Per attimo, mi sembrò di essere tornata indietro nel tempo, a quella mattina in cui tutto era iniziato, davanti alla stanza del professor Amani; perché, se era vero che ci trovavamo in un luogo diverso, l’atmosfera che si respirava era la stessa.
“Che cosa ci fate qui?” chiese Hiroshi. Il suo tono era accusatorio, proprio come la volta precedente: il ragazzo simpatico e alla mano, con cui avevo condiviso le due ore precedenti, era completamente scomparso. “Avete iniziato a seguirmi, per caso?”
“Niente affatto.” La risposta del professor Amani era tranquilla “Per la verità, veniamo a Giovinazzo molto spesso. Nel centro storico ci sono ottime pizzerie e il panorama che si gode è splendido.”
“Mi stai dicendo che stavate semplicemente facendo una passeggiata?” Hiroshi non sembrava per nulla convinto.
“Pensala come ti pare, Hiroshi. Buona serata. Arrivederci anche a lei, signorina.” Il professor Amani allungò il passo, deciso a superarci e a proseguire per la propria strada.
La signora guardò ancora una volta suo figlio, indecisa se seguire il marito, oppure proseguire la conversazione; alla fine, provò a trovare una soluzione di compromesso: “Perché non andiamo a prenderci un caffè tutti insieme? Ne potremmo approfittare per parlare un po’…”
Dallo sguardo freddo e distaccato di Hiroshi, intuii subito la risposta che stava per darle, così intervenni prima che fosse troppo tardi: “Perché no? Non ci stavamo giusto andando anche noi?”
I tre si voltarono nella mia direzione: la signora mi sorrise raggiante, mentre il marito aveva un’espressione imperscrutabile; Hiroshi invece, apriva e chiudeva la bocca senza sapere esattamente cosa dire. Come se non lo sapessi da me.
Voltò la testa verso sua madre, poi tornò a guardare me: “Ti va davvero un caffè?”
“Vuoi che mi addormenti alla guida?”
Sospirò, lanciandomi un’occhiata fugace: “D’accordo, allora.”
Avevo intuito in quale bar il professore ci stesse conducendo dal fatto che avevamo preso una strada che ci allontanava dal mare. Per le vie, non c’era quasi nessuno: a quell’ora, la temperatura era scesa ancora e la gente preferiva fare un giro nella piazza centrale, piuttosto che prendersi l’umidità del mare.
Procedevamo in silenzio, il signor Amani e la moglie che ci precedevano di qualche passo. Sentivo lo sguardo di Hiroshi fisso su di me; sapevo che non avrei potuto evitare di rispondere alle sue domande ancora per molto, così mi fermai all’improvviso e mi chinai, come se dovessi allacciarmi una scarpa; Hiroshi si fermò immediatamente al mio fianco, mentre i due continuavano a camminare.
Aspettò con calma che mi rialzassi e finalmente esplose: “Ma che fai?”
“Mi allaccio una scarpa.” Risposi, calma.
“Non intendevo questo.” Gettò un’occhiata eloquente nella direzione dei due che, nel frattempo, avevano notato la nostra assenza e si erano fermati per constatare cosa fosse successo, probabilmente attratti dalle nostre voci. “Allora?”
“Allora,” stavolta fu il mio turno di assumere un’espressione glaciale “credo che sia giunto il momento di finirla. Io non credo nel destino né nel caso, Hiroshi, ma penso che certe occasioni bisogna coglierle al volo. Quella donna soffre per te, glielo si legge in faccia. Ti chiedo soltanto di parlarle, per una volta. Tutto qui.”
“Ti rendi conto che ti stai immischiando in qualcosa che non ti riguarda?”
“Ti rendi conto che, se ci sono finita, è solo colpa tua?” ribattei, mettendolo a tacere. “Ti sta chiedendo solo un caffè. Concediglielo. Concedi
melo. Prendila come… un modo per ripagarmi la cena, ecco.”
“D’accordo. Ma la prossima volta pago io.” Capitolò infine.
Le nostre risate, trasportate dal vento, si persero nelle acque del mare, mentre, a passo più sostenuto, raggiungevamo i due coniugi.
“Allora, cosa prendete?” chiese il professor Amani con un tono insolitamente allegro.
Indugiai ancora un istante sul menù, facendo finta di scegliere qualcosa di interessante. Anche se avevo detto che avrei voluto prendere un caffè, una volta entrata, mi ero accorta di avere lo stomaco chiuso. Forse quel dolce non avrei dovuto mangiarlo, pensai.
“Per me un caffè.” Decisi comunque alla fine, più per digerire che per coerenza.
“Anche per me.”
“Allora due caffè, un tè e un digestivo.” Ricapitolò andando ad ordinare.
Mi guardai intorno: come avevo immaginato, il locale era semivuoto e non certo a causa dell’orario. Si trattava di un bar un po’ fuori mano, carino, ma non propriamente centrale e che quindi i ragazzi per lo più non frequentavano: l’ideale per avere una tranquilla conversazione senza essere disturbati.
I miei due compagni non sembravano intenzionati a iniziare una chiacchierata, l’uno facendo finta che l’altro non ci fosse; l’altra cercando una qualsiasi scusa per instaurare un minimo di dialogo, senza sembrare invadente.
“Allora… Mara, vero?” provò, scegliendo me come oggetto della conversazione; non che non me lo aspettassi, ma la cosa mi mise piuttosto a disagio. “Studi anche tu all’ateneo?”
“Sì. Sto frequentando la specialistica in editoria.”
“Vuoi diventare giornalista, allora?”
“Sì e no. Diciamo che mi piace scrivere, ma non mi interesso molto di politica e cronaca, preferisco i romanzi e la critica.”
“Sogni di diventare scrittrice, quindi?”
Curioso, quella conversazione aveva un che di già visto.
“Diciamo che mi piacerebbe. Per adesso, pubblico qualche racconto su un quotidiano locale.”
“Davvero? Sembra interessante. Spero che un giorno tu possa sfondare.”
Farfugliai qualcosa come ringraziamento, mentre Hiroshi continuava a tacere.
“E a te come va il lavoro, Hiroshi?”
Lo sentii muoversi accanto a me, ma non lo guardai. “Be… bene.”
“Hai già stipulato un nuovo contratto, oppure no?”
“No… non ancora. Devo decidere.”
Avvertivo il suo imbarazzo e per un attimo fui tentata di rivelargli la verità; tuttavia, l’arrivo del professore mise fine alla discussione e ai miei dubbi.
“Allora, Hiroshi. Quanto tempo resterai ancora in Italia?” chiese invece lui.
“Non so di preciso.” Improvvisamente, l’atmosfera si fece molto più leggera “Il nonno mi ha detto che mi ospiterebbe volentieri, se decidessi di restare più a lungo, ma credo che partirò la settimana prossima, visto che ho degli impegni in Giappone.”
Il caffè mi andò di traverso e cominciai a tossire con violenza.
“Ehi! Tutto bene?”
Annuii e cercai con lo sguardo la toilette. Non mi scusai neanche, perché il bruciore non mi permetteva di parlare. Continuai a tossire ancora per un po’, e solo quando, una volta in bagno, alzai lo sguardo e incontrai la me nello specchio, mi resi conto che avevo le lacrime agli occhi, mentre qualcosa di pesante mi opprimeva il petto. Appoggiai le mani sul lavabo, nel vano tentativo di calmare il battito cardiaco che si era fatto tutt’a un tratto più veloce.
Che cosa mi era preso? Era stato il calore troppo forte della bevanda, ne ero sicura. E quelle lacrime, il battito accelerato, solo una conseguenza. Sì, doveva essere così, nonostante qualcosa dentro di me non fosse molto d’accordo.
Mi sciacquai la faccia, decisa a ritornare dagli altri prima che fossero venuti a cercarmi e mi avessero trovato in quello stato. Non mi resi neanche conto di quanto tempo fosse effettivamente trascorso, e solo in un secondo momento mi accorsi che li avevo lasciati soli.
Mentre tornavo indietro, pregai che non fosse andato tutto bene e che Hiroshi non avesse deciso nuovamente di piantarli in asso; mi consolò il pensiero che, anche se avesse voluto farlo, non sarebbe potuto andare da nessuna parte, visto che non conosceva il posto e che, senza di me, difficilmente sarebbe potuto tornare a Bari.
Con mia grande sorpresa, i tre erano intenti in una fitta conversazione, tanto che non si erano resi subito conto del mio arrivo. Fu Hiroshi il primo a notarmi e mi venne subito accanto.
“Stai bene?” mi chiese preoccupato.
“Sì. Scusate…”
“Ma no, cara, figurati. Hiroshi ci stava raccontando la trama del film che avete visto ieri.”
“Oh.” fu il mio unico commento, non sapendo cosa dire. Hiroshi mi sorrise, per indicarmi che andava tutto bene.
“Dev’essere stato noiosissimo. La recensione che ho letto l’ha stroncato con un bel due.”
Alzai le spalle: “Purtroppo una collega ci ha quasi costretti, ma, fortunatamente, ci ha risparmiato il peggio.” E mi lanciai nel racconto dell’impresa di Enrico.
“Enrico Moretti, vero?”
Lo fissai, incredula. “Non credevo che i professori conoscessero il nome dei propri studenti.”
“Infatti non li conosco. Il signor Moretti è venuto da me per chiedermi la tesi.”
“Come?!” ero semplicemente sconcertata.
“Non lo sapeva? La sua idea era quella di parlare dell’omosessualità nella letteratura inglese dell’Ottocento.”
“Però! Non mi aspettavo che stesse già pensando alla tesi.”
“A quanto pare, sì. E’ un ragazzo particolare, ma molto sveglio, e sa quel che vuole dalla vita.”
Pensai ad Enrico e mi resi conto che, in fondo, del nostro amico conoscevo davvero poco. Probabilmente Luca, invece, era riuscito a vedere al di là delle apparenze, e forse era stata proprio quella verità nascosta ad averlo fatto innamorare. Ripensai ai miei amici e mi chiesi se si fossero già chiariti o se lo stessero facendo in quel momento.
“Già, è un ragazzo in gamba.”
“Bene, ragazzi,” il professor Amani consultò il suo orologio “per noi si è fatto tardi. Non siamo più giovani come voi, quindi ce ne andiamo e vi lasciamo proseguire la serata.” Concluse, ammiccando nella nostra direzione.
“No.” Hiroshi si alzò contemporaneamente a lui “Anche noi stiamo andando. E, visto che si sta facendo tardi e tu devi guidare, sarà meglio che torniamo anche noi.”
Guardai anche io l’orologio e mi accorsi che mancavano pochi minuti alla mezzanotte. Aveva ragione: facendo un paio di calcoli, sarei tornata a casa più o meno verso l’una.
“Come volete. Noi abbiamo parcheggiato qui vicino, nell’interno.”
“Noi invece sul lungomare, quindi mi sa che ci salutiamo qui.”
Ci fu un attimo di silenzio, come sempre accade quando due persone devono lasciarsi e non sanno come farlo; probabilmente, la signora avrebbe voluto trascorrere ancora un po’ di tempo con suo figlio, ma capiva che non era il caso di forzare le cose.
“Arrivederci, ragazzi.” Il professore mi tese la mano e io gliela strinsi con forza.
“Arrivederci professore. Signora…”
La donna mi salutò distrattamente, mentre lo sguardo correva già verso Hiroshi.
“Allora… ciao, Hiroshi.”
“Ciao, mamma.” Rispose e, inaspettatamente, si chinò verso di lei per darle un bacio sulla guancia. La donna sgranò gli occhi e si toccò il volto, temendo di star sognando.
“Hi… Hiroshi…”
“Con questo, mamma, non vuol dire che ti abbia perdonato. Tu non potrai mai capire come mi sia sentito io, abbandonato da mia madre proprio quando avevo più bisogno di lei.”
Gli occhi le si riempirono di lacrime “Io…”
“Però…” Hiroshi proseguì ignorandola “capisco la tua scelta. Non la condivido, ovviamente, ma la capisco. Ti ho vista serena, oggi, come non lo sei mai stata con con papà. E questo, come figlio, mi fa male, ma allo stesso tempo sono contento. Quando tornerò a casa, dirò a papà che, come desiderava, anche tu adesso sei felice.”
La signora Benedetta scoppiò in lacrime e suo marito le cinse le spalle protettivo, mentre Hiroshi usciva dal locale. Lanciai un ultimo sguardo verso il professore, ma lui era troppo preoccupato per sua moglie per accorgersene, così seguì Hiroshi all’esterno.
“Sono fiera di te.” Commentai, con un sorriso.
“Andiamo, dai.” Mi esortò invece, senza guardarmi.
Continuammo a camminare in silenzio per un po’. Eravamo quasi arrivati alla mia macchina, quando finalmente si voltò verso di me.
“Cosa c’è?”
“Tu lo sapevi che sarebbe finita così, vero?”
“No, ma ci speravo. Quando hai accettato la proposta di tua madre, avresti potuto benissimo rifiutarla, ma non lo hai fatto.”
“Forse ho agito così semplicemente perché me l’hai chiesto tu.”
“No. Altrimenti nel locale non avresti aperto bocca. La verità è che avevi bisogno solo di una piccola spinta.”
Mi sorrise, come mai aveva fatto. Era un sorriso dolce, tenero, malinconico. Bellissimo.
Ti prego, non guardarmi in quel modo, altrimenti finirò davvero per innamorarmi di te…“Grazie.” Si abbassò verso di me e poggiò la sua fronte contro la mia. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio e il mio cuore aveva di nuovo preso a battermi all’impazzata.
“Pre…”
Il suono insistente del telefono mi riportò alla realtà; l’impatto fu peggiore di quel che pensassi e mi ritrovai istintivamente a voltargli le spalle.
Era il signor Marcello. Un brivido mi percorse la schiena: cosa poteva volere a quell’ora da me? Doveva essere accaduto sicuramente qualcosa.
“Signor Marcello, che succede?” chiesi.
Il silenzio che seguì, dall’altro capo del telefono, mi spaventò ancora di più.
“Signorina… mi spiace disturbarla a quest’ora, però…”
Aveva la voce rotta. In meno di un secondo, mi ritornò in mente il particolare delle medicine che stringeva in mano.
“Cosa è successo?” ripetei quasi urlando.
“Mia moglie… mia moglie si è sentita male. Ho chiamato l’ambulanza… adesso sono all’ospedale…”
Note dell’autrice:Come da sottotitolo, anche questo capitolo partecipa alla sfida
Temporal-mente, indetta da Criticoni. Ho tradotto la frase in questione con “Hai ancora gli stessi atteggiamenti, ora?” e ovviamente la domanda si riferisce ad Hiroshi e al suo rapporto con la madre. Oddio, forse le due cose c’entrano solo nella mia testa! XDD