Il ritratto dell'anima
Capitolo XII
XII
Quando sui social network ci si imbatte in quelle pagine dedicate al Sud Italia in cui le persone non fanno altro che parlare di cibo, spesso si pensa che sia un’esagerazione e ci si pone dei dubbi se, davvero, nel Meridione le nonne si alzino all’alba per preparare un pranzo che potrebbe sfamare la popolazione mondiale per almeno un mese. Bene, vi posso assicurare che quello che si vede in quei video è tutto reale: alle tre e mezzo del pomeriggio eravamo ancora seduti intorno al tavolo e l’unica cosa che desideravo davvero era scappar via. Quando ero a Bari, mangiavo con molta più moderazione e non ero più abituata a ingurgitare così tanto cibo.
Mia nonna si avvicinò minacciosa con un altro pezzo di polpettone, ma io la intercettai e la bloccai in tempo. «Ti prego, nonna, sono pienissima!»
Mia nonna mi guardò come se avessi appena detto che mi sarei trasferita a breve su Marte. «Ma a te piaceva il mio polpettone!»
Non ho mai capito questa strana fissazione delle persone di una certa età secondo cui, se non hai più fame, significa che quella pietanza non ti piace più.
«E continua a piacermi, puoi starne certa. Ma sono sazia, nonna, grazie.»
Ma lei non accettò quella risposta e assunse un’espressione offesa. «Tu mangi troppo poco, cara. E si nota, sei tutta pelle e ossa» e, senza tanti complimenti mi mise un’altra fetta nel piatto. Sospirai e pregai che il mio stomaco non mi abbandonasse: c’erano ancora la frutta e il dolce da servire e stavo ormai per cedere.
Giulio ridacchiò e, per tutta risposta, gli tirai un calcio sotto il tavolo.
Se pensava di essere al sicuro, però, si sbagliava di grosso, perché mia nonna si avvicinò a lui pronta a riempire anche il suo piatto; stavolta fu lui a sospirare e io a ridacchiare. «E tu che volevi portare qualcosa!» gli sussurrai.
Mentre tornavamo dalla nostra passeggiata, eravamo passati davanti a una pasticceria e mi aveva chiesto se non sarebbe stato meglio comprare qualcosa da portare, come avevamo fatto la sera precedente quando eravamo andati a casa di Emanuele e Laura. Io avevo replicato che mia nonna era il tipo di persona che amava preparare tutto a mano, perciò si sarebbe offesa se le avessimo portato qualcosa di preconfezionato, sebbene provenisse da una pasticceria rinomata per la bontà dei propri dolci e la freschezza dei prodotti che usava.
«E che ne dici di una pianta? Da quanto ho visto le adora.»
Gli scoccai un’occhiataccia. «Ti sei preparato una frase a effetto anche per lei? Ricordati che mia nonna ha il diabete.»
«Che c’è, sei gelosa?»
L'avevo guardato malissimo. «Se non lo è stato Emanuele, non vedo perché dovrei esserlo io» avevo ribattuto e l'avevo convinto ad andare a mani vuote.
Mia nonna si accorse del nostro piccolo scambio, perciò si sedette al suo posto di fronte a noi, gli occhi che le brillavano: conoscevo quello sguardo e sapevo che non prometteva nulla di buono.
«Allora, ragazzi, sono curiosa: come vi siete conosciuti? All’università?»
Per fortuna avevo appena ingoiato il boccone che stavo masticando, perché altrimenti mi sarebbe andato di traverso; Molinari, invece, non era stato così fortunato e bevve un generoso sorso d’acqua.
«Diciamo di sì,» mi mantenni vaga. Accidenti, perché non ci eravamo preparati una storiella da raccontarle? Era ovvio che mia nonna avrebbe iniziato a riempirci di domande su come ci fossimo conosciuti, da quanto uscissimo insieme e cose del genere. La mia totale inesperienza in materia ci aveva ficcato in un bel casino. Non era da me farmi cogliere alla sprovvista in quel modo e questo mi disturbò parecchio.
Mia nonna, come avevo immaginato, non si accontentò di una mezza risposta: «Su, racconta, cara. Sono una donna moderna, io!»
«Mamma, non mettere in imbarazzo il nostro ospite!» Per una volta, mia madre provò a difendermi, anche se sospettai che lo avesse fatto più per aiutare Giulio che per me.
«Che c’è di male? Non ho mica fatto domande troppo riservate!»
Stavolta fui io a trangugiare un bicchiere d’acqua.
«Non c’è molto da raccontare, signora. Avevo bisogno di qualcuno che mi desse ripetizioni di francese e mia madre mi ha presentato Lucia» spiegò Giulio. In effetti non aveva mentito: pur essendoci incrociati già prima, e in modo anche piuttosto burrascoso, era da quel momento che la nostra conoscenza, tra alti e bassi, si era approfondita. Mi domandai come facesse a mantenere un tono così neutro: forse per lui stare al centro di quel tipo di attenzione era all’ordine del giorno.
«Visto?» mia nonna si voltò verso i miei «L’ho sempre detto che studiare è importante!»
«Lucia dev’essere stata un’insegnante molto severa, conoscendola» commentò mio padre.
«Oh sì. Pensi che una volta ha minacciato di evirarmi.»
«Cosa?!» tre paia d’occhi mi fissarono sconvolti.
Saltai su, piccata. «Non è andata così!» urlai.
«Certo che è andata così. Ci sono dei testimoni!» si offese.
«Per come la metti tu, sembra che faccia lezione con un coltello in mano, pronta a minacciarti se sbagli la coniugazione di un verbo.»
«Beh, quasi...»
L’avrei strozzato con le mie mani, altro che evirarlo.
«Ma quindi che è successo?» mia nonna sembrava più divertiva che impensierita dalla possibilità che la propria nipote finisse in carcere.
«Niente, nonna. Dovevo difendere l’onore di un’amica» gli scoccai un’occhiataccia.
«Non l’ho neanche toccata! Ero a metri di distanza!»
«Non ha importanza. È bastato il tuo commento.»
«Volevo solo prenderti in giro.»
«Non eri per niente divertente. E comunque avevo in mano una bottiglietta d’acqua, avrei potuto al massimo farti una doccia non programmata.»
«Questo dovrebbe consolarmi?»
Mia nonna scoppiò a ridere: «Oddio, siete bellissimi! Bene, vado a prendere la frutta. Maria, mi dai una mano?»
«Non occorre, nonna. Vado io. Vieni con me?» proposi al mio presunto fidanzato e mi avviai prima che mia nonna mi fermasse; Giulio mi seguì in cucina, docile.
«Sei impazzito?» gli puntai un dito contro «C’era bisogno di raccontare quell’episodio? Davanti a mia madre, poi!»
«Avresti preferito che continuassero a fare domande sulla nostra relazione?» ribatté invece lui con calma.
Aprii la bocca e la richiusi. In effetti, grazie al suo commento, la conversazione si era spostata verso tutt’altro argomento. «Ma se preferisci che tua nonna continui l’interrogatorio e magari ti chieda quando vorrai regalarle un pro-nipotino, per me non ci sono problemi…»
Mi sentii avvampare e lui sogghignò.
«Ok, basta, hai vinto!» Gli mollai la coppa contenente la macedonia e lo spinsi fuori dalla cucina.
Appoggiai le mani sul tavolo e presi un bel respiro. Dovevo calmarmi. Erano solo domande innocue, del resto. Quante volte le avevo sentite fare all’indirizzo dei miei cugini? Certo, Giulio Molinari non era il fidanzato, ma la nonna non poteva saperlo, quindi dovevo far finta di nulla e smetterla di arrossire come una ragazzina di sedici anni.
Rabbrividii. Il problema era proprio quello. Da quel punto di vista io ero anche più indietro della maggior parte degli adolescenti che vedevo in giro, pur avendo quasi dieci anni più di loro. Dopo la morte di mia sorella avevo sviluppato una sorta di paura mista a odio verso i ragazzi; in chiunque mi si avvicinasse, vedevo l’immagine di Stefano e scappavo ancor prima di conoscerlo. E quelle rarissime volte in cui un ragazzo aveva attirato la mia attenzione, l’immagine di Giovanna stesa su quella barella si era insinuata nei miei pensieri e mi aveva bloccata. Così, con il passare degli anni, quello scudo era diventato una seconda pelle dalla quale mi sentivo protetta dal mondo esterno e avevo compensato quella mancanza di interesse per i rapporti con l’altro sesso con una passione sempre maggiore, ai limiti della patologia, per lo studio.
«Lo sai che non tutti gli uomini sono uguali, vero? Che ci sono anche bravi ragazzi al mondo?» aveva detto mio padre, e io non dubitavo che avesse ragione, ma una cosa era ammetterlo razionalmente, un’altra convincere il mio corpo a crederci davvero. E la fissazione di mia madre per il matrimonio non aiutava per niente.
Feci ancora un paio di respiri: era il momento di tornare dagli altri, se non volevo che mi venissero a cercare, anche se avrei preferito di gran lunga rimanere nascosta lì e ritrovarmi come per magia a Bari, alla mia solita vita.
L’occhio mi cadde sulla mensola su cui avevo abbandonato il cellulare e notai che la spia che indicava l’arrivo di un messaggio lampeggiava. Sbloccai lo schermo e vi trovai la risposta di Andrea alla mia domanda su Massimo.
No. E nemmeno lei, temo. Te l’ha detto Molinari? Domani ne parliamo meglio.
Il cuore iniziò a battermi all’impazzata. Avevo ragione, dunque? Perché Massimo non aveva detto nulla? E ora cosa dovevo fare? Dovevo dirglielo io? Se mi consideravo sua amica, avrei dovuto farlo, ma era giusto che gliene parlasse un’altra persona? E se avessimo provato a discuterne con Massimo?
«Tutto ok?» Molinari si affacciò alla porta; d’istinto spensi lo schermo.
«Sì, arrivo subito.» Riposi il cellulare e lo raggiunsi. Non aveva senso pensarci allora: il giorno dopo ne avrei parlato con Andrea e avremmo deciso insieme come procedere.
Fu soltanto verso le nove che io e Giulio riuscimmo a metterci in macchina per tornare a casa. Mia madre ci aveva proposto di restare un’altra notte, ma avevamo entrambi rifiutato. Ero in ansia per la faccenda di Claudia e non vedevo l’ora di tornare alla mia solita vita; inoltre, ero stanca di mentire ancora a mia nonna.
Giulio, invece, aveva replicato che gli sarebbe piaciuto restare, ma che il giorno dopo aveva un impegno inderogabile e che, per quanto gli spiacesse, era costretto a declinare l’invito. Dubitai che avesse sul serio qualcosa di così urgente da fare, anzi sospettavo che avrebbe preferito di gran lunga rimanere lì invece che tornare a casa sua, ma aveva capito quanto mi facesse male quella situazione e apprezzai tantissimo questa sua premura.
«Mi ricorda tanto tuo nonno. Mi raccomando tienitelo stretta!» mi aveva detto nel momento finale dei saluti e io avevo provato una stretta al cuore. Per un attimo mi aveva colta la fortissima tentazione di scuoterla e urlare: «Non stiamo insieme, nonna!» e solo il pensiero di darle un dolore grandissimo mi aveva fermata.
Mio padre, invece, si era limitato ad abbracciarmi. «Pensa a quello che ti ho detto, Luci’» era stato il suo unico commento e io avevo annuito, nonostante fossimo entrambi consapevoli che avrei comunque agito solo se ne fossi stata convinta appieno.
Verso le cinque del pomeriggio erano arrivati anche Laura ed Emanuele “per prendere insieme il caffè” aveva spiegato Emanuele, ma Laura mi era venuta incontro e, sorridendo, mi aveva stretta in un abbraccio e mi aveva augurato buon compleanno. «Anche da parte di Ema, anche se non lo ammetterebbe mai, neanche sotto tortura!» aveva aggiunto bisbigliando.
Forse, grazie a Laura, il rapporto con mio cugino un giorno sarebbe potuto migliorare, mi dissi mentre l’auto partiva e dallo specchietto vedevo la mia famiglia diventare sempre più piccola man mano che ci allontanavamo. Certo, non saremmo mai diventati migliori amici, ma almeno avremmo imparato a rispettarci e a volerci bene; del resto, eravamo ormai troppo cresciuti per poter continuare a farci scaramucce come i bambini dell’asilo.
«Tua nonna è una persona meravigliosa.» Giulio mi strappò dai miei pensieri mentre ormai il centro abitato era solo un minuscolo puntino luminoso dietro di noi. «Mi ricorda tanto Marita.»
«Già, anche a me.»
«Anche i tuoi genitori mi sono piaciuti.»
Storsi la bocca: «Se vuoi ti regalo volentieri mia madre.»
Giulio rise. «Dài, non dire così. Anche lei si preoccupa per te. In un modo un po’ strano, ma lo fa.»
«Per lei l’unica soluzione ai problemi di una donna è un matrimonio felice e su questo non siamo mai state d’accordo, come puoi ben immaginare.» sbottai «Dopo la morte di mia sorella, la sua fissazione è addirittura peggiorata: voleva che fossi io a realizzare il suo sogno, ora che lei non c’era più. Ma lei non vuole accettare che io non sono come Giovanna: era lei la ragazza che voleva costruirsi una famiglia felice, non io; io voglio una carriera, viaggiare... Finché non lo accetterà, non potremo mai avere un rapporto sereno.»
Giulio rimase ad ascoltare il mio sfogo senza interrompermi. Mi chiesi di cosa avesse parlato con i miei genitori mentre io quella mattina ero al cimitero, ma in realtà non mi interessava.
«Posso farti una domanda?»
Lo studiai per un attimo, indecisa su cosa rispondergli; poi mi resi conto che ormai, in quei due giorni, quel ragazzo era entrato così tanto a far parte del mio mondo che non aveva senso essere reticente. «Spara.»
«Che fine ha fatto il fidanzato di tua sorella? Avete saputo… sì, insomma, avete saputo più nulla di lui?»
Tutto mi sarei aspettata, tranne che un simile quesito.
«No. Abbiamo…. Abbiamo preferito dimenticarlo.»
«Capisco.»
Ricordavo pochissimo dei giorni successivi all’incidente, solo pochi frammenti indistinti: il funerale, persone che non avevo mai visto che facevano le condoglianze ai miei, mia madre che piangeva, mio padre che la consolava, ma poco altro. Dacché i miei ricordi si erano fatti chiari, Stefano non era più stato nominato da nessuno dei miei parenti, almeno non in mia presenza. Crescendo, avevo seguito anche io il loro esempio e avevo cercato di pensare il meno possibile all’uomo che aveva distrutto la vita di mia sorella e quella di tutti noi.
«Come mai questa domanda?»
Alzò le spalle. «Curiosità. Pensavo che, al vostro posto, avrei voluto scoprire qualcosa di più su quell’uomo: se avesse ricevuto la notizia, se si sentisse in colpa… cose così.»
Ci pensai un po’. In effetti non aveva tutti i torti: che ne era stato di lui dopo tutti quegli anni? Stava ancora con la donna con cui aveva tradito mia sorella? Aveva lasciato anche lei e altre donne? Oppure era cambiato?
«Non mi importa.» mi resi conto. «La sola idea che lui sia chissà dove a vivere la sua vita, mentre mia sorella non è più qui… non so se ce la farei.»
Giulio annuì e restammo in silenzio. Appoggiai la testa allo schienale: in quel momento tutta la stanchezza della giornata mi cadde addosso come un macigno e, cullata dal dondolio della macchina, mi appisolai.
Ero convinta di aver chiuso gli occhi solo per qualche minuto e invece, quando li riaprii, Giulio aveva parcheggiato vicino a casa mia e mi stava scuotendo per svegliami.
«Vuoi rimanere qui tutta la notte?»
Mi stropicciai gli occhi, confusa. «Mi sono addormentata. Oddio, perché non mi hai svegliato?»
«E perché? Sembravi così indifesa mentre dormivi. In effetti avrei dovuto farti una foto.» mi prese in giro.
Per tutta risposta, gli scoccai un’occhiataccia. «Sempre il solito.»
Molinari scoppiò a ridere. «Dài, ti aiuto a portar su tutto,» indicò con il pollice tutta la roba che mia nonna mi aveva dato perché “dovevo mangiare e dei negozi di una grande città non ci si può fidare.”
Incrociai le braccia al petto. «No, grazie. Posso farlo benissimo da sola.»
«Non lo metto in dubbio. Ma, in quanto tuo cavaliere, voglio portare a termine il mio compito fino in fondo.»
«Guarda che ormai siamo a Bari. Non c’è bisogno che fingi ancora di essere il mio fidanzato.»
Guardò l’orologio. «Beh, in teoria dovrei esserlo per il fine settimana e, indovina? domenica non è ancora terminata. Perciò, su, andiamo.»
«Non ci posso credere. Ma quanta roba ti ha dato?» sbottò alla fine Giulio appoggiando l’ultima cassetta, contenente della verdura di stagione, sul ripiano della mia cucina.
Avevamo fatto due viaggi a testa per portare su tutti i sacchetti, le confezioni sottovuoto e gli scatoloni che contenevano le mie vettovaglie per almeno i prossimi sei mesi.
«L’hai sentita, no? Non mangio abbastanza.»
«Ma con tutta questa roba potresti sopravvivere per mesi senza mettere il naso fuori casa. E abiti a solo due ore di macchina da qui! Cosa farebbe se vivessi dall’altra parte del mondo?»
Alzai le spalle: «Benvenuto nel mio mondo. Sei sicuro che non vuoi portare nulla a casa?»
«No, te l’ho detto,» si accomodò in cucina per riprendere fiato, mentre io cominciavo a sistemare tutto quel ben di Dio «ho detto ai miei che andavo in Salento con degli amici. Sembrerebbe strano se mi presentassi con qualcosa del genere»
«Già. Potrei organizzare una cena con gli altri, uno di questi giorni. Ho tanto di quel cibo da sfamare un esercito! Oh, ciliegie!» esclamai entusiasta aprendo il sacchetto che conteneva i frutti rossi: le adoravo, potevo mangiarne quintali senza stancarmene. Ero consapevole del fatto che avrei avuto mal di pancia per giorni, ma non m’importava: avrei sopportato qualsiasi dolore per quella prelibatezza.
Giulio mi fissava, divertito.
«Beh, che c’è?»
«Niente. Non ti ho mai vista così felice. E solo per delle ciliegie.»
Sbuffai: quel ragazzo era un po’ troppo onesto per i miei gusti. Non mi era ancora chiaro se quella sua caratteristica mi piacesse o mi irritasse.
«La mezzanotte è passata da un pezzo, quindi hai portato a termine il tuo compito con successo, mi pare.» replicai guardando l’orologio: le lancette segnavano le dodici e dieci minuti.
Giulio si finse offeso: «Mi stai cacciando, per caso?»
«Io? Certo che no. Lo dicevo per te. Sbaglio o hai detto di avere un appuntamento importante domattina?»
Giulio non si fece convincere dal mio improvviso altruismo. «Non vuoi dividere le tue ciliegie con me, di’ la verità! Dopo tutta la fatica che ho fatto per portare tutto su...»
«Ti sei offerto volontario tu! Ti avevo detto che ce l’avrei fatta benissimo da sola!»
«…tu mi ringrazi così?»
Ci guardammo qualche secondo in cagnesco; poi, scoppiammo a ridere. Presi una manciata di ciliegie, le sciacquai, le misi in un piatto e ce le dividemmo.
Mi piaceva quell’atmosfera così intima che si era creata tra noi. Sono sempre stata del parere che ci sia qualcosa di magico nella notte: sembra quasi che le anime delle persone riescano a comunicare meglio nel silenzio, come se, senza il rumore del traffico e della frenesia delle ore diurne, possano dialogare meglio, anche senza parlare. Dacché ci conoscevamo, io e Giulio eravamo rimasti soli molte volte: all’inizio, il silenzio che c’era tra noi era stato carico di tensione e di astio; in quei due giorni a casa dei miei, invece, era stato più cauto, come se stessimo cercando di creare un nuovo equilibrio man mano che scoprivamo qualcosa di più l’uno dell’altra. Quella sera, invece, dopo aver squarciato interamente il velo sul nostro passato ed esserci compresi a vicenda, sembrava quasi che avessimo trovato quell’equilibro che tanto bramavamo: non servivano parole per riempire un silenzio imbarazzato, non c’erano più domande in sospeso di cui volevamo, ma non osavamo chiedere, una risposta; c’eravamo soltanto noi, con un passato che volevamo dimenticare e un futuro ancora da costruire. Ed era bello.
All’improvviso, Giulio si alzò: «È meglio che vada. È tardi e domani dovrai alzarti presto.»
Lo imitai: «Sì. Antonio mi ha detto di impostare il discorso per la seduta, ma ero troppo in pensiero per questo fine settimana per riuscire a concentrarmi come avrei dovuto.»
Giulio mi posò con dolcezza una mano sulla testa. Fino a un paio di giorni prima l’avrei scacciato in malo modo, invece in quel momento mi trasmise una strana sensazione di calore. «Andrà bene, vedrai. Ti preoccupi troppo.»
Sorrisi, rincuorata dalle sue parole. Stava per aprire la porta, quando: «A proposito di quella cena… Vorrei che ci fossi anche tu. È un modo per ringraziarti per questi due giorni.» mi ritrovai a dire.
Giulio si voltò verso di me, stupito da un simile invito. Curioso, lo ero anche io.
«Perché no? Sarei davvero curioso di assaggiare la tua cucina.»
I suoi occhi celesti fissavano i miei e, come quella mattina, provai una strana sensazione, come se volesse dirmi qualcos’altro. Poi, dopo quelli che mi parvero secoli, sorrise e mi posò una mano sulla guancia. Era calda e gentile, come il suo abbraccio della notte precedente.
Avrei dovuto rendermi subito conto di quello che stava per accadere. Voglio dire, non ero un’esperta di storie d’amore, ma Andrea mi aveva costretta a vedere così tanti film romantici che persino io avrei dovuto arrivarci. E invece, quando Giulio si chinò per baciarmi ero del tutto impreparata.
Il suo bacio era dolce e aveva il sapore delle ciliegie. Una parte di me voleva chiudere gli occhi e abbandonarvisi; l’altra, quella che aveva visto il cadavere di sua sorella steso su quel letto d’ospedale, avrebbe voluto spingerlo via con violenza. E fu questa che prevalse e mi staccai da lui con impeto, come se scottasse.
Giulio si fece indietro anche lui, piuttosto scosso. «Scusa. Non avrei dovuto. Ci vediamo martedì.» mi salutò distogliendo lo sguardo e si accinse ad andarsene, questa volta in modo definitivo.
Perché? Fino a pochi minuti prima stavamo ridendo spensierati. Perché eravamo arrivati a quel punto?
«Non avrebbe dovuto farlo!» gridava nella mia testa la voce che mi aveva ordinato di allontanarmi da lui.
«Ma anche tu lo volevi, no?» ribatté l’altra, quella che, invece, avrebbe ricambiato quel bacio.
«Ecco...»
«E allora?»
«Io…»
«Lo sai che non tutti gli uomini sono uguali, vero?» ripeté la voce di mio padre, dando man forte alla seconda.
«Aspetta.» Giulio si voltò, la mano già sulla maniglia. Non sembrava né arrabbiato né deluso solo amareggiato. «Mi dispiace, io…» Le parole mi morirono in gola. Che cosa avrei potuto dirgli?
Lui sorrise. «Non ti devi scusare, è colpa mia. So bene che per te è difficile fidarti di qualcuno dell’altro sesso.»
Provai a replicare qualcosa, ma lui mi bloccò. «Non ci pensare più, ok? Ci ved...»
Stavolta fui io a prendere l’iniziativa e lo baciai, anche se in modo decisamente timido e goffo; tuttavia, chiusi gli occhi, ben decisa a non farmi prendere dal panico. L’immagine di mia sorella apparve all'istante nella mia testa, ma stavolta la scacciai con violenza aggrappandomi a Giulio con tutte le mie forze. Una parte di me non aveva idea di cosa fare ed era terrorizzata, ma il mio corpo sembrava non avere alcun problema ad adattarsi alla nuova situazione e rispondeva d’istinto ai suoi movimenti sicuri.
Era così diverso dal bacio che avevo dato a Mirko, così tanti anni prima. Era un bacio vero, di quelli che ti sciolgono qualcosa dentro e ti trasformano le gambe in gelatina.
Ci staccammo per prendere fiato e Giulio mi fece uno di quei soliti sorrisini irritanti. «Non male per una che odia gli uomini.»
Gli diedi un pugno sul braccio. «Molto, molto spiritoso!»
Lui rise. «Ecco, questa è la Lucia che conosco io. E che preferisco.» mi sussurrò a fior di labbra e riprese a baciarmi.