Il ritratto dell'anima
Capitolo XI
XI
Quando mi svegliai, il sole era sorto da poco e in casa regnava ancora il silenzio. Nella nebbia del dormiveglia, il pensiero di quello che era accaduto nella notte mi si affacciò con violenza alla mente, ma non ero sicura che si trattasse di un ricordo reale o di uno strano sogno. Ricordavo bene gli occhi di Giulio Molinari che mi fissavano terrorizzati e il mio corpo conservava ancora il dolce calore che mi aveva trasmesso quando mi aveva abbracciato. No, non poteva essere successo davvero, mi dissi. Molinari mi odiava, perché avrebbe dovuto comportarsi in quel modo? Tuttavia, questa conclusione era ancora più assurda: perché, tra tante persone, avrei dovuto sognare proprio lui?
Stabilii che in quel momento non importava e, cercando di fare il minor rumore possibile, mi preparai in fretta e uscii.
L’aria mattutina era ancora frizzante e per un attimo rabbrividii pentendomi di non aver portato con me una giacca, ma proseguii imperterrita. Essendo domenica, le vie del paese erano ancora vuote ed era un vero toccasana passeggiare senza essere costretti a evitare passanti e bambini che scorrazzavano per le strade.
Arrivai al cimitero pochi minuti dopo l’apertura. Il guardiano mi vide e mi fece un cenno di saluto; ricambiai, sicura che non mi avrebbe fermata per fare due chiacchiere: era al corrente di chi fossi e di dove stessi andando.
Da quando mia sorella non c’era più, ogni anno, nel giorno del mio compleanno e della sua morte, compievo sempre il medesimo rituale: mi svegliavo presto, mi vestivo e, senza rivolgere la parola a nessuno, uscivo di casa, facevo un giro per le vie che conservavano i nostri ricordi più belli – sempre lo stesso giro, da dodici anni – e raggiungevo il cimitero; qui mi sedevo accanto alla sua lapide e restavo lì per ore. Non le portavo mai fiori: sapeva che li odiavo ed ero certa che non si sarebbe offesa. Qualche volta le raccontavo quello che era accaduto durante quell’anno, ma in cuor mio sapevo che lei già conosceva quelle storie, quindi per lo più restavo lì, in silenzio, accanto a lei. Durante il resto dell’anno, non andavo mai al cimitero e nessuno mi aveva mai forzato a farlo, neanche mia madre: era quello il nostro giorno, perciò tutti rispettavano la mia scelta e nessuno veniva mai a disturbarci. Ma di questo mi resi conto solo in seguito.
Dopo, andavo a pranzo da mia nonna: era lei che ci teneva davvero a festeggiare il mio compleanno, anche se quel giorno era coinciso con la morte di una delle sue amate nipoti.
«I morti sono morti, noi siamo vivi e dobbiamo vivere anche per loro.» amava ripetere. Lei che aveva perso un marito e tre figli era ben conscia di cosa significasse portare il fardello di essere rimasti in vita e voleva alleggerire il nostro. Così, ogni anno, mi preparava i miei piatti preferiti e io, ogni anno, l’assecondavo, anche se malvolentieri. Eppure, sono convinta che fu la sua straordinaria forza d’animo ad averci salvati.
«Lo sai che fra qualche giorno mi laureo?» mi ritrovai a raccontare alla foto di mia sorella «Con la professoressa Gallo, sì, quella di cui ti ho tanto parlato l’anno scorso. Vorrei tanto che l’avessi conosciuta: è una persona meravigliosa, molto dolce anche se severa. Sono più che certa che ti sarebbe piaciuta un sacco. Tutto il contrario di suo figlio, insomma. Sono sicura che anche tu penseresti che è un bel ragazzo e avresti una cotta per lui – tutte ce l’hanno, anche se non ho idea del perché – ma ti posso assicurare che è capace di farmi saltare i nervi proprio come Emanuele, anzi anche di più! Infatti, sono diventati subito amici. Non che la cosa mi abbia stupito, ovviamente. Mi domandi come si siano conosciuti? Perché tuo cugino è un idiota e mi ha incastrato, ecco perché! Pensa che la nonna crede che sia il mio fidanzato e io non ho avuto il coraggio di dirle che non è vero, era così contenta. No, tra noi non c’è niente, non fare quella faccia! Sì, ok, hai ragione, in fondo è stato gentile ad accompagnarmi, ma dubito che l’abbia fatto per generosità: vuole solo che convinca sua madre a interrompere le lezioni di francese. In effetti, credo anche io che non ne abbia bisogno, quindi penso che accetterò. Ma quello lì sarebbe capace di mollarmi qui se glielo dicessi adesso, quindi aspetterò di tornare a Bari.
Odio questo posto, Giovanna: la mamma è sempre più fissata con questa storia del fidanzato e stavolta ci si è messo anche papà! Io non sono fatta per l’amore, lo sai anche tu. Figuriamoci per il matrimonio e per costruirmi una famiglia. Io voglio viaggiare, studiare… diventare una ricercatrice, magari. Lo so che è un lavoro sottopagato, ma dà così tante soddisfazioni. Ah, a proposito! Pare che la professoressa Galanti – una persona molto importante nel campo della letteratura latina – si sia interessata al mio lavoro di tesi! Per adesso ha voluto che le mandassi solo un riassunto, quindi potrebbe anche finire tutto in una bolla di sapone, ma è una bella notizia, non credi? Per adesso non lo sa nessuno, quindi mantieni il segreto, d’accordo?
Vorrei tanto che fossi qui, sorellona. Sono sicura che saresti orgogliosa di me e appoggeresti le mie scelte e la mamma ti ascolterebbe, perché a te dava sempre retta….»
Non ho idea di quanto tempo rimasi lì. Perdevo del tutto la concezione del tempo, tanto che il custode, quando chiudeva il cancello per l’ora di pranzo, veniva a controllare che fossi andata via e molto spesso, se non fosse stato per lui, sarei rimasta chiusa dentro.
Quando mi rialzai, il sole era già alto nel cielo e il cimitero si era riempito di persone che visitavano i loro cari. Ero rimasta nella stessa posizione per molto tempo, perciò le gambe mi facevano male, così mi avviai con molta calma verso l’uscita. Nel frattempo, accesi il cellulare e mi arrivò subito un messaggio di Andrea.
So bene che odi festeggiare il tuo compleanno, ma voglio farti lo stesso gli auguri. Ti auguro di riuscire ad avverare i tuoi sogni, perché sei una persona meravigliosa e ti meriti tanta felicità. Ci vediamo quando torni. <3
Mi fermai un attimo, perplessa. Era la prima volta che Andrea mi mandava un messaggio così sdolcinato e mi domandai se quelle parole non nascondessero anche un altro significato; tuttavia non avevo la forza di pensarci in quel momento, perciò digitai solo una breve risposta di ringraziamento. Stavo ormai per spegnere di nuovo il telefono, quando mi tornò in mente la conversazione che avevo avuto in auto con Molinari e per un attimo fui colta dall’ansia, perciò ci ripensai e gli inviai un altro messaggio.
Ho scoperto che Massimo parteciperà allo stesso tirocinio di Molinari. Claudia ti ha raccontato qualcosa?
Tirai un sospiro di sollievo alla sola idea di aver condiviso con lui quel pensiero.
Fu quando raggiunsi l’uscita del cimitero che lo vidi: Molinari era fermo, proprio di fronte al cancello, e mi aspettava.
Lo raggiunsi e per qualche secondo ci fissammo senza parlare. C’era qualcosa di diverso in lui, ma non riuscii a realizzare cosa.
«Chi ti ha detto che ero qui?» domandai, infine.
«Tuo padre. Lui… mi ha raccontato una storia, stamattina. Ha detto che era giusto sapessi, dopo quello che è successo stanotte.»
In quell’istante, mi accorsi di cosa avesse di così strano: i suoi occhi, di solito così freddi e taglienti, in quel momento mi guardavano con una strana dolcezza e una punta di dolore che mi stupirono e mi imbarazzarono.
«Ah» commentai distogliendo lo sguardo. Allora non era stato un sogno; per qualche strana ragione, il pensiero mi rincuorò.
Per un po’ restammo in silenzio, senza sapere cosa dirci; poi, gli lanciai un’occhiata di sottecchi e realizzai quello che dovevo fare.
«Su, andiamo adesso: ti mostro io qualcosa di bello in zona.» lo superai dandogli un leggero pugno sulla spalla e mi incamminai.
L’edificio diroccato e ormai abbandonato al degrado da molti, troppi anni si ergeva davanti a noi in tutta la sua triste bellezza. Doveva essere un’antica masseria del Seicento, almeno da quanto avevano spiegato alcuni esperti di architettura, ma nessuno si era mai degnato di prestarci molta attenzione né tanto meno di acquistarla, figuriamoci provare a restaurala per riportarla ai suoi antichi splendori. Quando avevo chiesto alla mia professoressa di storia dell’arte come mai nessuno facesse niente per quei ruderi, lei mi aveva risposto che ci volevano troppi soldi, e comunque c’erano tante masserie nella stessa zona nello stesso stato di abbandono, perché qualcuno avrebbe dovuto occuparsi di quella piuttosto che di altre?
«Ma è fantastico!» esclamò Molinari non appena intravedemmo la costruzione e aumentò il passo per raggiungerla il prima possibile.
La struttura era a pochi chilometri dal centro abitato, perciò gli avevo proposto se gli andava di fare una passeggiata e lui aveva annuito senza pormi ulteriori domande. Forse sarebbe stato più comodo prendere l’automobile, ma non avevo voglia di rinchiudermi nell’abitacolo asfissiante di un mezzo di trasposto: avevo bisogno di aria per metabolizzare quello che era accaduto in poche ore.
Molinari, adesso, sapeva.
Non avrei mai pensato che, tra tutti, proprio lui avrebbe scoperto il segreto che custodivo tanto gelosamente. Anche ad Andrea, che era la persona che mi conosceva meglio, avevo detto solo che mia sorella era morta nel giorno del mio compleanno, ma non gli avevo mai raccontato la dinamica.
Per tutto il tragitto, non avevamo profferito una parola e dentro di me lo ringraziai per quel silenzio.
Quando lo raggiunsi, stava già ispezionando quel che rimaneva dell’interno. Mi accomodai su un masso più all’ombra e lo osservai divertita mentre studiava la costruzione in lungo e in largo. Gli occhi gli brillavano come quelli di un bambino a cui hanno appena regalato un giocattolo nuovo e sorrisi.
«È splendido. Ero a conoscenza dell’esistenza di simili luoghi abbandonati, ma non ne avevo mai visto uno» commentò sedendosi accanto a me. «È un vero peccato che nessuno l’abbia acquistato per restaurarlo.»
«Dicono che ci vogliono troppi soldi. La verità è che a nessuno interessa, qui. Sono solo cose inutili e noiose» spiegai, scimmiottando Emanuele, esempio tipico dell’abitante medio del posto.
Lui colse al volo l’allusione e ridacchiò. «Dài, in fondo è un tipo simpatico,» lo difese «mi ha fatto vedere un sacco di posti interessanti.»
«Per esempio?» domandai incuriosita.
Ci pensò su. «Per esempio il posto in cui hai cercato di ucciderlo.»
«Non ho tentato di ucciderlo» ribattei piccata. Possibile che non mi sarei mai scrollata quella storia di dosso? «Non avevo idea che fosse allergico alle pesche.»
«Vuoi farmi credere che, se l’avessi saputo, non l’avresti colpito?»
«Certo che sì! Ma avrei usato un’altra arma!»
Molinari scoppiò a ridere. «Lo immaginavo.»
Per un po’ rimanemmo in silenzio a guardare i resti di un’epoca che ci aveva preceduto e che avrebbe potuto ancora regalarci tanto, se le avessimo permesso di parlarci ancora.
«Volevo ringraziarti per ieri sera» gli dissi dopo un po’. «Immagino che non dev’essere stato un bello spettacolo.»
«In effetti mi hai spaventato tantissimo. All’inizio ho pensato che quelle grida provenissero dall’esterno, ma poi mi sono reso conto che erano troppo vicine per venire dalla strada e mi sono accorto che giungevano dalla tua stanza. Mi spiace essere entrato senza essere stato invitato, ma ero sconvolto: ti dimenavi, urlavi cose senza senso e non ti svegliavi. E quando hai aperto finalmente gli occhi, hai iniziato a divincolarti, come se non mi riconoscessi. Ero nel panico.»
«Mi dispiace.» E lo ero davvero.
Scosse la testa. «No, non preoccuparti. Anche tuo padre stamattina mi ha detto la stessa cosa. A quanto pare, ti ha sentita anche lui, ma io sono stato più veloce e ha lasciato che restassi io con te. Per questo stamattina ha deciso di raccontarmi tutto.»
«Capisco.» Abbassai lo sguardo e con la punta della scarpa iniziai a disegnare dei piccoli cerchi sul terreno, indecisa su come reagire a quella confessione. Avrei dovuto essere arrabbiata con mio padre per aver permesso a un estraneo di occuparsi di me in un momento così personale; tuttavia, non ci riuscivo: il calore di Giulio era stato così diverso da quello del mio genitore ed era riuscito ad entrare dentro di me in modo diverso e inaspettato. “Sono qui. Non so cosa ti sia accaduto, ma sono qui, accanto a te. Non ti lascio sola.” Sembrava volermi comunicare. Senza critiche e senza domande. E, anche se c’erano, avrebbero potuto aspettare.
«In realtà, sono io che devo scusarmi per quello che ti ho detto quando ci siamo incontrati alla Feltrinelli.» proseguì lui ignorando i miei pensieri «Ho esagerato.»
Lo guardai stupita: era la prima volta che si scusava per qualcosa e questo mi mise a disagio.
Volsi lo sguardo verso i ruderi pur di non incrociare il suo. «Sì, beh, anche io non mi sono comportata molto meglio con te, quindi siamo pari.»
«Con la differenza che tu avevi ragione, mentre io ho parlato senza neanche conoscerti.» ribatté.
Stavolta non replicai. In realtà non era vero, neanche io avevo molte informazioni su di lui, a parte quelle che mi avevano fornito sua madre e Margherita, eppure l’avevo sempre giudicato per quello che avevo creduto che fosse.
Restammo ancora qualche minuto in silenzio, ciascuno perso nei propri pensieri; poi, all’improvviso, iniziò il suo racconto.
«Quando ero piccolo non facevo altro che disegnare» spinse le braccia all’indietro e appoggiò il peso sulle mani, alzando gli occhi verso il cielo azzurro. «Era una fissazione, la mia. Disegnavo qualunque cosa: persone, natura morta, paesaggi.
Un giorno mia zia, che è francese ed era in vacanza qui con mio zio - quella che scenderà tra qualche giorno, sì - vide i miei disegni e mi disse che dovevo andare per forza in Francia: mi raccontò di Montmartre, il quartiere degli artisti, e dei musei che c’erano a Parigi. Io ero entusiasta e i miei non ci videro nulla di male: sarebbe stato un ottimo modo per iniziare a conoscere il mondo e avrei avuto modo di migliorare la lingua. A scuola studiavo sia inglese che francese. Così, durante l’estate tra la seconda e la terza media, andai in Francia per la prima volta.»
«Dev’essere stata un’esperienza meravigliosa.» commentai con una punta di invidia: avevo studiato la lingua per anni, prima a scuola e successivamente da autodidatta, ma non ero mai stata sul suolo francese.
«Sì, la più bella della mia vita. Ricordo ancora quando misi piede a Montmartre: mi guardavo intorno estasiato e a volte mi fermavo a osservare gli artisti. Devono aver pensato che fossi uno stalker,» rise di se stesso «ma non mi hanno mai scacciato.»
«Mi piacerebbe visitare Parigi.»
«Oh, devi andarci» gli occhi gli brillavano «Il Louvre, il Musèe d’Orsay, Versailles… quell’estate mi ubriacai di arte. Mia zia spesso era impegnata con il suo lavoro, così ad accompagnarmi erano le mie cugine, Annette e Christine. Ti ricordi il ritratto che hai visto su quel blocco da disegni?»
Certo che me lo ricordavo: era una ragazza così bella che mi era rimasta impressa.
«Quella è Christine. È più grande di me e di Annette. Ed è stata il mio primo amore.»
«È… molto bella» fu l’unica cosa che riuscii a dire: non riuscivo a spiegarmi il perché, ma quella confessione mi aveva turbato più di quanto volessi ammettere.
«Lo è: ha dei meravigliosi occhi azzurri e i capelli lunghi e biondi, ed è alta e slanciata. Spesso i ragazzi si fermavano a guardarla e io ero fiero di poter dire di essere imparentato con una ragazza del genere. Adesso è sposata con un ragazzo francese e la gravidanza le ha fatto prendere qualche chilo, ma è rimasta bellissima. Studiava arte e fu lei a mostrarmi tutti i segreti di Parigi. Mi sono sempre chiesto se ho amato prima l’arte o lei, ma più ci penso, più mi convinco che i due momenti siano coincisi. Adesso ha una galleria tutta sua.»
«E lei?»
Sorrise con amarezza. «Lei mi vedeva solo come il cuginetto italiano che doveva portare in giro. A volte mi domando se lo facesse perché gli piacesse la mia compagnia o solo perché i suoi gliel’avevano ordinato.»
Adesso mi era tutto chiaro. Ecco perché quei ritratti erano così belli. Non erano semplici schizzi, ma vere e proprie lettere d’amore a una ragazza che non poteva avere. Nei tratti si riusciva a scorgere tutto l’amore e la tenerezza che provava per lei, nello stesso modo in cui avevo visto il grande affetto che sentiva per Margherita attraverso quel disegno. Come avevo fatto a non accorgermene allora?
«È per questo che conosci così bene il francese? Sei stato speso lì?»
«No, dopo quell’estate non ci sono più tornato. Però ero così sciocco da pensare che a Christine sarei potuto piacere un giorno, quando fossi cresciuto, così avevo continuato a studiare il francese da solo e avevo mantenuto una regolare corrispondenza con Annette. Ci sentiamo ancora, ogni tanto.»
Ecco perché i suoi genitori non avevano idea della sua conoscenza della lingua: con la sola corrispondenza epistolare con sua cugina e uno studio interrotto alle scuole medie non avrebbe mai potuto raggiungere un simile livello linguistico.
«Ho continuato ad avere un debole per lei per anni. Penso che sia il classico amore non corrisposto che ti porti dietro appunto perché è un sogno irrealizzabile. Però quella cotta mi aveva regalato una passione ancora più grande per l’arte, così quando tornai a casa dissi ai miei genitori che avrei voluto frequentare l'istituto d'arte, ma loro bollarono la mia idea come la fantasia di un ragazzino. E invece, quando l’anno dopo dovetti iscrivermi alle superiori, continuai a perorare la mia causa, appoggiato dalla mia professoressa di educazione artistica, ma loro furono categorici: disegnare non dava da mangiare e mi costrinsero a iscrivermi al liceo classico, perché era la scuola che avevano frequentato anche loro.»
Storsi la bocca con disappunto. «Anche il liceo classico non dà da mangiare.»
«Già. Ma allora ero piccolo e pensai che, in fondo, una scuola valeva l’altra: tanto, potevo continuare a disegnare quanto mi pareva. Poi, dopo la scuola, avrei fatto di testa mia. Tuttavia, il greco e il latino non mi piacevano per niente, la matematica era noiosa e io imbrattavo i miei libri di disegni. L’unica materia che studiavo volentieri era storia dell’arte, ma purtroppo le ore dedicate erano pochissime.»
Annuii. Anche io la pensavo nello stesso modo. E pensare che il nostro Paese è quello con il più ampio patrimonio artistico del mondo.
«Quando è stato il momento di decidere quali studi intraprendere all'università, ho creduto che avrei avuto finalmente voce in capitolo: dopo tutto la vita era mia, no? E invece, anche allora i miei si opposero alla mia idea di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti. Mi sarebbe andato bene anche Beni Culturali, ma mio padre fu categorico: avrei dovuto iscrivermi a Giurisprudenza, perché dovevo seguire le sue orme. Anche mio nonno era avvocato, così come suo padre, quindi era tradizione di famiglia, capisci?»
«E tua madre non disse nulla?»
«No.» la mascella gli si indurì «Solo Marita perorò la mia causa, ma fu tutto inutile.»
Era per questo motivo che passava i suoi giorni a vagare per il dipartimento, con una ragazza sempre diversa o con un libro di storia dell’arte in mano? Per ripicca? Per accusare tacitamente sua madre di non avergli permesso di realizzare i suoi sogni? Avrei voluto domandarglielo, ma non ce la feci. Mi sentivo soffocare. Aveva ragione, eravamo davvero simili: ambedue avevano dei parenti che avevano dei progetti per noi e volevano costringerci a seguirli, sebbene io avessi avuto dalla mia il sostegno di mio padre e di mia nonna.
Anche mia madre, infatti, si era subito opposta alla mia scelta di andare a studiare fuori. L’aveva visto come un tradimento e ci aveva messo mesi ad accettare l’idea che anche l’altra figlia decidesse di andar via, anche se solo per frequentare l’università in un’altra città; dal canto mio, però, nonostante desiderassi allontanarmi il più possibile da lì, avevo deciso di venirle incontro e di optare per una meta distante solo un paio d’ore. E non me ne ero mai pentita.
«Non potevi… non so, ribellarti, andar via di casa…» ma, mentre parlavo, io stessa mi accorgevo delle sciocchezze che stavo dicendo. Avevo conosciuto l’avvocato Molinari e sapevo molto bene che avrebbe ottenuto quel che desiderava, a qualunque costo.
«Avrei dovuto. Avrei potuto scappare in Francia dai miei zii, raccontar loro cos’era accaduto. Magari loro mi avrebbero anche ospitato o aiutato a trovare una soluzione; oppure, invece, mi avrebbero rispedito a casa, ma almeno avrei potuto dire di aver tentato. Ma sono stato codardo. Non ho avuto il coraggio di ribellarmi a mio padre e ho accettato la sua decisione senza neanche provare a reagire. Ad ogni modo, sono stato un pessimo studente. Più per una sorta di ribellione adolescenziale tardiva che per un reale odio verso la facoltà. Ma ero il figlio dell’avvocato Molinari, io: potevo anche presentarmi impreparato a un appello, avrei comunque passato l’esame. All’inizio trovai la cosa anche piuttosto divertente e utile.»
«E adesso? Sei cresciuto ormai. Ti sei laureato. Puoi fare quello che vuoi. Perché continui a frequentare quelle stupide lezioni con me, quando è palese che di quel tirocinio non te ne frega assolutamente niente?»
Mi voltai verso di lui e ci fissammo per qualche secondo. Non dimenticherò mai quello sguardo: quello di un bambino piccolo che si era perso in una foresta e, nonostante tentasse con tutte le sue forze, non riusciva a trovare una via d’uscita.
«Perché non sono capace di fare altro» ammise.
Tu non hai la minima idea di quanto ti odi e di quanto disprezzo provi per la tua piccola vita perfetta, mi aveva attaccato quella volta. Fu in quel momento che mi resi conto che no, lui non odiava né me che rappresentavo tutto quello che lui non era riuscito ad essere né i suoi genitori che gli avevano sempre tarpato le ali, ma se stesso, quel ragazzo che non aveva saputo ribellarsi alle decisioni dei suoi e che, a differenza mia, non aveva avuto la forza di seguire i propri sogni. E l’unico modo che aveva trovato per nascondere a se stesso e al mondo ciò che provava nel profondo del proprio cuore era stato quello di celarsi dietro la facciata di un ragazzo arrogante e strafottente.
Non erano i suoi genitori a pensare che non valesse nulla; era lui a credere, e ad aver convinto anche loro, di essere un fallito. E nessuno gli aveva mai spiegato che non era vero.
Era questo il vero Giulio Molinari, dunque. Non il ragazzo che avevo odiato e che credevo mi odiasse, ma una persona insicura che aveva solo bisogno di qualcuno che avesse fiducia in lui.
«Non dire sciocchezze:» ribattei. «puoi re-iscriverti all’università, creare un sito web su cui vendere i tuoi lavori, aprire un’attività privata. Hai solo venticinque anni, puoi fare ancora tutto quello che vuoi.»
«Forse hai ragione,» mi sorrise. Un sorriso vero, stavolta, non quello stupido ghigno che piaceva tanto alle ragazze, ma che mi faceva saltare i nervi, o quello gentile ma costruito che aveva riservato a mia nonna. Un sorriso dolce, bello che riuscì a toccare qualcosa dentro di me, anche se allora non ero del tutto certa di cosa fosse.
Restammo per qualche attimo in silenzio a fissarci, mentre entrambi metabolizzavamo tutto quello che era accaduto in quelle poche ore: la consapevolezza che davanti all’altro c’era una persona molto diversa da quella che avevamo immaginato per molto tempo.
Gli occhi celesti di Molinari, che alla luce del sole di mezzogiorno sembravano ancora più chiari, tremarono per un attimo ed ebbi la sensazione che volessero dirmi qualcosa che però non riuscivo a comprendere.
All’improvviso, si udì il suono di una sirena in lontananza e l’incanto si ruppe. Sussultai e distolsi lo sguardo. Con finta noncuranza guardai l’orologio. «Penso sia ora di rientrare,» annunciai balzando in piedi «altrimenti mia nonna si preoccuperà.»
E, senza aspettare una risposta, mi avviai verso la strada.
«Lucia?»
«Sì?» mi voltai stupita: era la prima volta che si rivolgeva a me senza usare stupidi nomignoli, se si escludeva la sera precedente.
«Buon compleanno» disse e, un attimo dopo, come se nulla fosse, mi superò e iniziò a incamminarsi verso il centro.