Un giorno, per caso
XII
XII

“Lasciateci spiegare, possiamo rimediare”
(Ci chiamano bambine – Paola e Chiara)


La luce del sole colpì le mie iridi addormentate con violenza. Aprii gli occhi e per un istante mi chiesi perché fossi stata così cretina da lasciare le persiane aperte e mi voltai dall’altra parte, con il proposito di riaddormentarmi. Fu in quel momento che me ne accorsi.
Da quando dormivo nuda?
In un secondo, tutto quello che era accaduto la notte precedente mi tornò in mente come un fiume in piena. Balzai a sedere nel letto e mi raggomitolai su me stessa, gli occhi spalancati e completamente sveglia.
Oddio.
In pochi secondi, ricordai tutto quello che era successo. Non potevo crederci. No, dovevo aver sognato tutto. Mi guardai intorno e i miei vestiti buttati per terra alla rinfusa accanto alla mia biancheria dicevano esattamente il contrario.
Lasciai il mio sguardo vagare ancora nella stanza e finalmente il particolare che non riuscivo a focalizzare mi venne in mente: Hiroshi non c’era. Che fine aveva fatto?
Da qualche parte, un cellulare aveva iniziato a suonare. Riconobbi a stento la mia suoneria e inizialmente mi balenò in mente l’idea di ignorare completamente l’apparecchio; tuttavia, il pensiero che potesse trattarsi del signor Marcello, che mi informava di qualche cambiamento nello stato di salute della moglie, mi spinse a cercare la prima cosa indossabile e a correre alla ricerca del telefono.
“Che succede?” chiesi appena riuscii a trovare la mia borsa, senza neanche curarmi di guardare il nome di chi mi stava chiamando.
“Niente, Mara. O meglio, dovrei essere io a chiederlo a te, visto che questa è la terza volta che provo a chiamarti da stamattina e il cellulare continua a squillare a vuoto.”
Senza volerlo tirai un sospiro di sollievo: fortunatamente, andava tutto bene.
“E’ una lunga storia, Ila. Ieri sera…”
“Ecco, appunto, era questo che volevo sapere. Come è andata ieri sera? Te l’ha detto?”
“No, ma il punto non è questo. Ieri sera…”
Ma la mia amica era troppo su di giri per interessarsi a quello che stavo cercando di dirle.
“E tu non gliel'hai chiesto?”
“No.”
“Ma sei scema? Sarebbe stata un'ottima occasione!”
“Ila, il punto non è Hiroshi!”
“Certo che è lui, Mara!”
Oh, basta. Mi stava facendo perdere la pazienza. “Insomma, Ila, mi vuoi ascoltare sì o no?”
“Ok, ok. Cosa è successo ieri sera?”
“Ieri sera la signora Lucia è stata ricoverata in ospedale.”
“Oh, cazzo. Come sta?”
Qualche volta, Ilaria era venuta a dormire a casa mia, così aveva avuto modo di conoscere i coniugi Saracino. Una volta, i due ci avevano invitate a pranzo e da allora non c’era giorno che non mi chiedessero notizie della mia amica.
“Bene. Pare che si tratti di semplice stanchezza, ma ci siamo presi un colpo!”
“E immagino. Deduco quindi che non hai ancora chiamato per quella cosa.”
“No. Mi sono svegliata adesso, ti pare che abbia avuto tempo di pensare al giornale e a roba simile?”
“Ma hai intenzione di chiamare, no? Non che cambi idea, vero?”
“No che non cambio idea, tranquilla. Te lo dissi ieri, lunedì chiamerò. Sperando che vada bene…”
“Certo che andrà bene, vedrai!”
Mugugnai qualcosa, senza troppa convinzione: con tutto quello che era accaduto, il resto era passato in secondo piano.
“La tua direttrice ti ha fatto sapere più nulla? Qualche altra informazione…?”
“No, non mi ha detto nulla.”
“E Hiroshi?”
“Hiroshi? Non sa niente, veramente.”
“Scusa, e perché?! Sono sicura che ne sarà contenta anche lui!”
“No, Ila. E’ un segreto tra me e te per adesso e non lo deve sapere nessun altro. Se mi pubblicheranno, allora lo vedrà lui stesso.”
Sì, Ilaria aveva ragione quando affermava che Hroshi sarebbe stato contento della novità, forse più di me; eppure, forse proprio perché temevo di deludere lui più di tutti, uno strano terrore mi impediva anche solo di pensare di potergli comunicare una simile notizia.
“Contenta tu.”
“E a te come è andata con il tizio della segreteria?” chiesi, per cambiare argomento.
“Uh! Bene bene, poi ti racconto! Adesso vado, ma la prossima volta che ci vediamo, anche tu mi devi raccontare tutto, ok?”
“Ok, d’accordo. Ciao, Ila.” Tagliai corto, prima che ricominciasse a farmi domande sulla serata precedente.
“Che cos’è che devi dirmi?”
Mi voltai, spaventata dal suono improvviso della sua voce: era sulla soglia, già completamente vestito.
“Ah, eccoti! Dove eri finito? Mi hai fatto prender…” le parole mi morirono in gola: perché mi stava guardando in quel modo così freddo?
“Che cosa succede?” chiesi, ingoiando a vuoto. Perché mi fissava così? Dov’era finito quello sguardo così dolce che mi aveva riservato la sera precedente?
“Da quanto lo sai?” mi chiese invece.
Sgranai gli occhi e quello gli diede la certezza che avevo capito di che cosa stesse parlando. Fece un passo avanti e istintivamente io arretrai.
“Da quanto tu e la tua amica sapete chi sono?”
“Da… da un po’.”
“Ma certo, adesso sì che è tutto chiaro. Ecco perché ti sei avvicinata a me, quel giorno. E adesso capisco anche perché non mi hai mai chiesto che cosa facessi nella vita, visto che già lo sapevi!”
Sì, in parte era vero, ma se glielo avessi detto, sarebbe subito saltato a conclusioni sbagliate. “Perché non mi hai detto niente?” gli chiedi invece di rispondere.
“E tu? Perché non mi hai mai chiesto niente? Speravi che non lo scoprissi per poter così pubblicare tranquillamente un articolo su di me?”
Eh? Di che stava parlando?
“Ma che diavolo…?”
“Mi avevi detto che fare la giornalista non ti interessava, che preferisci scrivere racconti e occuparti di cultura. Bugiarda. Quello che ti interessa è fare uno scoop su di me, e magari rivenderlo! Immagino che la mia triste storia farà gola ai tuoi lettori!”
Scossi la testa. “Che diavolo dici? Non mi è mai passato neanche per la testa di scrivere un articolo su di te!”
“Pensi davvero che possa crederti?”
“Qualunque cosa tu abbia sentito, hai frainteso tutto!”
“Certo, dite tutte così!”
Tutte? Aveva sentito la mia conversazione con Ilaria, traendo conclusioni sbagliate, perché gli era già capitato in passato?
“Quindi è questo che pensi di me?”
“Perché non mi hai mai detto che lo sapevi?”
“E tu perché mi hai detto che sei un traduttore, quando non è vero? Non ti fidavi di me?”
“A questo punto, avevo ragione!”
Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Ciò che in quei giorni avevo continuato ad ignorare, adesso mi appariva davanti con estrema chiarezza: lui non si fidava di me. Non al punto da rivelarmi la sua vera identità.
“Non è come pensi. Io…”
“Non importa.” Si voltò, con il chiaro intento di andarsene. Lo seguii: se fosse uscito da quella casa, non avrei avuto più modo di spiegargli la verità.
“Aspet…” cercai di fermarlo, ma lui mi ignorò e aprì la porta, con decisione.
Rimase un attimo fermo sulla soglia, immobile, al punto che, per un attimo, pensai avesse cambiato idea e si fosse deciso di ascoltare la mia versione dei fatti; fu quando si spostò di lato, che vidi la figura di fronte a lui.
Mamma.
Oh, cazzo.
“Ehm… credo di essere arrivata nel momento sbagliato.”
“Non credo. Stavo andando via. Arrivederci.” La salutò, scartando quel poco che gli bastava per uscire.
Mia madre chiuse la porta dietro di sé e continuò a fissarmi per qualche secondo, tra il sorpreso e lo sconvolto; probabilmente, la mia espressione doveva essere più o meno la stessa, perché in pochi attimi me la ritrovai accanto.
“Stella, ma cos’è successo?”
Non avrei mai immaginato che il solo sentire la sua voce mi avrebbe fatto così bene. Quelle poche parole ebbero il potere di sciogliere ogni mia reticenza e, un secondo dopo, scoppiai in lacrime.
“Mamma… mamma!”
Lei mi circondò con le braccia e lasciò che mi sfogassi, proprio come, la sera precedente, aveva fatto lui.
“Perché, perché?”
“Cos’è successo?”
“Mamma… ho fatto un casino!”
“Oddio!” mia madre mi scostò per guardarmi in faccia “Sei incinta!”
“Cosa? Ma come ti salta in mente?!”
“Beh, scusa: arrivo, trovo un ragazzo nel tuo appartamento, con te in lacrime e mezza nuda. Cosa dovrei pensare, secondo te?”
Sospirai: inutile, mia madre era sempre la solita.
“Sta’ tranquilla: non avrai così presto dei nipotini dalla sottoscritta!”
“Oh, che peccato. Sai, mi ci stavo già affezionando! Quel ragazzo non mi sembrava male, quindi ho subito pensato che il piccolo sarebbe stato molto carino, visti i genitori. L’avrei proposto anche come modello, sì…”
“Mamma…”
“Ok, ok, ho capito. Ma adesso va’ a vestirti, che intanto io ti preparo la colazione.”

“Fammi capire bene:tu stai per pubblicare un libro, il tuo ragazzo è una star, e io, che sono tua madre, non so niente?”
Sedute una di fronte all’altra, io e mia madre stavamo aspettando che l’acqua bollisse per calare la pasta; l’idea della colazione era stata accantonata appena avevo notato che erano già le due passate.
“Mamma, quello non è il mio ragazzo e non è sicuro che mi pubblichino.”
“D’accordo. Potresti essere pubblicata e hai passato la notte con una star.”
Quando c’era da indorare la piccola, mia madre era la migliore.
“Diciamo che hai inquadrato la situazione.”
“Cavoli. Non credevo che venendo qui, avrei avuto tutte queste notizie sconvolgenti.”
“A proposito,” solo in quel momento ci feci realmente caso “ma tu cosa ci fai qui?”
“Beh…” mia madre mise a cucinare gli spaghetti e tornò a sedersi “stamattina il signor Marcello mi ha telefonata.”
Come? “Hai il numero del signor Marcello?”
Rise. “Cara, ma secondo te, perché non sono sempre qui a vedere come stai? Quei due signori ti vogliono davvero bene. La prima volta che ci siamo conosciuti, sono stati proprio loro a darmi il loro numero. ‘Così, per qualsiasi emergenza, potremo contattarla’, mi dissero e io qualche volta li ho chiamati per chiedere tue notizie.”
Ero così sconvolta che non sapevo cosa dire. “Non ne sapevo niente…”
“Ovvio. Non ho voluto dirti niente apposta.”
“Ma perché ti ha chiamata oggi?”
“Mi ha spiegato che sua moglie è stata ricoverata. Era preoccupato per te: ti aveva vista sconvolta.”
Ebbi un tuffo al cuore al pensiero di quell’uomo che si preoccupava tanto per me; sentii alcune lacrime di commozione bussare ai miei occhi per poter uscire, ma ero troppo abituata a reprimerle per lasciarle fluire liberamente.
“Così mi sono messa in macchina e sono venuta.”
“Non era necessario, mamma. Sto bene.”
Lei mi lanciò un’occhiata eloquente. “Oh, sì. Ho notato.”
D’accordo, aveva vinto.
Mangiammo in silenzio: non ero abituata a pranzare in compagnia, quando ero a casa, così per un po’ mi dimenticai della donna seduta di fronte a me, persa nei miei pensieri. Le immagini di quel che era accaduto si ripetevano senza sosta nella mia mente. Quante cose avrei potuto dire e fare in mia difesa? Tante, eppure non avevo detto niente. Perché ero sconvolta, certo; ma non solo: ero anche troppo arrabbiata e delusa e il mio inconscio aveva voluto vendicarsi in questo modo. Peccato che, alla fine, l’unica a rimetterci, ero stata comunque io.
“Mara?”
“Sì?” era rarissimo che mia madre mi chiamasse con il mio nome, e questo significava che stava per dirmi qualcosa di importante.
“Dimmi la verità… ti dà fastidio che io sia venuta a trovarti?”
Improvvisamente, il mio piatto ormai mezzo vuoto mi parve la cosa più interessante del mondo.
“No… se non ci fossi stata tu, non so cosa avrei fatto, prima.”
“Quindi, anche una mamma come me, ogni tanto può servire a qualcosa…”
Non dissi niente. La sua non era una domanda, ma una constatazione che stava facendo verso se stessa. D’un tratto, il volto della madre di Hiroshi si sovrappose a quello della mia genitrice; avevano lo stesso sguardo, in quel momento, e solo allora mi resi conto che non era la prima volta che lo intravedevo sul suo volto; ero stata io, la sciocca, a non volerlo realmente vedere?
“Perché non sei stata presente anche quando papà è stato male, come adesso?”
Mia madre posò la forchetta nel piatto e si pulì le labbra con il tovagliolo.
“Perché me l’aveva chiesto lui.”
Balzai in piedi: “Come può essere? Papà non si è mai risvegliato dal coma!”
“No, non parlo di allora.”
Continuavo a non capire.
“Ti ricordi quella volta che tuo padre si sentì male e che io non c’ero?”
Feci cenno di sì con il capo, cercando di reprimere l’ondata di odio che mi aveva colpita ricordando quell’avvenimento.
“Quel giorno io non potetti sapere subito cosa fosse successo, perché all’ultimo minuto ci cambiarono di sede e quindi non feci in tempo a dare il numero a tuo padre. Allora i cellulari non erano ancora così diffusi come lo sono oggi.” Sorrise amaramente. “Quando poi riuscì a sapere cosa successe, corsi subito lì e tuo padre mi disse: ‘Quello che è successo oggi, mi ha fatto capire che la vita non è così lunga come può sembrare. Credevo di non farcela e ho avuto paura. Non per me, ma per te e Mara, che è ancora così piccola, perché vi avrei lasciate sole. Non voglio che le vostre vite siano rovinate per colpa mia, Laura.’ mi disse ‘Qualunque cosa dovesse succedermi, va’ avanti. Per me, per te e per Mara.’”
Gli occhi mi si riempirono di lacrime. “Perché non mi hai mai detto niente?” chiesi.
“Perché eri troppo piccola per capire.”
“Quella volta, forse. Ma quando morì papà, avevo quindici anni. Le ragazze di quell’età non sono così stupide da non capire una cosa simile.”
“Pensi davvero che mi avresti creduto, allora, se ti avessi detto una cosa del genere?”
Tacqui. No, naturalmente. L'avevo detestata con tutte le forze, perché non c’era mai stata per noi, quindi sarei sicuramente saltata alla conclusione che si stava inventando tutto.
“Hai preferito che ti odiassi, che me ne andassi, pur di non confidarti con me, anche dopo che papà è morto. Sono così inaffidabile?”
“Non è questo, Mara. Tu eri il mio punto fermo. Così indipendente e forte, nonostante tutto. E dopo, non aveva più importanza.”
“Certo che ce l’aveva!” mi alzai e la raggiunsi “Avrei potuto starti vicina, avremmo potuto affrontare diversamente la scomparsa di papà!”
Ormai urlavo e piangevo. “Perdonami, mamma…” riuscii infine a dire, tra i singhiozzi.
Lei scosse la testa e dal movimento delle sue spalle, capii che anche lei stava piangendo. ”No, Mara. Sei tu che devi perdonare questa stupida mamma che ti ritrovi!”
E, per la seconda volta in poche ore, ci ritrovammo una tra le braccia dell’altra in lacrime.

Nota dell’autrice:
Come da sottotitolo,anche questo capitolo partecipa alla sfida Temporal-mente, indetta da Criticoni.
In realtà, questa frase non fa parte del set che mi è stato fornito, ma ho effettuato una sostituzione (permessa dal regolamento). Questo perché, quando ho letto il testo di Paola e Chiara l’ho trovato adattissimo per descrivere Mara adolescente. Ma non è soltanto questo: la frase che ho scelto, ho pensato di riferirla sia alla situazione che viene a crearsi tra Hiroshi e Mara, sia quella, appunto, tra la ragazza e sua madre: basta avere modo di spiegarsi, che alla fine tutto si sistema per il meglio.
Quanto al capitolo in sé, voi non potete immaginare che parto sia stato. XD Spero di non essere stata troppo scontata e che non vi deluda troppo; in quel caso, commenti e critiche, ricordatelo, sono sempre ben accetti!