Il destino ha uno strano modo di agire. Per esempio, ci tiene sempre a informarti su quando una giornata andrà malissimo facendotelo intendere appena ti svegli. Non ho mai capito se lo faccia perché pensa sul serio di farti un favore – una specie di avvertimento, insomma, qualcosa del tipo “Non uscire di casa, anzi, non alzarti neanche dal letto, ché è meglio per te” – o magari soltanto perché si diverte a darti fin da subito un assaggio di quel che vivrai.
Il primo segnale che ebbi quella mattina fu dato dalla sveglia che decise, chissà per quale motivo, di non funzionare.
Fu una voce maschile a svegliarmi. Per un attimo, nel dormiveglia che precede il risveglio vero e proprio, mi chiesi che diavolo ci facesse un uomo in casa mia e per una frazione di secondo temetti addirittura che qualche malintenzionato fosse entrato nel mio appartamento; per fortuna, prima di avere una qualsiasi reazione estrema, con un barlume di consapevolezza, riuscii a percepire che si trattava di qualcuno che conoscevo. Mentre la mia coscienza pian piano si risvegliava, i ricordi iniziarono a venir fuori: la professoressa Gallo che quasi mi supplicava di dare ripetizioni a suo figlio. Il cellulare che suonava. Il messaggio di Emanuele e il suo arrivo. La rosticceria. La passeggiata sulla Muraglia.
«Emanuele?»
Ancora intontita dal sonno, lo vidi sulla soglia della mia stanza con le braccia incrociate al petto.
«Oh, alla buon ora! Ce ne hai messo di svegliarti, principessa!»
Mi misi a sedere ancora stordita. Era raro che Emanuele si alzasse prima di me: quando eravamo piccoli, prima della nostra grande lite, capitava che dormissimo insieme ed ero sempre stata molto mattiniera, a differenza sua che si alzava con tutta calma; dai racconti dei suoi genitori prima e di Laura dopo, avevo intuito che questa abitudine non era venuta meno negli anni.
Perciò, sebbene avesse un colloquio, mi parve assai strano che fosse già in piedi, addirittura vestito di tutto punto.
Poi, d’un tratto, un campanellino suonò nella mia testa. «Che ore sono?»
«Le sette e mezzo.»
«Cosa?!» All’improvviso, la nebbia si diradò del tutto e mi lanciai sul comodino, alla ricerca del mio cellulare, come sempre con la vibrazione attivata. Emanuele aveva ragione: erano le sette e trentacinque, l’icona che rappresentava la sveglia ancora attiva. Che diavolo gli era preso?
«Vuoi rovinare il mio colloquio, per caso?» indagò, gli occhi ridotti a due fessure.
Gli lanciai un’occhiataccia, mentre spostavo le lenzuola da un lato e cercavo le mie pantofole. «Non dire sciocchezze. Hai idea di quante me ne direbbero mia madre e la tua se solo ci provassi? La sveglia non è suonata, quella maledetta! Hai già fatto colazione?» m’informai correndo in cucina. Non mi servì neanche la sua risposta per rendermi conto che nella stanza tutto era rimasto come l’avevo lasciato la sera prima.
«Potevi almeno preparare il caffè» non riuscì a trattenermi.
«Mai preparato un caffè in vita mia» ammise senza vergogna.
Non mi voltai neanche per scoprire se stesse scherzando o meno; era ovvio che parlasse sul serio. Scossi la testa: in quel momento, non aveva senso cercare di insegnargli un po’ di sana economia domestica.
«Ok, ok, non importa. Certo che ora che Laura è incinta potresti almeno imparare le basi per darle una mano» borbottai più a me stessa che a lui, mentre mettevo la caffettiera sul fuoco e tiravo fuori le brioche dall’armadietto.
«Posso anche cercare un bar e far colazione lì, eh. Però puoi almeno apprezzare che ti ho svegliata, no?» ribatté piccato.
Mi voltai con un sospiro, passandomi una mano tra i ricci: avevamo passato una bella serata e non mi andava di rovinare tutto quando ormai eravamo agli sgoccioli della nostra breve convivenza. «Hai ragione, scusa. Grazie per avermi fatto da sveglia. Tuttavia, ormai ho preparato tutto, se ce la fai ad aspettare qualche minuto. Puoi spegnere tu quando è pronto, così posso vestirmi anche io?»
Lui annuì mettendo via l’ascia di guerra, perciò potei dedicarmi a me stessa, pregando in cuor mio di trovare la mia cucina ancora intatta quando fossi uscita dal bagno.
Per mia fortuna non ero mai stata una di quelle donne che ci mettono ore a prepararsi, perciò in meno di un quarto d’ora ero già pronta. Dalla mia stanza, sentivo Emanuele parlare al telefono, perciò dedussi che ormai a casa fossero già al corrente del fatto che eravamo sopravvissuti a quella serata insieme. L’idea di risparmiarmi una telefonata a mia madre, che di sicuro avrebbe voluto sapere se fossimo ancora vivi, mi mise di ottimo umore.
Raggiunsi la cucina che Emanuele stringeva ancora in mano il cellulare.
«Era Laura?»
Emanuele mi fissò per un attimo incerto; poi, uno strano ghigno si formò sulle sue labbra e la cosa non mi parve per niente di buon auspicio.
«Era il tuo ragazzo.»
Decisi che avevo sentito male. «Il mio cosa?»
«Il tuo ragazzo» scandì, neanche fossi una bambina lenta di comprendonio. «Non è che volevo farmi gli affari tuoi, eh. Ho sentito un cellulare vibrare e ho pensato che era il mio. Non mi ero accorto che abbiamo lo stesso modello.» Lanciò uno sguardo al tavolo, sul quale c’era un telefono simile a quello che aveva in mano: anche la cover, l’unico elemento che li differenziava, era di un blu solo un po’ scuro. Mi resi subito conto che non mi stava prendendo in giro.
«Non importa. E comunque, chiunque fosse, non era il mio ragazzo.»
Emanuele ridacchiò, per nulla convinto delle mie parole.
«E che diavolo voleva questo mio fantomatico fidanzato?» Indagai, mentre la mia mente correva veloce per cercare di indovinare di chi potesse trattarsi. Uno scherzo casuale? Probabile. Nessuno che conoscessi avrebbe mai cercato di farmi una beffa di questo tipo, ne ero sicura, perché avrebbe di sicuro saputo che non gliel’avrei fatta passare liscia.
Emanuele alzò le spalle. «Non molto. Mi ha solo detto di dirti che non poteva aspettarti per far colazione insieme, perché andava di fretta: aveva un appuntamento con… una serial killer, mi pare… ma forse mi sbaglio. Ad ogni modo, non ha voluto che ti passassi la chiamata. Allora, hai il ragazzo e non ci dici niente, eh?»
Quell’idiota.
Quel dannatissimo idiota.
Avrei dovuto capire subito che si trattava di lui: chi altro avrebbe potuto uscirsene con una battuta così stupida? Come aveva avuto il mio numero? Gliel’aveva dato sua madre? E perché, se non avevo ancora dato la mia disponibilità?
«Non è il mio ragazzo» ripetei, questa volta quasi ringhiando. «È solo un cretino che non tiene molto alla propria incolumità.»
Stavolta Emanuele si guardò bene dal replicare.
*
Lo trovai dove mi ero aspettata che fosse: al bar di fronte all’università. Per un attimo, mi sorpresi del fatto che non avessi avuto neanche un minimo dubbio su dove potesse trovarsi: senza rendermene conto, avevo fatto miei i pettegolezzi e i racconti delle ragazze della biblioteca che erano uscite con lui e che avevano reso tutti partecipi del loro effimero momento di gloria urlando ai quattro venti la descrizione dettagliata dei loro appuntamenti, con il chiaro intento di suscitare l’invidia di quelle che, invece, non avevano avuto la loro stessa fortuna. Questa consapevolezza aumentò ancora di più il mio malumore.
Una volta nel locale, quasi non notai la cameriera che mi salutò e l’arredamento in legno scuro, ma mi diressi a passo di marcia verso il punto in cui era seduto.
«Tu.»
L’idiota alzò la testa dal suo cellulare e mi guardò con il suo classico sorrisino strafottente. Cominciavo a pensare sul serio di celare dentro di me un’anima da serial killer, perché in quel momento avrei voluto saltargli al collo e strozzarlo con le mie mani.
«Toh, guarda, la prof. Non pensavo che avresti fatto così in fretta: sei più intelligente di quanto pensassi, a quanto pare. O sei anche tu una mia ammiratrice?»
Ignorai la sua frecciatina e continuai a fissarlo senza parlare.
«Caspita, sei proprio arrabbiata. Cos’è, il tuo fidanzato non ha gradito il mio piccolo scherzo innocente?»
Ma perché la gente ha la brutta abitudine di pensare che qualunque tizio di sesso maschile ti stia accanto debba essere per forza il tuo spasimante?
«Ti è andata male. Emanuele è mio cugino.»
Colsi un guizzo di disappunto nel suo sguardo che scomparve così in fretta come era apparso. Sorrisi compiaciuta per aver rovinato il suo giochetto: non gli avrei mai dato la soddisfazione di dirgli che, in realtà, mi aveva cacciata in guai anche peggiori nel caso Emanuele si fosse lasciato scappare qualcosa una volta tornato a casa.
«Certo che no. Sei troppo frigida per avere un ragazzo.»
Continuai a fissarlo impassibile. «Che vuoi?»
Lui sembrò non curarsi molto del tono glaciale della mia voce, perché indicò la sedia davanti a me. «Perché non ti siedi?»
Seguì il suo consiglio più per non attirare l’attenzione del personale e dei pochi clienti presenti che per accettare il suo invito.
«Hai già fatto colazione? Vuoi un caffè?»
«Voglio che tu mi dica che diavolo vuoi. Non ho tutto questo tempo da perdere con te.»
Lui fece una faccia sorpresa: «Io? A dire il vero, nulla. Sei tu che vuoi qualcosa da me, o sbaglio?»
Ne era già al corrente? Eppure la professoressa Gallo mi aveva dato ad intendere che avrebbe aspettato la mia decisione prima di proporglielo.
«Non fare quella faccia. Ho sentito che ne parlava con il suo assistente, quello alto, con i capelli neri. Come si chiama? Ah, sì, Antonio. Recuperare il tuo numero dalla sua rubrica non è stato tanto difficile.»
«Io non ho ancora accettato.»
«È solo questione di tempo. Lo fanno tutti pur di compiacere i miei genitori.»
«Compiacere?» Che diavolo voleva insinuare?
«Ma certo» si sistemò meglio sulla sedia continuando a fissarmi «Non che non ti capisca, davvero. Voglio dire: la tua professoressa di tesi, quella da cui dipende il tuo futuro accademico, vuole un favore da te, è ovvio che tu dica di sì. Essere i cocchi dei professori non è sempre tutto rosa e fiori. Ma, si sa, per far carriera questo e altro…»
Avevo lasciato correre tutto: che si fosse procurato il mio numero, che avesse parlato con l’ultima persona che volevo s’impicciasse della mia vita, persino che mi avesse dato della frigida, cosa che avrebbe già fatto saltare i nervi a qualsiasi ragazza; ma adesso che aveva offeso la mia integrità morale, non l’avrebbe passata liscia.
Balzai in piedi, battendo con violenza le mani sul tavolo, e avvicinai il mio viso al suo, in modo tale che nessuno sentisse la nostra conversazione; già lo stridio della sedia sul pavimento aveva attirato l’attenzione su di noi e, anche se non li vedevo, riuscivo a percepire gli sguardi dei presenti puntati nella nostra direzione.
«Prima di tutto, solo perché tu non sei capace di fare nulla senza la raccomandazione dei tuoi, non significa che tutti siano disposti a vendersi. Molti, forse, ma non tutti. Non io. Secondo, ho cose più importanti da fare che perdere tempo dietro a un figlio di papà che a questa età non è ancora capace di camminare sulle proprie gambe. Terzo, pensi sul serio che sia stato facile per tua madre coinvolgere un’allieva in questa storia? Allora, oltre che raccomandato, sei pure ingrato e stupido. Perciò, scusami, ma non credo che abbiamo altro da dirci noi due.»
Detto questo, presi le mie cose con la precisa intenzione di andarmene e non avere più niente a che fare con Giulio Molinari. Mi spiaceva molto deludere la professoressa Gallo, ma non avrei mai barattato la mia moralità per aiutare quell’idiota senza cervello.
«Non ti ho fatta venire qui per farti rinunciare.» Mi fermò prima che potessi attuare il mio proposito.
«E allora che cosa vuoi?» lo fulminai.
Mi indicò ancora una volta la sedia da cui mi ero appena alzata, ma stavolta non lo assecondai.
«Volevo proporti un patto.»
«Che genere di patto?» ribattei guardinga.
Lui sorrise, soddisfatto di aver attirato la mia attenzione.
«Senti, siamo partiti con il piede sbagliato, me ne rendo conto.» Se possibile, le mie difese si alzarono ancora di più: Giulio Molinari che ammetteva di aver sbagliato? Ero certa che avesse qualcosa in mente. «Conosco i miei, e so che quando decidono qualcosa non c’è verso di fargli cambiare idea. Se non sarai tu, proveranno a convincere qualcun altro, quindi tanto vale accontentarmi di te che almeno non sei una vecchia rugosa.»
«Grazie per la concessione!» commentai sarcastica, ma lui fece finta di nulla.
«Come hai specificato tu stessa pochi minuti fa, stai per laurearti, quindi non hai tempo da perdere con un… come mi hai definito? “stupido ingrato” come me, né io ho voglia di perderlo con una come te. Perciò, ti propongo un patto: vediamoci… quante volte? Due, tre alla settimana per… un’ora, un’ora e mezza. Due, se vuoi. In un posto lontano da occhi indiscreti, in cui nessuno ci disturberà: tu ti porti il tuo computer, io mi faccio i fatti miei e poi, dopo quell’ora, ognuno per la propria strada. Fra un paio di settimane dirai a mia madre che, ti dispiace, ma non hai mai conosciuto uno studente più stupido del sottoscritto – o quello che vuoi: scommetto che troverai aggettivi originali per definirmi – e che ti arrendi. Non temere, mia madre non farà storie: ha un’altissima opinione di te, quindi qualunque cosa le propinerai lei ci crederà.»
Per farla breve, voleva che prendessi in giro i suoi genitori.
«Vedo che sei perplessa, ma pensaci un attimo: non perderai tempo e potrai dedicarti alla tua amata tesi di laurea in santa pace.»
«Mi creda, per quanto sia sprezzante delle regole, davanti alle decisioni mie e di suo padre non oserà opporsi» aveva detto la Gallo. E, in effetti, aveva avuto ragione: non voleva discutere la scelta dei suoi genitori, solo sfruttarla per un tornaconto personale.
«In sintesi vuoi che i tuoi genitori pensino che tu sia un caso disperato.» Riassumetti.
«Sta’ tranquilla, ne sono già più che convinti. La tua opinione servirà solo a confermare i loro sospetti. Allora, che ne pensi?»
Cosa ne pensavo? Scherzava, vero?
«Penso che andrò dritta da tua madre a rifiutare la sua proposta.» replicai decisa.
La mia risposta dovette sconcertarlo non poco, perché sgranò gli occhi e mi fissò sconvolto.
«E perché? In questo modo ci guadagniamo entrambi, no?»
«Vedo che non ci arrivi, eh?» Stavolta mi sedetti senza invito «Tua madre mi ha pregato di darti ripetizioni perché si fida di me. E non ho alcuna intenzione di tradire la sua fiducia in questo modo: se dovessi accettare, m’impegnerei con tutta me stessa per farti superare quel test a pieni voti. Mi pare di avertelo già detto prima: se cerchi qualcuno che si lasci corrompere così facilmente, hai sbagliato persona. Non lo farei, neanche se ciò andasse a mio discapito.»
«Neanche se ti offrissi il doppio di quello che ti pagherebbe lei?»
Fu molto difficile rimanere composta e non prenderlo a sberle. «Ho detto di no.»
Lui continuò a fissarmi, come se mi stesse studiando, tentando di capire da dove provenisse tutta quella determinazione. Sostenni il suo sguardo, fiera. Se c’era una cosa che la mia famiglia mi aveva insegnato era a non cedere a questi sporchi compromessi.
“Mi raccomando, Lucia: resta sempre fedele a te stessa e vedrai che andrà tutto bene” mi aveva salutata mio padre quando, cinque anni prima, mi ero trasferita a Bari per l’università. Non aveva avuto bisogno di aggiungere altro.
Dopo quelle che parvero ore, il campanello tintinnò e delle voci arrivarono alle mie orecchie. Anche Molinari fu attirato dal vocio, perché puntò la sua attenzione oltre le mie spalle e, all’improvviso, perse quell’aria strafottente che aveva mantenuto fino ad allora e impallidì di colpo. Alquanto incuriosita, mi voltai giusto in tempo per vedere la professoressa Gallo entrare nel bar con un uomo che non avevo mai visto. Mi ci volle solo un’occhiata per comprendere che si trattava dell’avvocato Molinari in persona: aveva gli stessi occhi di ghiaccio di suo figlio, anche se i suoi capelli erano neri come la pece, con solo qualche spruzzatina di bianco qua e là.
Per una manciata di secondi nessuno disse nulla, sorpresi di ritrovarci tutti nello stesso luogo. Vista la loro espressione, non mi avrebbe stupito scoprire che, fino a poco prima, i due coniugi stessero parlando proprio di noi.
La professoressa Gallo fu la prima a riprendersi e si diresse sorridente nella nostra direzione.
«Che sorpresa trovarvi insieme! Stavamo parlando giusto di voi,» salutò. «Giorgio, lei è Lucia Astolfi.»
Mi alzai per salutarlo: aveva una presa forte e decisa, notai. «Salve. Mia moglie mi ha parlato molto di lei.» Non avevo idea di cosa gli avesse detto, ma dalla fugace occhiata che lanciò a suo figlio preferii non indagare.
«Gradite qualcosa?» domandò la professoressa, accomodandosi al nostro tavolo, mentre un cameriere passava per prendere le ordinazioni; suo marito, invece, avvicinò una sedia di un altro tavolo e si sedette accanto a lei.
Ambedue rifiutammo, così si limitò a ordinare un caffè macchiato per sé e un decaffeinato per il marito.
Appena il cameriere si allontanò, un pesante silenzio calò tra noi. La tensione che si era già creata tra me e Giulio Molinari non fu affatto alleggerita dall’arrivo dei due; anzi, era addirittura aumentata.
«È strano vederti qui al bar, mamma.» Inaspettatamente fu Giulio a porre fine a quell’assordante silenzio. «A cosa si deve tale onore?»
«Per la verità, ero certo di trovarti qui. Io e tuo padre dobbiamo parlarti.»
«E non potevate farlo a casa?»
«Quando, se è lecito, visto che non ci sei mai?» s’intromise l’avvocato. La sua voce era come la sua stretta, dura e diretta. Cominciavo a comprendere perché suo figlio preferisse passare il proprio tempo fuori dall’ambiente domestico.
La professoressa pose con gentilezza la mano sulla spalla del marito e proseguì: «Perché avrei voluto che la signorina Lucia ci raggiungesse dopo averti spiegato tutta la questione» si voltò nella mia direzione «Ho provato a telefonarle, ma purtroppo non sono riuscita a mettermi in contatto con lei.»
Mi maledissi: quella mattina, tra la telefonata di quell’idiota, la sveglia e la presenza di mio cugino, avevo dimenticato di riattivare la suoneria del cellulare che giaceva dimenticato nella mia borsa. A pensarci bene, mi ero anche scordata di chiamare mia madre per informarla che io ed Emanuele eravamo vivi e vegeti. Chissà quante me ne avrebbe dette! Decisi di non pensarci e dedicarmi a problemi più impellenti.
«Mi dispiace, professoressa: questa mattina ho avuto un po’ di incombenze da sbrigare e non ho prestato molta attenzione al mio cellulare.» Mi trattenni a stento dal lanciare un’occhiataccia al figlio.
La donna scosse la testa: «Non ha importanza. Anzi, il fatto che lei sia qui significa che avrete già discusso della questione, giusto? Quindi, è tutto a posto, vero?»
Oh, certo, come no. Dopo che suo figlio mi ha offesa, ha tentato di corrompermi e mi ha messo in un sacco di pasticci con la mia famiglia. Mi dispiace, professoressa, ma con lui non voglio avere niente a che fare neanche per sbaglio, avrei voluto risponderle, ma qualcosa mi trattenne.
«Giovanna ha avuto un incidente e l’hanno portata all’ospedale. Stiamo andando lì.»
«Cosa le è successo? Come sta? Sta bene, vero?»
Sbattei gli occhi, confusa. Perché mi era tornata in mente quella conversazione proprio in quel momento? Possibile che dipendesse da quella nota di speranza, quasi di supplica, che avevo avvertito nella voce della professoressa Gallo, la stessa che avevo riconosciuto nella mia voce, quella famigerata sera di tanti anni prima in cui la mia vita era stata stravolta in un modo così brutale? O era stata solo un’allucinazione dettata dal mio inconscio desiderio di aiutarla?
«Siamo d’accordo, allora» l’avvocato Molinari si alzò in tutta fretta, strappandomi dai miei pensieri. «Mi ha fatto piacere conoscerla, signorina. Mi dispiace, ma ho un’udienza fra mezz’ora e devo scappare. L’aspetto domani pomeriggio a casa nostra intorno alle 16:00. Le va bene come orario?»
Lo guardai un attimo senza capire. Cosa?
«A casa vostra?» domandai, sicura di aver sentito male.
«Sì, se non le dispiace: non ripeteremo l’errore di non controllare di persona i progressi di nostro figlio, vero cara? Spero che lei non se la prenda.»
Eh? Cosa stava dicendo?
Tuttavia, l’avvocato Molinari doveva aver inteso quel mio attimo di smarrimento come un tacito consenso alle proprie parole perché, senza aspettare una mia replica, proseguì: «Perfetto. A domani, allora» e, detto questo, si precipitò fuori dal locale senza neanche aver consumato il proprio caffè.
Non riuscivo a crederci. Era accaduto tutto così in fretta che non avevo neanche avuto il tempo di rendermi conto di quello che stava succedendo. Avevo davvero accettato di impelagarmi in una simile impresa? O meglio: quando era accaduto, se non avevo pronunciato nemmeno una parola? Adesso mi era molto più chiaro cosa intendesse dire la professoressa Gallo quando si era riferita al marito.
Dopo pochi secondi anche Giulio si alzò, alquanto irritato: «Bene, visto che la mia presenza qui è inutile, posso andare anche io.»
«Giulio, aspetta…»
Ma lui non degnò la madre neanche di uno sguardo. «E perché? Tanto ormai avete deciso tutto voi, come al solito. Bene, allora ci vediamo domani, prof.» Mi salutò calcando con cattiveria sull’ultima parola, scoccandomi un’occhiata velenosa.
Contraccambiai infastidita: anche io ero stata incastrata da suo padre e la cosa non mi piaceva per niente.
Note dell’autrice
E finalmente siamo giunti alle tanto sospirate ripetizioni. XD Sì, lo so, ci ho messo un po’ ad arrivarci, ma tutte le premesse erano più che doverose considerando gli sviluppi futuri. Come sempre, commenti e critiche sono sempre ben accetti!