Il ritratto dell'anima
Capitolo V
V
Una volta entrata in biblioteca, Andrea e Claudia mi raggiunsero senza neanche darmi il tempo di posare il mio materiale.
«Tutto ok?» volle sapere Claudia in ansia.
«Certo.» Il mio sguardo passò dall’uno all’altra. «Perché?»
«Quando non ti abbiamo visto arrivare al solito orario, abbiamo iniziato a preoccuparci. Sai, visto che tu e tuo cugino non andate molto d’accordo…»
Non ci potevo credere: anche loro?
Prima di rientrare avevo dato un’occhiata veloce al mio cellulare e con mio sommo raccapriccio vi avevo trovato una decina di chiamate da parte di mia madre. Conscia di non poter ritardare l’inevitabile, l’avevo richiamata e mi ero ritrovata subissata di domande su come era andata la serata, neanche ci fosse stato un omicidio e io fossi la principale sospettata. Sì, Emanuele stava bene, sì, mi aveva consegnato la focaccia della nonna che, certo, avrei richiamato quanto prima, sì, lui e Laura erano stati molto carini a ricordarsi che amavo la cioccolata, sì, avevamo mangiato una pizza e avevamo fatto un giro, no, non avevamo fatto troppo tardi, sì, Emanuele conosceva il luogo in cui si era tenuto il colloquio, ma per precauzione gli avevo segnato su Google Maps l’itinerario, no, non l’avevo più sentito e non avevo idea di come fosse andata, ma perché non chiamava lui per questi dettagli?
«Ragazzi, mi ricordate mia madre. Comunque, non temete, siamo stati molto civili e abbiamo passato una bella serata insieme.»
I due erano visibilmente sollevati.
«E allora come mai hai fatto così tardi?» mi chiese Andrea curioso.
«Beh…» mi guardai intorno e decisi che quello non era il posto migliore per parlarne, così, con la scusa di una pausa, scendemmo nella piazza accanto all’Università, e in pochi minuti li misi al corrente della situazione. Se possibile, erano ancora più turbati di quando li avevo incontrati.
«E tu hai accettato? Ma perché?»
«Non te lo so spiegare neanche io, Andrea. Non è che abbia proprio detto di sì, ma non ho neanche rifiutato. In pratica, l’avvocato ha dato per scontato che l’avessi fatto.»
«E quindi tu andrai a casa sua per fargli lezione?» domandò Claudia perplessa «Ma ne sei sicura? Voglio dire, visti i vostri rapporti. Non è che vuoi che veniamo con te? Confesso che sono un po’ in ansia.»
Era molto carino da parte sua proporlo, ma non avrei mai permesso che Claudia si trovasse nella stessa stanza con Molinari per più di un minuto, figuriamoci a casa sua.
«Ma no, Claudia, vedrai che andrà tutto bene. E poi, visti i precedenti, sono sicura che saremo sotto costante controllo del padre. Alquanto inquietante, a dire il vero, ma forse è meglio così.»
Non le avevo mentito, non era quello che mi preoccupava: ero ben consapevole che, anche se fossimo rimasti chiusi in una stanza per ore, a Molinari non sarebbe passata neanche per l’anticamera del cervello l’idea di sfiorarmi, vista l’alta opinione che aveva di me. E a dire il vero mi andava bene così. No, quello che mi impensieriva, ma che per ovvi motivi non potevo dirle, era la sua reazione. Perché ero più che sicura che me l’avrebbe fatta pagare in qualche modo. L’avevo intuito dai racconti di sua madre, ma ne avevo avuto ulteriore conferma dall’occhiata che mi aveva lanciato prima di uscire dal bar: questa me la pagherai cara, molto cara, aveva voluto dirmi, e non mettevo in dubbio che l’avrebbe fatto. Il problema era come.
«Sei sicura che vada tutto bene?» s’informò Andrea scrutandomi: potevo prendere in giro Claudia, ma non lui che mi conosceva da molto più tempo e non era così ingenuo.
Per fortuna non ebbi il tempo di mentirgli di nuovo, perché in quel momento il mio cellulare squillò: era Emanuele.
«Dove sei?» mi salutò.
«Fuori dall’università, perché?»
«Qui ho finito. Volevo restituirti le chiavi di casa.»
Quando, qualche ora prima, ero uscita di casa piuttosto irritata dallo scherzo di Molinari, decisa a scoprire il prima possibile che diavolo volesse, gli avevo lasciato le chiavi nel caso ne avesse bisogno o volesse tornare dopo a prendere le proprie cose, dicendogli che avrebbe potuto restituirmele prima di ripartire. «Vedi di non fare danni,» avevo aggiunto.
«Giusto. Perché non mi raggiungi qui? Non è molto lontano da casa mia.»
Ci misi pochi minuti a spiegargli come arrivare: per fortuna aveva un ottimo senso dell’orientamento e, in effetti, neanche dieci minuti dopo, lo vidi sbucare da una delle strade su cui si affacciava la piazza, mentre giocherellava con le mie chiavi.
Gliele sottrassi appena fu alla mia portata: vista la mia fortuna di quel giorno, ci mancava pure che me le perdesse.
«Dovresti fidarti un po’ di me, Lulù!» mi salutò calcando ancora una volta su quell’odioso nomignolo.
Gli scoccai un’occhiataccia. «Suppongo che il colloquio sia andato male.»
«Perché?»
«Perché pare che tu non abbia più bisogno del mio aiuto, Lele.» lo rimbeccai.
Emanuele rise. «Mi spiace, ma devo deluderti, mi hanno solo detto che, se sono stato preso, mi ricontatteranno. Quindi non è detto che ti sei liberata di me.»
«Ma guarda che fortuna» commentai sarcastica.
Qualunque cosa stesse per ribattere, una mano apparve tra di noi e strinse calorosamente quella di mio cugino. «Tu devi essere il famoso cugino di Lucia. Io sono Andrea e lei è Claudia.»
Emanuele strinse la mano di tutti e due, soffermandosi qualche secondo in più quando la mia amica si presentò. «Immagino che vi ha parlato malissimo di me.»
Claudia, che non riusciva a mentire, arrossì; Andrea, invece, rise complice: «Malissimo è un eufemismo. Ma noi filologi preferiamo basarci su dati oggettivi.»
Lo fissai sconvolta: era la mia impressione o ci stava provando con Emanuele? Era impazzito?
«Stavamo andando a prenderci un caffè. Vuoi unirti a noi?»
Non so se Emanuele avesse realizzato quello che stava succedendo o se invece fosse solo sorpreso da quell’invito, ma si voltò nella mia direzione, indeciso; alzai le spalle per dire che non m’importava: per quanto avrei voluto trascinare via Andrea per capire che diavolo gli fosse preso, vedere Emanuele in quella situazione era troppo divertente.
«Ok» annuì infine, anche se non sembrava molto sicuro della propria decisione.
Andrea ci ricondusse nel bar da cui ero uscita neanche un’ora prima e per un attimo temetti di trovarci ancora una volta Giulio Molinari, ma per fortuna fra gli avventori, che nel frattempo erano aumentati, non c’era. Notai invece Antonio in compagnia di una ragazza dai lunghi capelli castani mai vista prima; anche lui mi vide e mi fece un cenno della testa a mo’ di saluto.
«Penso che sia la fidanzata,» commentò Claudia seguendo il mio sguardo e salutandolo anche lei.
Ne rimasi sorpresa: «Davvero?»
«Sì. Li ho incrociati qualche volta in giro insieme e l’altro giorno, mentre ero da lui per rivedere il capitolo, il cellulare gli si è illuminato e ho notato che aveva la sua foto sullo sfondo.»
«Capisco.»
Antonio non era il tipo che parlava molto di sé con noi studenti, perciò non avevo mai sospettato che potesse avere una ragazza. Penso che questo dipendesse dal fatto che volesse mantenere i nostri rapporti su un piano strettamente professionale, ma avevo che l’impressione che fosse solo un ragazzo riservato.
Andrea, invece, era ancora intento a chiacchierare con Emanuele. Quando ci unimmo alla conversazione, il mio amico stava cercando di spiegargli in che cosa consiste il lavoro del filologo e, con mia grande sorpresa, lui sembrava addirittura affascinato, perché ogni tanto lo interrompeva per interrogarlo su qualche punto che gli risultava poco chiaro.
«Non mi avevi detto che tuo cugino fosse una persona così interessante» commentò il mio amico quando Emanuele ci salutò per tornare a casa. Andrea era riuscito a strappargli la promessa di vederci se fosse tornato ancora da quelle parti – cosa che, a differenza mia, gli augurava di tutto cuore.
«Non mi avevi mai detto che ti attirano gli etero sposati» replicai.
«Perché no? Bisogna sempre aprirsi a nuove esperienze» sorrise enigmatico.
Lo guardai perplessa: forse non ero solo io a non raccontare proprio tutto ai miei amici.
La famiglia Molinari abitava in una graziosa casa monofamiliare quasi sulla tangenziale, al limite di uno dei quartieri più ricchi della città – non che la scoperta mi stupisse, a dire il vero.
L’edifico era circondato da un giardino molto ben curato, che contrastava moltissimo con i tristi palazzoni grigi della zona.
Impiegai pochi minuti a trovare l’abitazione sia perché le indicazioni che avevo ricevuto dalla professoressa erano state molto precise, sia perché la casa aveva già attirato la mia attenzione prima ancora di rendermi conto che era giusto quella che cercavo.
Appena entrata mi resi conto che l’interno rispecchiava l’opinione che in quei giorni mi ero fatta sui suoi abitanti: tutto era in perfetto ordine e non c’era un granello di polvere né un oggetto fuori posto. L’ingresso, piuttosto ampio, era impreziosito da pochi mobili di foggia antica; sulla destra, una rampa, il cui corrimano era ornato da foglie di acanto, conduceva al piano superiore, mentre il resto delle pareti, completamente bianche e solo qua e là ricoperte da riproduzioni di quadri famosi, erano intervallate da porte di legno che conducevano ad altri ambienti; il pavimento, invece, era occultato per tutta la propria lunghezza da tappeti persiani riccamente decorati.
Per un attimo, un brivido mi corse lungo la schiena: benché l’abitazione fosse molto bella e arredata con gusto, almeno da un punto di vista estetico, il silenzio surreale che vi regnava e quell’ordine quasi maniacale conferivano all’ambiente un’aria quasi asettica, e per un attimo dubitai che lì ci abitasse sul serio qualcuno. Pur amando l’ordine e la pulizia, trovavo il tutto alquanto inquietante.
«Benvenuta, Lucia» mi salutò il padrone di casa stringendomi la mano e mi indicò una donna sulla sessantina ferma qualche centimetro dietro di lui.
«Lei è Margherita, la nostra governante. Se ha bisogno di qualcosa può rivolgersi a lei.»
Annuì e lei mi sorrise amichevole. Non so perché ma la sua presenza mi rincuorò.
«Margherita, per favore, vada a chiamare mio figlio. Dovrebbe essere nella sua camera. Intanto le mostro lo studio» disse e mi guidò verso la porta che si trovava dalla parte opposta rispetto alle scale.
«Preferirei che facciate lezione qui, se non le dispiace. Come può vedere» con una mano indicò gli scaffali stracolmi di libri: «c’è tutto quello di cui potrebbe avere bisogno. Ora, se vuole scusarmi…»
Biascicai un saluto mentre lasciai scorrere lo sguardo nella stanza: come l’androne, anche quella camera era arredata con mobili che dovevano avere qualche secolo più di me. Al centro vi erano due scrivanie, poste una accanto all’altra in direzione della grande finestra che dava sul giardino posteriore, mentre le pareti erano interamente ricoperte da libri. L’avvocato aveva ragione: c’era di tutto, da testi di diritto a classici rilegati in pelle; in un angolo sulla sinistra, notai persino la collana della Bibliotheca Teubneriana; d’impulso mi avvicinai e mi sentii un po’ più a casa.
«Quella è di mia madre» commentò una voce alle mie spalle: Giulio Molinari si era appoggiato alla soglia della porta e mi stava studiando con calma. «Ma non credo che se la prenderebbe se volessi utilizzarla. Comunque, la mia proposta è ancora valida.»
Invece di rispondere, armeggiai con la borsa e tirai fuori un fascio di fogli che gli allungai.
«E questi cosa sarebbero?» socchiuse gli occhi perplesso.
«Un regalo per te. Un test d’ingresso.»
«Scherzi?»
Non risposi, ma continuai a tendergli il plico; ci fissammo per qualche secondo, ma alla fine lo prese, seppur sbuffando, e si sedette di malavoglia ad una delle due scrivanie per compilarlo.
Dieci minuti dopo, me lo ripassò in malo modo. Mi ero sistemata sull’altra scrivania e stavo riguardando alcune correzioni che Antonio aveva apportato all’ultimo capitolo della tesi.
«Già finito?»
Lui sollevò le spalle senza aggiungere altro.
Diedi una rapida occhiata alle sue risposte.
«Cosa sarebbe questo?» gli domandai gelida.
«Non si vede? Le risposte al tuo test.» rispose pronto, con il suo solito ghigno strafottente.
«Non ne hai azzeccata una neanche per sbaglio.»
Lui alzò le spalle ancora una volta, chiaro segno che la cosa non gli importava per niente. «Te l’avevo detto che sono uno stupido.»
Mi resi conto che era inutile cercare di essere gentile con lui, perché la battaglia era già iniziata. Mi girai di 90° in modo da averlo di fronte.
«Tua madre mi ha detto che quando eri piccolo hai studiato francese a scuola e che sei stato in Francia, quindi non credo assolutamente che le tue conoscenze linguistiche siano così misere. Quindi, o rispondi a questo test in modo serio oppure ti giuro che non uscirai da questa stanza finché non avrai coniugato il presente indicativo del verbo être e avoir almeno cento volte ciascuno. E sappi che mantengo sempre le promesse. Vuoi mettermi alla prova?» lo sfidai.
Molinari soppesò per un attimo il mio sguardo; poi, rassegnato mi strappò i fogli di mano. «Avevo sbagliato a giudicarti, prof: non sei una serial killer, ma una nazista» borbottò.
Una ventina di minuti dopo me li restituì di nuovo, ma questa volta il responso fu molto diverso.
Rilessi più volte le risposte per controllare di non essermi sbagliata.
«Perché?» fu l’unica cosa che riuscii a dire.
«Perché cosa?»
«Le risposte a questi esercizi. Sono quasi perfette. Certo, ci sono alcuni errori, ma niente che in poche lezioni tu non possa colmare. Perché ti ostini a voler far credere a tutti che sei un incapace?»
Invece di rispondermi, Molinari si alzò: «Se per oggi è tutto, ci vediamo la prossima settimana, prof» e si diresse verso l’uscita senza neanche voltarsi indietro.
Sospirai e lo imitai anche io: non aveva senso restare lì, anche perché, a dire il vero, non avevo altro con me. Per iniziare a lavorare, avevo bisogno di conoscere il suo livello di partenza e mai avrei immaginato che fosse così alto. Sua madre mi aveva detto che conosceva il francese perché era stato in Francia con i suoi zii quando era piccolo, ma questo non era possibile: il risultato del test indicava che non poteva aver abbandonato la lingua così tanti anni prima, ma che la applicava con costanza.
E tuttavia, questo mi portava a pormi altre domande: se la conosceva così bene, perché sua madre mi aveva assunto? Forse perché non aveva idea delle capacità del figlio. Com'era possibile?
Ero a tal punto persa in questi pensieri che, appena varcai la soglia, andai a sbattere contro qualcuno.
«Oh, mi perdoni, signorina!» la signora Margherita si scusò più volte nonostante fosse colpa della mia distrazione. Mi accorsi che aveva tra le mani un vassoio e che, a causa del nostro scontro, qualche goccia del liquido contenuto nella caraffa si era versata sul ripiano.
«Mi scusi, ero soprappensiero e non l’avevo vista.»
«No, non si preoccupi. Ero venuta a portarvi una limonata rinfrescante… ma vedo che avete già finito.»
Mio malgrado sospirai: «Sì. Ma dopotutto era una lezione introduttiva.»
La donna mi sorrise: «Non si preoccupi, vedrà che andrà tutto per il meglio. Giulio è un bravo ragazzo, anche se all’inizio può sembrare il contrario.»
Mi limitai ad annuire, anche se non ne ero molto convinta.
La signora Margherita dovette intuire i miei pensieri, perché ridacchiò.
«È un peccato sprecare tutta questa limonata. Ne vuole un po’?» mi domandò.
«Perché no?» Almeno, avrei potuto rendere quella visita un po’ più allegra.
La seguii in salotto. Mi fece accomodare su un divano che sembrava appena uscito da un period drama britannico e mi versò un generoso bicchiere di liquido giallo: aveva un ottimo odore e le chiesi se fosse fatta in casa.
«Naturalmente!» sembrava scandalizzata alla sola idea che potessi pensare il contrario «Qui preparo tutto io,» aggiunse fiera.
«Immagino che non dev’essere facile occuparsi di tutto.»
La signora Margherita rise. «Oh, niente affatto, cara. Sono parecchi anni che lavoro per questa famiglia e ormai li conosco come le mie tasche e so bene cosa vogliono: certo, il signor Molinari incute un po’ di timore ma, dopo tanto tempo, mi sono abituata. E poi con me è sempre stato cortese, quindi non ho nulla di cui lamentarmi. E sua moglie è la persona più gentile che conosca.» sorrise.
Mi piaceva ascoltare quella donna mentre parlava: mi ricordava i pomeriggi che da piccola avevo trascorso con mia nonna nella sua cucina, mentre mi raccontava di com’era la vita quando era giovane o leggeva a voce alta gli ingredienti della torta, cosicché potessi imparare anche io la ricetta senza neanche rendermene conto. Ebbi un tuffo al cuore: le telefonavo così di rado, quando ero a Bari. Avrei dovuto farlo più spesso.
«Vive qui con loro?»
«Oh no, cara, anche se quando sono rimasta vedova, otto anni fa, il signore mi ha proposto di trasferirmi, visto che non avevo neanche figli miei di cui occuparmi e la casa è così grande che una persona in più non avrebbe fatto alcuna differenza. Però, per quanto mi piaccia lavorare per loro, la sera preferisco tornare a casa mia, tra i miei ricordi.»
«Mi spiace. Dev’essere stato un momento orribile per lei.»
«Sì, lo è stato. Mio marito era tutto per me e ho passato dei mesi terribili: piangevo per ogni sciocchezza, persino mentre tagliavo l’insalata, perché pensavo a cosa avrebbe detto il mio Donato in quel momento se mi avesse visto fare quella o quell’altra cosa: ci stuzzicavamo sempre, come due ragazzini.» I suoi occhi si velarono un attimo e io capii che stava pensando all’uomo che tanto aveva amato.
All’improvviso si riscosse. «Torno subito», mi disse e, senza neanche attendere una mia risposta, si alzò, uscii dalla stanza e rientrò pochi minuti dopo con qualcosa tra le mani.
«Poi, un giorno» riprese a raccontare come se non si fosse mai interrotta «mentre ero in cucina e preparavo non ricordo cosa, Giulio mi si avvicinò, mi diede un pacchetto e mi disse: “Questo è per te, Marita. Così non ti sentirai sola”. Sa, quando era piccolo non riusciva a pronunciare bene il mio nome, ma ha continuato a chiamarmi così anche dopo essere cresciuto.»
La signora mi allungò quello che aveva in mano: era un disegno a carboncino raffigurante una coppia abbracciata che sorrideva felice. Riconobbi subito la signora Margherita, anche se aveva qualche anno in meno; l’uomo accanto a lei, invece, doveva essere suo marito. Il quadretto era impreziosito da una cornice composta da fiori di cartapesta dalle tonalità pastello.
«Ma è bellissimo!» esclamai d’impulso.
La donna sorrise raggiante. «Vero? Da quel giorno smisi di piangere: ogni volta che la tristezza mi assaliva e stavo per cedere, guardavo quel disegno e subito mi riprendevo.»
Continuai a fissare il quadretto tra le mie mani: quell’immagine trasudava così tanto amore da far male al cuore. Un amore che trascende il tempo, tra due persone che il destino ha separato troppo presto; ma anche l’amore di chi aveva voluto regalare qualcosa di speciale a una persona importante.
Era questo ciò che aveva voluto mostrarmi la signora Margherita con il suo racconto? Il suo Giulio Molinari, quel ragazzo che lei conosceva e amava come se fosse suo figlio, a giudicare dalla dolcezza con cui ne parlava? Era quello, dunque, il vero Giulio Molinari? Era la mano delicata e sensibile che aveva disegnato quel magnifico ritratto ciò che si nascondeva dietro il sorrisino strafottente e gli occhi di ghiaccio?
«Ehi, Marita, sei qui? In cucina c’è un profumo buonissimo! Cosa...»
Appena entrò nella stanza e mi vide, s’interruppe bruscamente; l’espressione allegra che avevo intravisto sul suo viso mentre varcava la soglia era scomparsa, per essere sostituita da uno sguardo fra la sorpresa e il fastidio. Quando poi notò ciò che stringevo ancora tra le mani, il suo atteggiamento si fece ancora più circospetto.
«Che ci fai ancora qui?» domandò glaciale, gli occhi celesti due iceberg che mandavano lampi.
Ebbi un brivido: era quello il Giulio Molinari che conoscevo io. Davvero quel ragazzo e l’autore di quel bellissimo disegno erano la stessa persona?
«Giulio! Che modi sono!» lo rimproverò la donna.
Lasciai andare il quadretto come se all’improvviso bruciasse e balzai in piedi. «Non importa, signora. Si è fatto tardi, devo andare. Grazie per la limonata.»
Uscii dalla stanza evitando di incrociare il suo sguardo e non mi voltai finché non fui al sicuro nella mia auto, mentre il mio cuore continuava a battere all’impazzata.