Proprio così.”
Arrivammo qualche secondo dopo. Scendemmo gli scalini che ci portavano nella sala, più in basso rispetto all’entrata; l’illuminazione era piuttosto scarsa, visto che le uniche fonti di luce erano le candele poste al centro di ogni tavola, ma abbastanza da conferire all’ambiente un’atmosfera decisamente rustica.
Hiroshi si guardò in giro, mentre io chiedevo al cameriere notizie del tavolo che avevo prenotato.
“Hai prenotato? E perché?” mi chiese mentre ci accomodavamo.
Controllai l’orologio. “Aspetta una ventina di minuti e lo capirai tu stesso.”
“E’ così buono?”
Gli passai il menù. “Decidi tu.”
Alla luce della candela, lo osservai leggere la carta molto attentamente, mentre la sua espressione diventata man mano sempre più dubbiosa. Alla fine, sconsolato, alzò lo sguardo su di me. “Non ho idea di cosa prendere. Questi nomi non mi dicono niente.”
“Allora lascia fare a me. Piadina o panino?”
“Piadina? Non l’ho mai…”
“Piadina, allora. Piccante o no?”
“No.”
“Come stai messo con l’alcol?”
“Alcol?”
“Sì, intendo, vino o birra?”
“Come preferisci, li bevo tutti e due. Abbiamo anche noi la birra, comunque.”
“La vostra birra fa schifo. Senza offesa.”
Alzò le mani. “Decidi tu, allora. Mi fido.”
“Birra, dai. Così assaggi un po’ com’è la vera birra.”
Ordinai due Heineken e due piadine con prosciutto crudo di Norcia e salame.
“Ma tu non devi guidare?”
“Una birra non mi farà male, vedrai. Una passeggiata sul lungomare e sarà tutto ok.”
Le nostre ordinazioni arrivarono mentre era in corso un’interessante disquisizione sulle mete turistiche italiane: il mio podio vedeva Roma vincitrice, il suo Venezia.
“Venezia è bella, ma non ci vivrei mai. Roma è… Roma! La patria dell’arte, la capitale dell’Impero Romano…”
“A me ha dato l’impressione di essere troppo caotica. E a me i luoghi caotici non piacciono molto.”
“Mah, non è che con tutti i turisti che ci sono, non è che Venezia sia così tranquilla…”
“Sempre meno di Roma, sicuramente. E’ più piccola, e poi non circolano automobili. Basta allontanarsi da piazza San Marco che si riesce a trovare la tranquillità, fidati.”
“Certo che sentir dare della caotica a Roma, da uno che vive a Tokyo!”
“Appunto. Vengo in Italia in vacanza, quindi preferisco i luoghi tranquilli.”
“Allora adori Bari! Non c’è niente!”
“A me piace.”
Non ero convinta: “Io preferisco Roma. Anche Bari mi piace molto, sì, ma la Capitale è la Capitale! La sua storia…”
“Meglio Venezia. Le sue gondole…”
“… la sua arte…”
“… il ponte dei sospiri…”
“Il ponte dei sospiri ha una storia tristissima: pare che i sospiri fossero quelli dei prigionieri che venivano condotti in carcere, da cui non uscivano più.”
La sua espressione mi fece capire di aver distrutto un sogno.
“Ma non è tradizione baciarsi quando si passa sul ponte?”
“Beh, sì, ma solo perché Venezia è considerata la città dell’amore, anche se, personalmente, io tutto questo romanticismo non lo vedo. Spiacente di aver distrutto il tuo sogno romantico.”
Effettivamente, era più deluso di quel che mi aspettassi.
“Già… chissà come la prenderebbe Yoko-chan, se lo sapesse…”
“Yoko sarebbe la tua fidanzata?” chiesi.
“E’ stata… qualcosa del genere, sì.”
“Capisco.”
Mentalmente mi diedi della stupida: perché il mio cuore stava battendo così forte? In fondo l’avevo conosciuto solo pochi giorni prima e ignoravo la sua vita privata, a parte la storia di sua madre. Se avessi seguito un po’ di più il gossip, avrei di certo saputo chi era stata Yoko per lui; tuttavia in quel momento mi resi conto di essere felice di non esserne a conoscenza.
“Allora,” cambiai argomento prima che lui stesso decidesse di aggiornarmi in proposito “com’è?”
Tagliò il primo pezzo, guardandolo di sottecchi, come chi si trova di fronte a qualcosa che vede per la prima volta, e lo assaggiò; la sua espressione era un misto inscindibile di curiosità e sorpresa.
“Ha un sapore strano, ma mi piace.”
“Strano? In che senso?”
“Sconosciuto.”
Lo capivo: era la stessa sensazione che avevo provato io la prima volta che avevo assaggiato la cucina giapponese.
“Eppure il prosciutto l’ho mangiato.”
“Beh, quello di Norcia è… speciale!”
“E’ buono.”
Indicai la folla intorno a noi: “Non siamo gli unici a pensarlo, a quanto pare.”
“Adesso capisco perché hai dovuto prenotare.”
Guardai l’orologio; era ancora presto, così decisi di improvvisare: “Stranamente, non sono ancora soddisfatta. Che ne dici di un bel gelato?”
Hiroshi spalancò gli occhi. “Hai ancora fame?!”
Lo guardai torva: “Sai, mentre tu pranzavi nel tuo albergo, io consumavo le mie energie seguendo delle noiosissime lezioni. Ho mangiato un panino e bevuto un misero caffé.”
“Ok, ok. Allora ti faccio compagnia anche io.”
Chiamai il cameriere e ordinai due tartufi al cioccolato.
“L’hai mai assaggiato?”
“Non ricordo. Sicuramente, in Giappone no.”
“I vostri dolci sono diversi, ma non sono male. Ho assaggiato i daifuku* e mi sono piaciuti.”
“Mi fa piacere. Piacciono anche a me.”
Il cameriere arrivò con i due dolci e io mi tuffai sul mio con foga. Quando alzai lo sguardo, il dolce era scomparso dal mio piatto, mentre in quello di Hiroshi era ancora intatto.
“Non ti piace?”
Rise: “Stavo ammirando il modo in cui te lo stavi gustando.”
Arrossii, rendendomi conto della figuraccia che avevo appena fatto. Tossicchiai. “Ehm… mi piace molto, lo ammetto.”
“L’avevo intuito.”
“Adesso mangia il tuo, però, altrimenti mi sentirò ancora più in imbarazzo.” Commentai per chiudere la questione e portarlo a interessarsi di altro. Anche questa volta, il suo parere fu positivo e ne fui soddisfatta: significava che qualcosa in comune, in fondo, l’avevamo.
Con un movimento che voleva essere il più naturale possibile, lanciai un’occhiata all’orologio che segnava le undici precise. “Che dici, ci avviamo?” proposi.
Un momento che detestavo, alla fine di una cena, era quello in cui si chiedeva il conto. Perché, quando si era ospiti di qualche particolare festeggiamento, o si era deciso in anticipo che ognuno dovesse pagare per sé, allora non c’erano problemi; ma quando nessuna decisione era stata presa, la lite su chi dovesse pagare cosa, era un digestivo che mal sopportavo, soprattutto perché tendevo quasi sempre a perdere contro il mio contendente.
Fu con un certo desiderio di rivalsa che quella sera mi preparai allo scontro. Avevo già intuito che non l’avrei spuntata tanto facilmente, quando lo vidi estrarre il portafoglio, in un tentativo piuttosto maldestro di precedermi alla cassa.
“Dove stai andando?”
La mia voce tagliente lo sorprese.
“Beh, dopo aver mangiato, credo che si paghi. Funziona ancora così in Italia, no?”
“Funziona ancora così. Tranne quando si è ospiti di qualcuno.”
“Ospite?”
“Certo. L’altro giorno mi offristi tu il pranzo, o ricordo male?” domandai, cercando un varco verso la cassa.
“Non sbagli, ma” fece una falcata più lunga e mi bloccò “mi pare di essere stato tuo ospite anche ieri.”
“Ieri tu eri nostro ospite. O meglio, alla fine lo siamo stati tutti di Enrico, che si è sentito così in colpa da voler offrire per tutti.”
La notizia lo sorprese a tal punto che riuscii a scavalcarlo e a lanciarmi verso la cassa; la proprietaria mi sorrise e sentii qualche risata alle mie spalle: di sicuro, il nostro spettacolo improvvisato aveva divertito più di una persona.
“Cosa? Enrico…?”
Mi voltai, sbuffando: “Insomma. Ti ho invitato io, no? Quindi adesso va’ fuori, e aspettami lì!”
Il mio sguardo più che eloquente e il “Le donne quando vogliono qualcosa, sanno come ottenerlo!” di un cliente che sicuramente aveva assistito a tutta la scena lo convinsero finalmente ad accettare il mio consiglio.
“Sta’ tranquilla, non finisce qui.” Commentò però prima di uscire finalmente dal locale.
Che non sarebbe finita lì, lo sapevo meglio di chiunque altro. Guardai ancora una volta l’orologio, mentre distrattamente aspettavo che la cassiera mi desse il resto, persa nei miei pensieri.
“Signorina, il resto.” Mi disse infatti la donna; presi le monete e le intascai senza neanche contarle.
Non riuscivo a staccare gli occhi dall’entrata. Davvero sarebbe andato tutto bene? Hiroshi avrebbe capito che era stato tutto organizzato da noi, oppure avrebbe davvero creduto che l’incontro era casuale? Eppure, io e il professore Amani avevamo programmato tutto perché sembrasse davvero così. O meglio, avevamo progettato così poco che era anche alta la possibilità che non ci saremmo mai incontrati.
“Cercherò di farlo uscire dal locale intorno alle undici” gli avevo spiegato “e poi gli proporrò una passeggiata sul lungomare. Se riusciranno ad incontrarsi, allora vedremo cosa accadrà. E soprattutto, non lo dica a sua moglie: dev’essere un incontro casuale anche per lei!”
Ci eravamo salutati neanche noi troppo convinti che funzionasse; tuttavia, come gli avevo già spiegato, più di quello io non potevo fare: era Hiroshi che doveva decidere della sua vita, non noi due.
Mi avvicinai all’ingresso con estrema lentezza, ben sapendo che ormai non potevo più farlo aspettare, altrimenti si sarebbe insospettito. Solo quando mi ritrovai sulla soglia, mi resi conto che potevo accantonare le mie preoccupazioni: madre e figlio erano uno di fronte all’altra.
* il daifuku è un dolce giapponese composto da un piccolo mochi (dolce di riso glutinoso) farcito di ripieno dolce, di solito “anko”, pasta di fagioli rossi dolcificata a base di fagioli rossi azuki (Per la cronaca, li ho mangiati davvero e sono buonissimi! Si ringrazia comunque Wikipedia per la definizione).
Note dell’autrice
Finalmente siamo entrando nella fase cruciale della storia! Mi auguro che questo capitolo non sia risultato troppo noioso, visto che ho continuato a rivederlo, perché non mi soddisfala pienamente.
La parte della conversazione riguardante Venezia è la rielaborazione di una discussione che avemmo con una guida, proprio quando questa ci raccontò la storia del ponte dei Sospiri: praticamente, noi ci restammo male esattamente come Hiroshi! XD Quanto alla scoperta della tranquillità delle zone distanti dal centro, la devo principalmente al fatto che io e le mie amiche, in quella stessa gita, ci perdemmo per la città. XD Quando si dice che non tutto il male viene per nuocere! XD
In ogni caso, onde evitare fraintendimenti: non è che a Bari non ci sia proprio niente: sia la città che i paesi limitrofi ha luoghi molto belli e dalla storia plurisecolare; tuttavia, il paragone con Roma e Venezia non reggerebbe assolutamente. E poi, ricordiamolo, un luogo, per chi ci vive, è sempre peggiore di altri, a prescindere! XD
Quanto ai locali citati (la norcineria e il bar Catullo sono luoghi realmente esistenti (anche se il proprietario del bar non è parente né mio, né di persone a me conosciute! XD)
Mi ripeterò, ma ancora grazie a tutti per i bellissimi commenti che mi avete lasciato finora. Quando ho visto il contatore delle recensioni salire all’improvviso, ho creduto che fosse opera di qualche spam! XD La solita fiducia in me stessa! XD Spero che i prossimi capitoli non vi deludano e che vi piacciano come i precedenti.
Ancora, grazie a tutti, e di cuore!