Lo vidi arrivare dall’altra parte della piazza, ma feci finta di non averlo notato, prima che arrivasse a pochi metri da me e mi sorridesse: dal cappotto si intravedeva un maglione beige che faceva risaltare ancora di più il colore dei suoi occhi.
“Ciao. Sono in ritardo?”
La puntualità era una caratteristica dei giapponesi che adoravo. “No, sono io in anticipo. Il treno è arrivato qualche minuto fa.”
“Oh bene.” Sorrise rincuorato. “Allora, dove andiamo?”
Indicai la strada alla nostra sinistra: “Proprio qui vicino. Il cinema è a due passi.”
“Mi hai detto che recita un tuo amico.” Si aggiornò mentre ci incamminavamo.
“Non esattamente. Recita il fratello di una mia compagna di corso. Praticamente, ci ha costretti ad andare.”
“Ma di che cosa parla?”
“Ah, non ne abbiamo idea!”
“Vai a vedere un film senza conoscerne la trama?”
“Beh, so che se non ci andassimo, se la prenderebbe tantissimo. Quindi, tra i due, preferisco il film.”
“Uh. E’ così spaventosa?”
“Spaventosa è anche poco.” Commentò una voce alle nostre spalle, ed Enrico si materializzò tra noi. “Mara è stata davvero un mostro a farti questo! Comunque… piacere, Enrico. Sono il suo fratello maggiore.”
“Ma se hai sette mesi meno di me!”
Enrico scosse un dito davanti al mio naso. “No, no, cara. E’ il cervello che conta. Io sono molto più maturo di te, e tu sei solo una povera ragazza indifesa.”
“Non farci caso, lui è fatto così.” Spiegò Luca, tendendogli la mano. “Io sono Luca, piacere.”
“Io sono Hiroshi. Onorato di conoscervi.” A pensarci bene, era la prima volta che pronunciava il suo nome.
“E lei è la mia migliore amica Ilaria.” Terminai le presentazioni io.
“E’ un vero piacere conoscerti, Hiroshi. Hai suscitato parecchio scalpore ieri in ateneo.”
Mi guardò sorpreso: “Davvero?”
“Eh sì. Non è cosa di tutti i giorni vedere un giapponese all’università, soprattutto così carino.”
Arrossì e io mi sentii in imbarazzo per lui: non doveva essere poi così abituato alla schiettezza italiana, nonostante gli insegnamenti materni.
“Piantala, Enrico.” Luca si trascinò il nostro amico verso il cinema, lasciandoci indietro di qualche passo.
Ilaria mi si avvicinò, con aria circospetta. “Mara, è solo la mia impressione, oppure Luca è un po’ strano ultimamente?”
“L’ho notato anche io, veramente.”
Quando arrivammo, trovammo Ylenia ad attenderci con un gruppo di ragazzi dall’aria piuttosto familiare. Quando ci intravide, agitò la mano nella nostra direzione, facendoci cenno di raggiungerla.
“Oggi il cinema sembra il ritrovo della facoltà di lettere!”
Il commento di Enrico non era poi così esagerato, se si teneva conto che conoscevamo tutti i presenti, almeno di vista.
“Ragazzi, sono contenta che siate venuti! Vi assicuro che mio fratello è bravissimo! Ho pianto tantissimo!”
“Ma come…” la domanda sorse spontanea “Non avevi detto che il film è uscito oggi?”
“Certo! Io sono già stata al primo e al secondo spettacolo. Vedrete, vi piacerà sicuramente!”
“Che dite, andiamo a comprare il biglietto?”
La proposta di Ilaria fu immediatamente accettata da tutti, così ci defilammo dai ragazzi il più velocemente possibile.
“Sai,” Hiroshi si abbassò alla mia altezza “credo di aver capito perché avete accettato…”
Naturalmente fu solo un caso se trovammo posto il più distante possibile da Ylenia. Normalmente non avremmo potuto avere così tanta fortuna, visto che le poltrone venivano assegnate a caso dalla cassiera, al momento dell’emissione del biglietto; tuttavia, avere un amico impiccione e senza peli sulla lingua, a volte, poteva essere utile, quindi non tentammo neanche di fermarlo quando si avvicinò alla ragazza con sguardo seducente e le fece un occhiolino mentre le chiedeva i biglietti.
“Senta, signorina…” allungò lo sguardo per leggere il suo nome sul cartellino “… Angelica. Posso chiederle un grande, enorme, favore?”
La ragazza era sul punto di ridere, ma si trattenne: “Mi dica.”
“Senta…” le si avvicinò ancora di più, come se volesse rivelarle un importante segreto che nessuno doveva assolutamente conoscere, i suoi occhi azzurri fissi in quelli castani di lei “La vede quella ragazza là fuori… quella che pare abbia visto già i due spettacoli precedenti?”
“Ah, sì, ho capito benissimo. Ebbene?”
“Ebbene, gentilmente…” il suo sorriso si fece, se possibile, ancora più ampio “Siccome noi siamo persone che amiamo gustarci un film in completo silenzio e lei, la conosciamo, è una ragazza un po’… come dire? Esuberante? Non è che, per caso, potrebbe…”
Questa volta non resistette e scoppiò a ridere.
“Ok, ho capito. Lasciate fare a me.”
Entrammo in sala che ancora ridevamo.
“Ma tu non sei gay? Come fai a conquistare anche le donne?”
“Elementare, mia cara Ila! Sono un genio della seduzione, non lo sapevi? Uomo o donna che sia, ci metto sempre l’anima, io, per conquistare qualcuno. Se vuoi, posso darti qualche lezione, ma
che rie!”
“Ma smettila!” lo canzonò lei, venendo a sedersi accanto a me.
“Magari potrei dare ripetizioni anche a Luca, così si trova una ragazza!”
Il mio amico lo ignorò e indicò la poltrona accanto ad Hiroshi: “Posso sedermi qui?”
Hiroshi annuii e scalammo di un posto. Enrico, che ci era rimasto un po’ male per aver potuto continuare il suo gioco, si sedette al proprio posto senza aprire più bocca.
Inutile dire che il film fu di una noia terribile. Era da quando avevo avuto la brillante idea di andare a vedere Troy, anni prima, più per vedere se il film facesse così schifo come mi avevano detto gli altri che per un reale interesse verso questo, che non rimpiangevo i miei soldi in quel modo.
Il film, nella più classica delle tragedie italiane pseudostoriche, narrava la storia di una ragazza madre, ebrea, per giunta, e delle difficoltà che aveva dovuto superare per poter mantenere il proprio bambino. Era l’epoca della seconda guerra mondiale, quindi il mondo non era ancora pronto ad accettare una giovane senza marito, con un figlio a carico, da crescere da sola, senza un soldo e con un disperato bisogno di lavorare. La ragazza finiva per trovare un impiego in un ospedale, come infermiera e ritrovava per caso il padre del piccolo; lui, ovviamente, non l‘aveva mai dimenticata, ma era stato costretto a lasciarla perché la sua famiglia – ricca, benestante e razzista – non accettava la loro unione. Eravamo quasi convinti che ci sarebbe stato un lieto fine, quando, inaspettatamente, l’uomo venne ucciso perché aveva aiutato i partigiani nella loro lotta; tuttavia, aveva fatto in tempo a lasciare tutti i propri averi alla donna che aveva amato e al loro bambino.
Come trama, avrebbe anche potuto essere carina, se gli attori si fossero impegnati un po’ di più e non avessero voluto mantenere quel tono da tragedia greca tanto amato nelle produzioni italiane e da me altrettanto odiato.
Il famoso Stefano, la causa per cui eravamo stati costretti a vedere uno spettacolo che non avremmo calcolato neanche per sbaglio, apparve nell’ultima scena del film e impersonava l’importantissimo ed essenziale cameriere – che non pronunciava neanche il classico “Prego” di circostanza - che portava una tazza di caffé alla protagonista che, a casa dei suoceri, ormai persuasi ad accettarla come madre dell’unico ricordo che era rimasto loro del figlio perduto, scopriva di essere diventata ricchissima.
“Praticamente se Ylenia non si fosse messa ad urlare come una ossessa, non l’avremmo neanche notato.” Stava appunto commentando Enrico, una volta terminato il film e usciti dalla sala.
“Ma dai, Enrico! Voglio vedere se avesse recitato una persona a te cara, se non avresti avuto una reazione simile! Conoscendoti, ti saresti comportato anche peggio.”
“Luca, non vorrai dirmi che quella
cosa ti è piaciuta?!”
L’espressione di Enrico era di autentico disgusto.
“No, assolutamente. Ma ti pare? Stavo solo dicendo che, per quanto il film faccia schifo, capisco i sentimenti di Ylenia.”
“La penso come Luca.” Lo difesi prima che Enrico se ne uscisse con qualche battutaccia. “Anche se il film faceva veramente pena: la trama era troppo deprimente e gli attori assolutamente negati. Saprei recitare meglio io, e ho detto tutto.”
“Inoltre, storicamente parlando, corre troppo. Se una persona non conoscesse bene il periodo per conto proprio, non ci capirebbe niente.”
“Insomma, abbiamo buttato i soldi.” Sospirai “Mi spiace, Hiroshi. Non avrei mai pensato che facesse così schifo.”
Rise: “Non ti preoccupare: i film noiosi non sono un problema, per me. In Giappone molti sono così, tristi e lenti. E poi è stato interessante per vedere come l’avete vissuta voi la guerra.”
A questo dettaglio, non avevo pensato.
“Piuttosto, che ne dite di andare a mangiare qualcosa?” propose invece Ilaria. L’approvazione fu unanime, sicuri che almeno, in quel modo, avremmo potuto salvare la serata, o almeno quel che ne restava.
“Andiamo a prenderci una pizza? Così facciamo assaggiare ad Hiroshi la nostra cucina!”
Impallidii: non aveva detto che suo nonno era proprietario di una pizzeria? E se avessimo beccato proprio quella? Perché non mi ero fatta dire qual era?
“Mio nonno ha una pizzeria, perciò l’ho mangiata molte volte, quindi non preoccupatevi per me, ma grazie per il pensiero.”
“Oh…” l’entusiasmo di Enrico si spense “Allora… uhm…”
“Perché non andiamo al cinese? E’ da un sacco di tempo che ci manchiamo!” proposi io “Per te va bene, Hiroshi?”
“Sì. Non c’è problema.”
Quando la signora Xiang ci vide entrare, il solito sorriso riservato ai clienti si allargò ancora di più.
“Benvenuti!”
Rispondemmo al suo saluto con gioia: da più di tre anni, eravamo clienti più che abituali di quel ristorante. L’aveva scoperto Ilaria, quando ci era andata con il suo ragazzo di allora e in poco tempo era diventato il nostro ritrovo preferito. La signora ormai ci conosceva bene e spesso ci fermavamo a chiacchierare con lei e suo marito.
“Un nuovo amico?”
“Sì. Lui è Hiroshi, un mio amico giapponese.”
I due si salutarono secondo il loro costume.
“Il solito tavolo allora no. Venite.” Ci guidò verso l’angolo più appartato della sala.
“Vi va bene?”
“Perfetto!” esclamai con più esaltazione del solito. Era stato solo un caso, oppure anche lei lo aveva riconosciuto e per questo motivo ci aveva sistemati proprio lì? Scossi la testa: non aveva importanza e soprattutto dovevo smetterla di farmi problemi inutili.
Ci lasciò i menù e si allontanò verso un altro tavolo.
“E’ bello questo posto.” Commentò guardandosi intorno.
“Ti piace?” seguii il suo sguardo che si soffermava sugli enormi vasi cinesi che riempivano la sala e sui quadri, anch’essi di chiara origine orientale, appesi alle pareti “Questa ormai è una seconda casa per noi. Ci veniamo spesso.”
“L’avevo capito…”
“Già. Questo posto è pieno di bei ricordi per noi.”
“Belli e brutti.” Puntualizzò Ilaria.
“Più belli che brutti.” Specificò allora Enrico.
“Non direi, visto che quella sera c’eri anche tu quando beccai Antonio con un’altra.”
“Ops…
touchè. Dai, però, devi ammettere che fosti fantastica!”
Me lo ricordavo anche io quel giorno. Era successo la prima volta che ci aveva portati lì: appena entrati, li avevamo visti, in atteggiamenti che non lasciavano adito a dubbi. La mia amica non si scompose: andò al banco, chiese una bottiglia d’acqua e, con molta calma, andò da lui e gliela versò in testa. “Possiamo metterla sul conto, vero?” ci chiese.
“Mi ricordo che la signora mi incenerì con lo sguardo e iniziò a scusarsi con quel disgraziato; poi, quando le raccontai il perché, non solo si scusò con me, ma non mi fece neanche pagare la bottiglia!”
Ridemmo: “Non riesco a credere che siano trascorsi già tre anni. Come vola il tempo! Ne sono successe di cose, vero?”
Eccome se ne erano successe. Era stato lì che avevo festeggiato la mia laurea, l’anno precedente; era lì che Ilaria mi aveva portato dopo il mio primo insuccesso; era lì che aveva conosciuto il suo fidanzato quasi ufficiale, ed era sempre lì che ci aveva rivelato che l’aveva lasciato; era lì che Enrico ci aveva descritto, con dovizia di particolari per giunta, la sua prima volta, in una discussione talmente imbarazzante che avevamo temuto di essere cacciati dal locale; era lì che avevo portato mia madre la prima volta che era stata a Bari, ed era stata sempre in quell’occasione che aveva conosciuto Ilaria, restandone folgorata.
“Allora, volete ordinare?” ci chiese la signora Xiang, distogliendomi dai miei pensieri.
“Il solito!” ci trovammo a ripetere all’unisono, mentre Hiroshi scelse riso al curry e pollo alle mandorle.
“Arrivano subito.”
La signora Xiang stava già per allontanarsi, quando Enrico la fermò: “Signora, e Li Hon? Non lo vedo in giro…”
Li Hon era il ragazzo che lavorava lì come cameriere ed era diventato il “giocattolo” di Enrico: non che lui ci provasse, ma si divertiva a farsi raccontare i dispiaceri, le delusioni amorose e i dolori del ragazzo per dispensarlo di buoni consigli; per fortuna era un ragazzo buono e alla mano, che non se la prendeva troppo, e anzi, finiva davvero per raccontarci le sue avventure: che fossero reali o meno, sia lui che Enrico si divertivano un mondo, ed era questo che contava davvero.
La signora parve a disagio: “E’ dovuto tornare in Cina per un po’. Ha avuto dei problemi di famiglia.”
“Oh.”
Il silenzio che ne seguì aveva un che di imbarazzante, ma ci pensò subito Enrico a risollevare la situazione.
“Peccato! Volevo sapere se gli era andata bene con quella ragazza.”
“Non credo ti avrebbe risposto. Dopotutto, sono affari suoi!”
“Che c’entra? Ormai siamo amici!”
“Enrico, non tutti sono come te. Magari a qualcuno interessa ancora mantenere un certo riserbo sulla propria vita privata.”
Enrico sbuffò all’uscita di Luca.
“Che palle, Luca.”
“Invece ha ragione.” Intervenni io “Solo perché Li Hon è gentile, non significa che non sia timido. Vorrei ricordarti che gli orientali non sono come noi, non raccontano i propri problemi al mondo intero.”
“Uff, sempre con ‘sta storia! Hiroshi!” Il mio amico si voltò verso di lui; il suo sguardo non prometteva niente di buono. “Tu che sei giapponese, è vero quello che Mara-so-tutto-del-Giappone dice?”
“Beh… sì.”
“Però tu non mi sembri il classico giapponese. Parli benissimo l’italiano!”
“Mia madre è italiana, quindi lo parlo da quando ero piccolo. Sono venuto a trovare i miei nonni.”
“Oh, adesso capisco! E cosa fai nella vita?”
Trattenni il respiro senza osare alzare lo sguardo su di lui.
“Sono un traduttore. Mio padre è professore di italiano all’università, quindi mi ha trasmesso l’amore per le traduzioni. Traduco romanzi in giapponese dall’italiano.”
La sua voce era calma, troppo. Per un attimo mi chiesi se non mi fossi immaginata tutto. Con la scusa di prendere la bottiglia d’acqua, gli lanciai uno sguardo e tornai sui miei passi: no, era lui, ne ero sicura. Complimenti, si vedeva che in fondo era un attore: ci stavo cascando anche io!
“Bello. E ti piacciono anche le ragazze italiane?”
E lo sapevo che sarebbe andato a parare lì!
“Beh…” Hiroshi lanciò un’occhiata veloce a me e ad Ilaria “Sì… Sono diverse dalle giapponesi.”
“Ah sì?” era davvero molto interessato e la cosa non mi piaceva per niente “Dai, dai, raccontami come mai!”
Hiroshi sembrava imbarazzato da quel trovarsi all’improvviso al centro dell’attenzione “Le ragazze, ma anche i ragazzi, giapponesi sono molto meno… espansivi di quelli italiani. Quello che dicevano Mara e Luca prima è vero: per noi è difficile parlare di noi stessi con qualcuno che non conosciamo bene.”
“Ma tu non mi sembri tanto timido.” si intromise Ilaria.
“E’ perché mia madre mi ha insegnato ad essere sia giapponese che italiano.”
“Ha fatto bene.”
Avrei voluto andarmene di là e trascinarmi via Hiroshi. Era più che ovvio che gli avrebbero posto quelle domande, e io ero stata così stupida da non pensarci. Tuttavia, non potevo fare nulla per aiutarlo, altrimenti avrei mostrato di sapere qualcosa.
“No, no, aspetta Ila!” Enrico tornò alla carica e per una volta gliene fui quasi grata. “Fammi parlare con Hiroshi di cose serie!”
“E quali sarebbero queste cose serie?”
“Allora… visto che sei così… poliedrico, diciamo… Dimmi: secondo te, sono migliori le italiane o le straniere.”
Tutta la mia gratitudine scomparve all’istante.
“Sono… diverse. Non si può fare un paragone!”
“Anche gli uomini?”
“Sì…”
“Anche da
quel punto di vista?”
“ENRICO?!” saltai su. Questo era troppo.
“Ok ok, non ti arrabbiare, era solo per chiedere!”
“Dai, non ti preoccupare!” Non so dove, Hiroshi trovò la forza di difenderlo “Ehm... non penso di poter rispondere alla tua domanda, mi dispiace. Non ho interesse per i ragazzi.”
“Oh, peccato.” Non capivo se stesse scherzando o parlando sul serio; in ogni caso, alla prima occasione, me l’avrebbe pagata cara. “Sei proprio sicuro?”
“Dacci un taglio, Enrico. Non vedi che lo stai mettendo in imbarazzo?” intervenne Luca, che fino a quel momento era rimasto in disparte ad assistere alla scena.
“Dacci un taglio tu. Ti comporti come una mogliettina rompiscatole!”
“Enrico. Basta.”
Si voltò verso di me sbuffando: “Sempre a dargli ragione, Mara!”
“Perché
ha ragione.”
“Per te lui ha
sempre ragione.” Aggiunse tra i denti.
“Non…”
“Ecco, visto? Sembrate tanto un papà e una mamma che rimproverano un figlio stupido. Perché non vi mettete insieme? E’ da un po’ che ci penso, formereste una splendida coppia di rompipalle!”
Il suono della mano che colpiva con violenza la guancia di Enrico non fu così forte, eppure si udì chiaramente.
“Luca, ti ha dato di volta il…”
“Tu sei un completo cretino, Enrico. Pensavo lo facessi apposta, ma a quanto pare sei veramente idiota!”
Non avevo mai visto Luca così arrabbiato. No, a pensarci bene, non l’avevo mai visto perdere le staffe in generale. La sua voce, dura e tagliente, contrastava nettamente con l’espressione ferita dei suoi occhi castani.
“Scusate, ragazzi, mi è passata la fame. Vado a fare un giro.”
Si alzò e, senza aspettare una nostra risposta, si avvicinò alla signora Xiang per dirle qualcosa; la donna annuii e si diresse verso il nostro tavolo con le nostre ordinazioni, ma noi non ce ne accorgemmo neanche, mentre guardavamo il nostro amico uscire sbattendo la porta con violenza.
Note dell’autriceQuesto capitolo partecipa alla sfida
Temporal-mente, indetta da Criticoni. Il prompt si riferisce alla frase che Enrico dice parlando delle proprie abilità nel conquistare sia uomini che donne con il suo
savoir faire. Lo so che non è il massimo, ma è l’unica idea che mi è balenata in testa! XD
Si ringrazia Solarial per aver rinfrescato il mio francese (che, per fortuna, non stava messo così male! XD)!