Un giorno, per caso
XI
XI
Devo tornare.
Era questo l’unico pensiero che mi martellava nella mente. Dovevo andare da lei, da loro. Cosa era successo? Eppure, fino a due giorni prima, la signora stava bene; però, era anche vero che in quei due giorni non avevo avuto tempo di andare a trovarli, troppo presa dai miei problemi.
Egoista. Stupida egoista.
“Cosa succede?”
La voce di Hiroshi mi giunse come un’eco lontana; quando mi girai verso di lui, a stento mi ricordai chi fosse e dove ci trovassimo. La mia espressione doveva essere molto simile a quella di una persona che ha appena visto un fantasma, perché mi guardò preoccupato.
“Tutto bene?”
“Devo andare. Devo tornare.” Continuavo a ripetere come in trance.
“Calmati…” mi prese per le spalle. “Dove devi andare?”
“Devo andare da lei. Come, come ho potuto essere così cieca? Se dovesse succederle qualcosa, io…”
“Calmati!” mi ripeté ancora una volta, abbracciandomi. Mi scostai velocemente da lui, troppo sconvolta per poter apprezzare la sua gentilezza.
“Andiamo, ti accompagno.”
“Vuoi scherzare?” mi prese le chiavi dalla mano. “Non sei in grado di guidare in questo stato. Ti accompagno io.”
“Tu sei abituato alla giuda giapponese. Sono più pratica io, per quanto possa essere sconvolta.”
Per un attimo non rispose, ma alla fine mi consegnò le chiavi, nonostante fosse piuttosto evidente che non era affatto convinto di quella decisione.
“D’accordo, ma ti accompagno. Non mi fido a lasciarti sola in questo stato.”
“Secondo me, ti telefonerà per sapere se sei tornata a casa sana e salva.”
Con rabbia, scacciai quell’assurdo pensiero dalla testa. Non era il momento, quello.
In genere, io non amavo l’alta velocità; anzi, avevo sempre criticato aspramente coloro che utilizzavano la strada come una pista di Formula Uno, che erano la causa di incidenti stradali, o che morivano per la propria stupidità. Eppure, in quel momento, tutti quei pensieri moralistici erano andati a farsi benedire assieme alla mia razionalità: il contachilometri segnava 130Km/h e, quando la strada era completamente libera, raggiungeva anche i 150.
“Mara… capisco che tu sia sconvolta… ma in ospedale ci vuoi arrivare con i tuoi piedi, o portata con una barella?”
Non risposi, troppo concentrata per poter prestare minimamente attenzione a quel che mi stava dicendo.
Sorpassai un paio di automobili, che per il mio personale senso della velocità erano troppo piano, e per poco non finii contro un’altra autovettura che giungeva dalla direzione opposta; tornai in corsia giusto in tempo, mentre l’uomo mi lanciava come regalo un suono prolungato di clacson, a cui aveva sicuramente accompagnato bestemmie di ogni genere, ma io lo ignorai senza troppe cerimonie; Hiroshi, al mio fianco, blaterava qualcosa, forse una preghiera.
“Mara,” la sua voce era gentile, ma si avvertiva un certo timore “Credi davvero che la tua amica sarà contenta di sapere che siamo morti cercando di raggiungerla?”
La sua mano si posò sulla mia, ancora sulle marce, invitandomi gentilmente a rallentare, e quindi a scalare.
Quel tocco gentile e delicato servì a restituirmi la lucidità necessaria per farmi rendere conto di quel che stavo facendo e di quanto avesse ragione: anche se a me in quel momento di morire non importava niente, non avevo il diritto di portare con me anche una persona innocente, che aveva avuto l’unica colpa di preoccuparsi per me e di causare sofferenza a chi mi stava aspettando.
Rallentai, ma solo quando il contachilometri raggiunse la più modica cifra di 80 km/h Hiroshi tirò un sospiro di sollievo; tuttavia, la sua preoccupazione non sarebbe comunque durata a lungo, visto che eravamo già alle porte della città.
Sicuro che, in un centro abitato, non avrei fatto sciocchezze – almeno per evitare di uccidere qualche eventuale, ignaro passante, suppongo – mi lasciò la mano. Sentii l’aria fredda sostituire il suo calore e per un attimo una parte del mio cervello registrò che quel distacco non l’aveva molto gradito.
“Siamo arrivati.” Gli comunicai dopo pochi minuti.
“Te la prendi se ti dico che, quando sei sconvolta, sarebbe meglio tu evitassi di guidare qualsiasi mezzo di trasporto, fosse pure una bicicletta?”
“Andiamo.” Dissi invece, evitando di rispondergli, ma sentendo il cuore un po’ più leggero.
Trovare il reparto in cui la signora Lucia era ricoverata non fu difficile: quella sera non c’erano state altre emergenze, perciò l’infermiera non ebbe problemi nell’indicarmi il signor Marcello, seduto su una panchina, le mani tra i capelli, in attesa di non sapevo bene cosa, ma sperai non dell’irreparabile.
“Signor Marcello…”
L’uomo alzò lo sguardo e il suo volto si illuminò. “Mara! Mio Dio, Grazie!”
Andai da lui e lo tenni fra le braccia finché non sentii le sue spalle rilassarsi. “Come sta?” chiesi.
Scosse la testa. “Non lo so. I medici le stanno facendo delle analisi, ma non hanno voluto dirmi nulla per non darmi falsi timori.”
O false speranze.
Mi sedetti accanto a lui, in silenzio. Solo quando una mano si posò sulla mia spalla, mi ricordai che Hiroshi era rimasto lì con me per tutto il tempo.
“Arrivando qui, ho notato un distributore. Vado a prenderti qualcosa.”
Annuii distrattamente. “Grazie.”
Lo guardai allontanarsi. Perché era così gentile con me? Forse tutti i giapponesi lo erano, o forse si sentiva in debito con me per qualcosa che, in fondo, avevo già dimenticato. Perché non potevano esserci altre ragioni: l’avevo sentito io stessa, no? La settimana successiva sarebbe ripartito e sarebbe ritornato alla sua vita di sempre e si sarebbe dimenticato di quella ragazza italiana che aveva incontrato in uno dei suoi tanti viaggi in quella terra che tanto aveva odiato.
“E’ quello il famoso ragazzo, vero?”
Il signor Marcello aveva l’aria di chi ha capito tutto e vuole divertirsi un po’; lo ammirai tantissimo per la forza che stava dimostrando in quel momento.
“Sì.”
“Allora non è un semplice conoscente…”
“Ha solo voluto sdebitarsi per l’aiuto che gli ho dato l’altro giorno.”
“Lo crede davvero?”
Annuii con convinzione. Lui lasciò andare la testa contro la parete. “Mia moglie direbbe che ha ancora da imparare sul cuore degli uomini.”
“Sua moglie avrebbe ragione, ma non in questo caso, mi creda.”
Ci zittimmo non appena lo vedemmo arrivare con due bicchieri di caffè caldo. “Non sapevo cosa prendervi, così ho optato per il caffè. Spero vada bene.”
A quanto pareva, quel giorno era proprio destino che mi imbottissi di caffè. E qualcosa mi diceva che quello non sarebbe stato l’ultimo.
Dovevo essermi appisolata un attimo, perché, quando sentii la porta aprirsi, balzai su spaventata. Il signor Marcello corse subito dal medico; Hiroshi, accanto a me, mi strinse la mano, mentre anche noi ci avvicinavamo a lui.
“Allora, dottore? Come sta mia moglie?”
“Beh…” l’uomo si pulì gli occhiali prendendo tempo, sperai non per trovare le parole giuste per darci qualche brutta notizia. “Sua moglie non è più una ragazzina e ha ormai una certa età. Abbiamo fatto tutti gli accertamenti possibili e, mi creda, non è risultato niente di anormale; probabilmente, si è trattato solo di stanchezza. Comunque, la terremo qui per qualche giorno in osservazione.”
“Sia ringraziato il cielo!”
Il signor Marcello proruppe in un singhiozzo di sollievo. Fu troppo anche per me: la vista mi si annebbiò e un istante dopo mi ritrovai tra le braccia di Hiroshi che piangevo disperata, mentre le sue mani mi accarezzavano dolcemente i capelli.
“Sta’ tranquilla, è tutto finito.” Continuava a bisbigliarmi, ma io non riuscivo a smettere di singhiozzare come una bambina.
“Posso vederla?”
“Meglio di no, signore, sua moglie in questo momento sta dormendo; anzi, consiglio anche a voi di riposarvi un po’. E ora, se volete scusarmi…”
Raggiunsi il signor Marcello. “Il dottore ha ragione. Vada, resterò qui io per un po’. Se ci sono problemi…”
“No. Io… non so davvero come ringraziarvi per essere venuti qui, non sapevo chi chiamare… ma adesso che so che mia moglie sta bene, voglio che anche voi andiate a riposarvi.”
“Ma…”
“Niente ma.” Si voltò verso Hiroshi, quasi implorante. “La prego, cerchi di convincerla lei.”
Ero troppo stanca per combattere contro due persone, così mi lasciai guidare fuori da Hiroshi. L’aria fredda della notte mi fece rabbrividire.
“Adesso guido io, e non ammetto repliche. Dimmi solo dove devo andare.” La voce di Hiroshi era calma, ma perentoria.
“Non sei stanco anche tu?”
“Meno di te sicuramente. Perciò, sali.”
Dovevo essere davvero distrutta, perché non ricordo assolutamente il tragitto che seguimmo per arrivare a casa mia; eppure, per ritrovarmi sotto casa, significava che dovevo averlo per forza guidato io.
“Credo che siamo arrivati.” Precisò infatti.
“Hiroshi, io…” mi voltai verso di lui “Non so come ringraziarti. Davvero. Per tutto. Se non fosse stato per te…”
“Non dirlo più. Ricordati che sono in debito con te.”
Scossi la testa: “Non mi riferivo solo a questa sera, ma anche a ieri. Sono io ad essere in debito con te!”
“Allora mi sa che l’abbiamo estinto a vicenda.”
Sorrisi: “Dai, sali su.”
Lui si agitò sul sedile in imbarazzo. “Ma… non so se…”
“Dove pensi di andare a quest’ora della notte, scusa?”
Alzò le spalle. “Mah, ci sarà un treno, no?”
Guardai l’orologio: “Alle quattro del mattino? Scherzi? Su, scendi.”
Non potevo definirmi una casalinga perfetta, ma almeno la mia abitazione poteva essere considerata un luogo vivibile: detestavo il disordine e questo mi aveva salvato dalle incursioni dell’ultimo secondo dei miei amici.
Hiroshi mi seguiva con circospezione, come un pesce fuor d’acqua; gli indicai il divano, facendogli segno di accomodarsi.
“E’ carino qui.” Commentò.
“Grazie.”
“Vivi da sola?”
“Sì. Ho le mie abitudini, e quindi non riesco a vivere con altra gente, così ho optato per una sistemazione diversa, non a Bari, ma tutta per me.”
“Non ti senti sola?”
“No, la solitudine non mi spaventa. E poi il signor Marcello e la signora Lucia cercano di starmi vicini il più possibile.”
“Per questo sei così affezionata a loro?”
“Sì. Con loro mi sento molto più a casa che con mia madre.”
“L’avevo capito.”
“Sempre da quella telefonata?”
“Sì. Il tuo timbro di voce era molto diverso.”
Appoggiai la testa sullo schienale del divano. “Mio padre se ne è andato quando avevo quindici anni, in un incidente stradale. E’ stato quattro mesi in coma, prima di morire. Mia madre è una stilista, quindi stava fuori spesso, così io e mio padre vivevamo praticamente da soli per la maggior parte del tempo. Quella sera, mamma gli chiese di andarla a prendere all’aeroporto. Io volevo accompagnarlo, ma mi disse che era meglio che fossi rimasta a casa, visto che era tardi, ché il giorno dopo dovevo andare a scuola. Fu un pirata a tagliargli la strada, facendolo sbandare.
“Se adesso io sono qui, lo devo a lui. Ma allora la sentii come una colpa, e non potei perdonare a mia madre di averlo fatto andare fin lì, nel cuore della notte.”
“Ma non era colpa sua.”
“Lo so. Però, quel che veramente non le perdonai, e non le perdono tuttora, fu che riprese a lavorare come se nulla fosse successo, mentre io continuavo ad andare a scuola ed ogni pomeriggio passavo a trovare mio padre. Ero sempre lì, tanto che gli infermieri spesso mi lasciavano restare anche oltre l’orario dovuto: facevo i compiti con lui, gli raccontavo la mia giornata… speravo che in questo modo tutto tornasse come prima, ma così non è stato. Ragion per cui, appena ho potuto, me ne sono andata da quella casa. Credo sia stato un bene anche per mia madre, senza una figlia di cui doversi occupare.”
Hiroshi mi strinse la mano. “Mi dispiace.”
“Ormai sono trascorsi quasi dieci anni. Non importa più, ormai.”
“Non intendo questo. Mi spiace aver riversato su di te anche i miei problemi. Sono stato un egoista.”
Lo guardai. “Beh, trova il lato positivo: grazie a me, hai potuto vedere un splendido film, assaggiato una piadina…”
“… e fatto pace con mia madre.”
“Già.”
La sua mano non aveva ancora abbandonato la mia. Restammo in silenzio a guardarci, abbandonati con la testa sul divano. Mi piacevano tanto i suoi occhi, decisi, più di quanto avrei voluto ammettere e in quell’istante mi resi conto che stavo superando un confine che non avrei dovuto oltrepassare. Eppure, lo capii solo allora, era ormai troppo tardi.
Fu lui il primo a muoversi. Così, con semplicità, come se fosse stato un gesto assolutamente naturale e logico, si allungò verso di me e mi baciò. Un attimo. Se non avessi sentito il suo calore ancora sulle mie labbra, avrei anche potuto credere di aver sognato tutto.
“Va’ a dormire. Sei distrutta.”
“Non ti sentirai solo?” chiesi.
Sorrise sornione. “Cos’è, una proposta indecente?”
“Forse.”
In condizioni normali, completamente sveglia e senza litri di caffè che mi scorrevano nelle vene neanche fosse stato alcol o una qualche strana droga, senza tutte quelle lacrime versate e da versare, senza la sua mano nella mia e il suo calore così vicino, probabilmente non l’avrei neanche pensata, quella parola, e sicuramente non detta. Eppure, quando quelle due sillabe uscirono dalla mia bocca, le trovai perfettamente logiche e normali, come il bacio di poco prima.
Non ricordo da chi partì l’iniziativa, stavolta, non ricordo neanche se rispose, o se, semplicemente, non disse nulla. Forse non ce ne fu bisogno, forse i nostri corpi parlavano abbastanza da soli. Però ricordo bene il suo sapore nella mia bocca e le sue mani, che prima mi accarezzavano lentamente, quasi con timore, ma che via via si facevano sempre più audaci e sicure.
Non ricordo neanche come finimmo in camera mia. Quando prestai attenzione a cosa stava accadendo intorno a me, eravamo ormai completamente nudi, l’uno di fronte all’altra. Le sue mani non mi avevano mai abbandonata e le sue labbra mi avevano esplorata completamente, fermandosi laddove, lo sentiva, il mio respiro si faceva più veloce. Fu quando avvertii le sue mani sulla mia femminilità che mi resi veramente conto di quel che stava accadendo.
La mia prima volta. E con una persona di cui, fino a pochi giorni prima, avevo amato solo la voce e desiderato di poter incontrare, anche solo per un attimo.
Se è un sogno, vi prego, non svegliatemi! Pregai a nessuno in particolare, mentre, lentamente, entrava in me. Istintivamente mi aggrappai a lui e serrai gli occhi per non urlare.
“Gomen…” si scusò, fermandosi.
Scossi la testa con forza, perché sapevo che, se avessi provato a parlare, non sarei stata credibile; lui però capì e proseguì più lentamente. Come faceva a leggere così bene nella mia mente e nel mio cuore? Mi chiesi ancora una volta, senza trovare una risposta.
Soltanto quando il dolore scomparve, diedi libero sfogo alla mia voce. E’ possibile provare una felicità così intensa da star male? Mi chiesi. E’ possibile sentirsi così felici, appagati, completi? Fino a poche ore prima, non l’avrei mai detto. Avevo sentito tanti racconti, da parte di Ilaria ed Enrico, ma viverlo, in prima persona, con la persona che, in quel momento, desideri più di ogni altra cosa, è completamente diverso.
Crollammo insieme e, probabilmente, anche il sonno ci raggiunse nello stesso istante.
Note dell’autrice
Ok, smettetela di guardami così. Sono io la prima a vergognarmi da morire per quello che ho scritto! XD Però dalla mia ho il fatto che NON E’ COLPA MIA! Hanno fatto tutto loro due! Io ho solo scritto! U.U *annuisce*.
Oddio, ditemi che non ho scritto schifezze, vi prego! T_T E se l’ho fatto, fustigatemi pure! XD
Era questo l’unico pensiero che mi martellava nella mente. Dovevo andare da lei, da loro. Cosa era successo? Eppure, fino a due giorni prima, la signora stava bene; però, era anche vero che in quei due giorni non avevo avuto tempo di andare a trovarli, troppo presa dai miei problemi.
Egoista. Stupida egoista.
“Cosa succede?”
La voce di Hiroshi mi giunse come un’eco lontana; quando mi girai verso di lui, a stento mi ricordai chi fosse e dove ci trovassimo. La mia espressione doveva essere molto simile a quella di una persona che ha appena visto un fantasma, perché mi guardò preoccupato.
“Tutto bene?”
“Devo andare. Devo tornare.” Continuavo a ripetere come in trance.
“Calmati…” mi prese per le spalle. “Dove devi andare?”
“Devo andare da lei. Come, come ho potuto essere così cieca? Se dovesse succederle qualcosa, io…”
“Calmati!” mi ripeté ancora una volta, abbracciandomi. Mi scostai velocemente da lui, troppo sconvolta per poter apprezzare la sua gentilezza.
“Andiamo, ti accompagno.”
“Vuoi scherzare?” mi prese le chiavi dalla mano. “Non sei in grado di guidare in questo stato. Ti accompagno io.”
“Tu sei abituato alla giuda giapponese. Sono più pratica io, per quanto possa essere sconvolta.”
Per un attimo non rispose, ma alla fine mi consegnò le chiavi, nonostante fosse piuttosto evidente che non era affatto convinto di quella decisione.
“D’accordo, ma ti accompagno. Non mi fido a lasciarti sola in questo stato.”
“Secondo me, ti telefonerà per sapere se sei tornata a casa sana e salva.”
Con rabbia, scacciai quell’assurdo pensiero dalla testa. Non era il momento, quello.
In genere, io non amavo l’alta velocità; anzi, avevo sempre criticato aspramente coloro che utilizzavano la strada come una pista di Formula Uno, che erano la causa di incidenti stradali, o che morivano per la propria stupidità. Eppure, in quel momento, tutti quei pensieri moralistici erano andati a farsi benedire assieme alla mia razionalità: il contachilometri segnava 130Km/h e, quando la strada era completamente libera, raggiungeva anche i 150.
“Mara… capisco che tu sia sconvolta… ma in ospedale ci vuoi arrivare con i tuoi piedi, o portata con una barella?”
Non risposi, troppo concentrata per poter prestare minimamente attenzione a quel che mi stava dicendo.
Sorpassai un paio di automobili, che per il mio personale senso della velocità erano troppo piano, e per poco non finii contro un’altra autovettura che giungeva dalla direzione opposta; tornai in corsia giusto in tempo, mentre l’uomo mi lanciava come regalo un suono prolungato di clacson, a cui aveva sicuramente accompagnato bestemmie di ogni genere, ma io lo ignorai senza troppe cerimonie; Hiroshi, al mio fianco, blaterava qualcosa, forse una preghiera.
“Mara,” la sua voce era gentile, ma si avvertiva un certo timore “Credi davvero che la tua amica sarà contenta di sapere che siamo morti cercando di raggiungerla?”
La sua mano si posò sulla mia, ancora sulle marce, invitandomi gentilmente a rallentare, e quindi a scalare.
Quel tocco gentile e delicato servì a restituirmi la lucidità necessaria per farmi rendere conto di quel che stavo facendo e di quanto avesse ragione: anche se a me in quel momento di morire non importava niente, non avevo il diritto di portare con me anche una persona innocente, che aveva avuto l’unica colpa di preoccuparsi per me e di causare sofferenza a chi mi stava aspettando.
Rallentai, ma solo quando il contachilometri raggiunse la più modica cifra di 80 km/h Hiroshi tirò un sospiro di sollievo; tuttavia, la sua preoccupazione non sarebbe comunque durata a lungo, visto che eravamo già alle porte della città.
Sicuro che, in un centro abitato, non avrei fatto sciocchezze – almeno per evitare di uccidere qualche eventuale, ignaro passante, suppongo – mi lasciò la mano. Sentii l’aria fredda sostituire il suo calore e per un attimo una parte del mio cervello registrò che quel distacco non l’aveva molto gradito.
“Siamo arrivati.” Gli comunicai dopo pochi minuti.
“Te la prendi se ti dico che, quando sei sconvolta, sarebbe meglio tu evitassi di guidare qualsiasi mezzo di trasporto, fosse pure una bicicletta?”
“Andiamo.” Dissi invece, evitando di rispondergli, ma sentendo il cuore un po’ più leggero.
Trovare il reparto in cui la signora Lucia era ricoverata non fu difficile: quella sera non c’erano state altre emergenze, perciò l’infermiera non ebbe problemi nell’indicarmi il signor Marcello, seduto su una panchina, le mani tra i capelli, in attesa di non sapevo bene cosa, ma sperai non dell’irreparabile.
“Signor Marcello…”
L’uomo alzò lo sguardo e il suo volto si illuminò. “Mara! Mio Dio, Grazie!”
Andai da lui e lo tenni fra le braccia finché non sentii le sue spalle rilassarsi. “Come sta?” chiesi.
Scosse la testa. “Non lo so. I medici le stanno facendo delle analisi, ma non hanno voluto dirmi nulla per non darmi falsi timori.”
O false speranze.
Mi sedetti accanto a lui, in silenzio. Solo quando una mano si posò sulla mia spalla, mi ricordai che Hiroshi era rimasto lì con me per tutto il tempo.
“Arrivando qui, ho notato un distributore. Vado a prenderti qualcosa.”
Annuii distrattamente. “Grazie.”
Lo guardai allontanarsi. Perché era così gentile con me? Forse tutti i giapponesi lo erano, o forse si sentiva in debito con me per qualcosa che, in fondo, avevo già dimenticato. Perché non potevano esserci altre ragioni: l’avevo sentito io stessa, no? La settimana successiva sarebbe ripartito e sarebbe ritornato alla sua vita di sempre e si sarebbe dimenticato di quella ragazza italiana che aveva incontrato in uno dei suoi tanti viaggi in quella terra che tanto aveva odiato.
“E’ quello il famoso ragazzo, vero?”
Il signor Marcello aveva l’aria di chi ha capito tutto e vuole divertirsi un po’; lo ammirai tantissimo per la forza che stava dimostrando in quel momento.
“Sì.”
“Allora non è un semplice conoscente…”
“Ha solo voluto sdebitarsi per l’aiuto che gli ho dato l’altro giorno.”
“Lo crede davvero?”
Annuii con convinzione. Lui lasciò andare la testa contro la parete. “Mia moglie direbbe che ha ancora da imparare sul cuore degli uomini.”
“Sua moglie avrebbe ragione, ma non in questo caso, mi creda.”
Ci zittimmo non appena lo vedemmo arrivare con due bicchieri di caffè caldo. “Non sapevo cosa prendervi, così ho optato per il caffè. Spero vada bene.”
A quanto pareva, quel giorno era proprio destino che mi imbottissi di caffè. E qualcosa mi diceva che quello non sarebbe stato l’ultimo.
Dovevo essermi appisolata un attimo, perché, quando sentii la porta aprirsi, balzai su spaventata. Il signor Marcello corse subito dal medico; Hiroshi, accanto a me, mi strinse la mano, mentre anche noi ci avvicinavamo a lui.
“Allora, dottore? Come sta mia moglie?”
“Beh…” l’uomo si pulì gli occhiali prendendo tempo, sperai non per trovare le parole giuste per darci qualche brutta notizia. “Sua moglie non è più una ragazzina e ha ormai una certa età. Abbiamo fatto tutti gli accertamenti possibili e, mi creda, non è risultato niente di anormale; probabilmente, si è trattato solo di stanchezza. Comunque, la terremo qui per qualche giorno in osservazione.”
“Sia ringraziato il cielo!”
Il signor Marcello proruppe in un singhiozzo di sollievo. Fu troppo anche per me: la vista mi si annebbiò e un istante dopo mi ritrovai tra le braccia di Hiroshi che piangevo disperata, mentre le sue mani mi accarezzavano dolcemente i capelli.
“Sta’ tranquilla, è tutto finito.” Continuava a bisbigliarmi, ma io non riuscivo a smettere di singhiozzare come una bambina.
“Posso vederla?”
“Meglio di no, signore, sua moglie in questo momento sta dormendo; anzi, consiglio anche a voi di riposarvi un po’. E ora, se volete scusarmi…”
Raggiunsi il signor Marcello. “Il dottore ha ragione. Vada, resterò qui io per un po’. Se ci sono problemi…”
“No. Io… non so davvero come ringraziarvi per essere venuti qui, non sapevo chi chiamare… ma adesso che so che mia moglie sta bene, voglio che anche voi andiate a riposarvi.”
“Ma…”
“Niente ma.” Si voltò verso Hiroshi, quasi implorante. “La prego, cerchi di convincerla lei.”
Ero troppo stanca per combattere contro due persone, così mi lasciai guidare fuori da Hiroshi. L’aria fredda della notte mi fece rabbrividire.
“Adesso guido io, e non ammetto repliche. Dimmi solo dove devo andare.” La voce di Hiroshi era calma, ma perentoria.
“Non sei stanco anche tu?”
“Meno di te sicuramente. Perciò, sali.”
Dovevo essere davvero distrutta, perché non ricordo assolutamente il tragitto che seguimmo per arrivare a casa mia; eppure, per ritrovarmi sotto casa, significava che dovevo averlo per forza guidato io.
“Credo che siamo arrivati.” Precisò infatti.
“Hiroshi, io…” mi voltai verso di lui “Non so come ringraziarti. Davvero. Per tutto. Se non fosse stato per te…”
“Non dirlo più. Ricordati che sono in debito con te.”
Scossi la testa: “Non mi riferivo solo a questa sera, ma anche a ieri. Sono io ad essere in debito con te!”
“Allora mi sa che l’abbiamo estinto a vicenda.”
Sorrisi: “Dai, sali su.”
Lui si agitò sul sedile in imbarazzo. “Ma… non so se…”
“Dove pensi di andare a quest’ora della notte, scusa?”
Alzò le spalle. “Mah, ci sarà un treno, no?”
Guardai l’orologio: “Alle quattro del mattino? Scherzi? Su, scendi.”
Non potevo definirmi una casalinga perfetta, ma almeno la mia abitazione poteva essere considerata un luogo vivibile: detestavo il disordine e questo mi aveva salvato dalle incursioni dell’ultimo secondo dei miei amici.
Hiroshi mi seguiva con circospezione, come un pesce fuor d’acqua; gli indicai il divano, facendogli segno di accomodarsi.
“E’ carino qui.” Commentò.
“Grazie.”
“Vivi da sola?”
“Sì. Ho le mie abitudini, e quindi non riesco a vivere con altra gente, così ho optato per una sistemazione diversa, non a Bari, ma tutta per me.”
“Non ti senti sola?”
“No, la solitudine non mi spaventa. E poi il signor Marcello e la signora Lucia cercano di starmi vicini il più possibile.”
“Per questo sei così affezionata a loro?”
“Sì. Con loro mi sento molto più a casa che con mia madre.”
“L’avevo capito.”
“Sempre da quella telefonata?”
“Sì. Il tuo timbro di voce era molto diverso.”
Appoggiai la testa sullo schienale del divano. “Mio padre se ne è andato quando avevo quindici anni, in un incidente stradale. E’ stato quattro mesi in coma, prima di morire. Mia madre è una stilista, quindi stava fuori spesso, così io e mio padre vivevamo praticamente da soli per la maggior parte del tempo. Quella sera, mamma gli chiese di andarla a prendere all’aeroporto. Io volevo accompagnarlo, ma mi disse che era meglio che fossi rimasta a casa, visto che era tardi, ché il giorno dopo dovevo andare a scuola. Fu un pirata a tagliargli la strada, facendolo sbandare.
“Se adesso io sono qui, lo devo a lui. Ma allora la sentii come una colpa, e non potei perdonare a mia madre di averlo fatto andare fin lì, nel cuore della notte.”
“Ma non era colpa sua.”
“Lo so. Però, quel che veramente non le perdonai, e non le perdono tuttora, fu che riprese a lavorare come se nulla fosse successo, mentre io continuavo ad andare a scuola ed ogni pomeriggio passavo a trovare mio padre. Ero sempre lì, tanto che gli infermieri spesso mi lasciavano restare anche oltre l’orario dovuto: facevo i compiti con lui, gli raccontavo la mia giornata… speravo che in questo modo tutto tornasse come prima, ma così non è stato. Ragion per cui, appena ho potuto, me ne sono andata da quella casa. Credo sia stato un bene anche per mia madre, senza una figlia di cui doversi occupare.”
Hiroshi mi strinse la mano. “Mi dispiace.”
“Ormai sono trascorsi quasi dieci anni. Non importa più, ormai.”
“Non intendo questo. Mi spiace aver riversato su di te anche i miei problemi. Sono stato un egoista.”
Lo guardai. “Beh, trova il lato positivo: grazie a me, hai potuto vedere un splendido film, assaggiato una piadina…”
“… e fatto pace con mia madre.”
“Già.”
La sua mano non aveva ancora abbandonato la mia. Restammo in silenzio a guardarci, abbandonati con la testa sul divano. Mi piacevano tanto i suoi occhi, decisi, più di quanto avrei voluto ammettere e in quell’istante mi resi conto che stavo superando un confine che non avrei dovuto oltrepassare. Eppure, lo capii solo allora, era ormai troppo tardi.
Fu lui il primo a muoversi. Così, con semplicità, come se fosse stato un gesto assolutamente naturale e logico, si allungò verso di me e mi baciò. Un attimo. Se non avessi sentito il suo calore ancora sulle mie labbra, avrei anche potuto credere di aver sognato tutto.
“Va’ a dormire. Sei distrutta.”
“Non ti sentirai solo?” chiesi.
Sorrise sornione. “Cos’è, una proposta indecente?”
“Forse.”
In condizioni normali, completamente sveglia e senza litri di caffè che mi scorrevano nelle vene neanche fosse stato alcol o una qualche strana droga, senza tutte quelle lacrime versate e da versare, senza la sua mano nella mia e il suo calore così vicino, probabilmente non l’avrei neanche pensata, quella parola, e sicuramente non detta. Eppure, quando quelle due sillabe uscirono dalla mia bocca, le trovai perfettamente logiche e normali, come il bacio di poco prima.
Non ricordo da chi partì l’iniziativa, stavolta, non ricordo neanche se rispose, o se, semplicemente, non disse nulla. Forse non ce ne fu bisogno, forse i nostri corpi parlavano abbastanza da soli. Però ricordo bene il suo sapore nella mia bocca e le sue mani, che prima mi accarezzavano lentamente, quasi con timore, ma che via via si facevano sempre più audaci e sicure.
Non ricordo neanche come finimmo in camera mia. Quando prestai attenzione a cosa stava accadendo intorno a me, eravamo ormai completamente nudi, l’uno di fronte all’altra. Le sue mani non mi avevano mai abbandonata e le sue labbra mi avevano esplorata completamente, fermandosi laddove, lo sentiva, il mio respiro si faceva più veloce. Fu quando avvertii le sue mani sulla mia femminilità che mi resi veramente conto di quel che stava accadendo.
La mia prima volta. E con una persona di cui, fino a pochi giorni prima, avevo amato solo la voce e desiderato di poter incontrare, anche solo per un attimo.
Se è un sogno, vi prego, non svegliatemi! Pregai a nessuno in particolare, mentre, lentamente, entrava in me. Istintivamente mi aggrappai a lui e serrai gli occhi per non urlare.
“Gomen…” si scusò, fermandosi.
Scossi la testa con forza, perché sapevo che, se avessi provato a parlare, non sarei stata credibile; lui però capì e proseguì più lentamente. Come faceva a leggere così bene nella mia mente e nel mio cuore? Mi chiesi ancora una volta, senza trovare una risposta.
Soltanto quando il dolore scomparve, diedi libero sfogo alla mia voce. E’ possibile provare una felicità così intensa da star male? Mi chiesi. E’ possibile sentirsi così felici, appagati, completi? Fino a poche ore prima, non l’avrei mai detto. Avevo sentito tanti racconti, da parte di Ilaria ed Enrico, ma viverlo, in prima persona, con la persona che, in quel momento, desideri più di ogni altra cosa, è completamente diverso.
Crollammo insieme e, probabilmente, anche il sonno ci raggiunse nello stesso istante.
Note dell’autrice
Ok, smettetela di guardami così. Sono io la prima a vergognarmi da morire per quello che ho scritto! XD Però dalla mia ho il fatto che NON E’ COLPA MIA! Hanno fatto tutto loro due! Io ho solo scritto! U.U *annuisce*.
Oddio, ditemi che non ho scritto schifezze, vi prego! T_T E se l’ho fatto, fustigatemi pure! XD