Trascorsi la mattina successiva a pulire e rassettare casa. Non che ce ne fosse bisogno, Claudia aveva ragione, ero una perfezionista anche nelle pulizie, quindi era tutto in perfetto ordine. Tra l’altro, il mio appartamento era anche piuttosto piccolo, l’ideale per una ragazza che viveva da sola: lungo il corridoio, che terminava con uno sgabuzzino in cui conservavo tutto ciò che usavo di rado, vi erano quattro porte, due per parte. La prima sulla sinistra conduceva a una cucina non molto grande ma funzionale, mentre la seconda immetteva in un piccolo soggiorno dove troneggiava un divano letto in finta pelle marrone e una libreria in legno troppo grande per quella stanza, ma a cui non avevo voluto rinunciare, perché non avrei mai potuto lasciare indietro i miei libri. Le due stanze erano separate da una porta scorrevole che, quando era aperta, le collegava in modo da formare un ambiente unico molto più ampio. Sulla parte destra del corridoio, invece, si trovavano la camera da letto, dal mobilio bianco panna che mia madre avrebbe voluto cambiare ma che io invece mantenni per evitare di suscitare le ire della proprietaria, e un bagnetto dalle mattonelle verde acqua.
Conoscendo mio cugino, preferivo non rischiare di farmi trovare impreparata, perciò gli avevo già preparato il divano-letto e tutto l’occorrente per la notte e, presa da un’ansia improvvisa, avevo persino lavato le tende e riordinato i ripostigli. Non volevo che fosse lasciato niente al caso e che ritornasse a casa dicendo a qualcuno che non ero in grado di cavarmela da sola.
Ad aumentare la mia agitazione ci pensò mia madre che quel giorno decise di non avere altri impegni imminenti se non quello di tartassare telefonicamente la propria figlia fin dalle sette del mattino. Non che potessi biasimarla: ben conscia dei rapporti che legavano me ed Emanuele, ci aveva tenuto a ricordarmi che «È pur sempre tuo cugino, Luci’, trattalo bene!»
«Sì, mamma, lo so!» sbottai alla quinta chiamata, fatta questa volta per rammentarmi che era allergico alle pesche e che quindi non mi venisse in mente di fargliene trovare. «Sarò una perfetta padrona di casa e non lo manderò all’ospedale per una reazione allergica.» “Voglio che se ne vada al più presto, non che resti qui”, aggiunsi a me stessa.
«Volevo solo fartelo presente, nel caso te ne fosse dimenticata» si difese.
Certo, come se fosse possibile: il giorno in cui Emanuele scoprì di essere diventato allergico alle pesche, c’ero anche io. Anzi, si può dire che fu grazie a me che si accorse di avere questo problema. Eravamo nella campagna di mio nonno e stavamo giocando con gli altri cugini. Non mi ricordo cosa disse o fece, già da allora i nostri rapporti erano piuttosto burrascosi, fatto sta che, per vendicarmi, staccai una pesca ancora acerba dall’albero e gliela lanciai addosso. Non fu un lancio molto violento – avevo sette anni, poca forza e una mira scarsissima – ma il solo contatto con la buccia del frutto gli arrossò la pelle in modo così violento e imprevisto che lo portarono di corsa all’ospedale.
Per mesi continuò a dire a tutti che avevo voluto ucciderlo e in poco tempo il mio senso di colpa per quello che era successo scomparve, lasciando spazio solo a un’antipatia reciproca.
«No, mamma, non me ne sono scordata. Andrà tutto bene, stai tranquilla.»
«Mi raccomando.» concluse prima di mettere giù. Insomma, non credeva assolutamente che sarebbe andato tutto per il meglio, ma da lì non poteva far altro che aspettare, sperando che nessuno la chiamasse da una stazione di polizia per dirle che avevo avvelenato il diletto nipote. Sbuffai al telefono ormai muto e tornai alle mie faccende.
Ci misi tutta la mattinata ma, dopo un’ultima ispezione, il mio appartamento era a dir poco perfetto. Visto che, quindi, il più era fatto, decisi di non buttare alle ortiche tutta quella giornata di studio e di andare in ateneo anche se era quasi ora di pranzo.
Il dipartimento di Studi Umanistici occupava quasi tutto il secondo piano dell’ateneo di Bari ed era il risultato della fusione di diversi dipartimenti prima indipendenti. Durante quegli anni, le varie facoltà avevano subìto una serie di modifiche per quanto riguardava le competenze e le materie afferenti a ciascuno di essi, per questo vi era molta confusione anche tra noi studenti.
Tuttavia, la maggior parte degli uffici dei docenti pertinenti al mio corso di laurea si trovavano nell’ex biblioteca di Scienze dell’Antichità, sede dell’ex dipartimento da cui la biblioteca prendeva il nome. Ciò che contraddistingueva questa dalle altre biblioteche della facoltà era il fatto che gli scaffali dei libri ricoprivano le pareti di tutto il dipartimento, dai corridoi alle varie sale studio, alle stanze dei professori. La possibilità di usufruire di testi consultabili liberamente, senza dover chiedere per forza l’aiuto di un bibliotecario per poter accedere al volume desiderato era un lusso che non tutte le biblioteche potevano permettersi. Questi indubbi vantaggi, però, avevano un prezzo molto alto: per i corridoi bisognava attenersi alle stesse restrizioni di una qualsiasi biblioteca: niente rumori molesti e chiacchiericcio sommesso.
Quando arrivai all’università, trovai i miei colleghi che stavano rientrando proprio in quel momento dalla pausa.
«Non avevi detto che non saresti venuta oggi?» mi salutò Andrea.
«È vero, ma ho finito prima del previsto e ho pensato che fosse meglio studiare piuttosto che farmi prendere dall’ansia. E poi mia madre mi ha chiamato cinque volte per raccomandarmi di trattar bene il caro nipotino. Almeno, stando qui, ho una scusa per far finta di non aver sentito il telefono nel caso richiami!»
Risero tutti e due. «Addirittura! È così grave la situazione?»
«Anche di più.» E raccontai loro l’episodio delle pesche.
Arrivammo davanti all’entrata della biblioteca che stavamo ancora ridendo: avevo fatto bene a raggiungere gli altri in ateneo, mi dissi.
Non feci neanche in tempo a formulare questo pensiero che la porta si aprì e ci trovammo davanti Giulio Molinari abbracciato a una studentessa del triennio dai capelli rosso fuoco. Ci scostammo aspettando che uscissero e per una frazione di secondo i nostri sguardi si incrociarono: mi lanciò un’occhiataccia così furiosa che d’impulso arretrai.
Quello scambio di sguardi non era passato di certo inosservato, infatti, una volta che i due si furono allontanati, Andrea emise un fischio: «Cavoli, quando si dice “Se uno sguardo potesse uccidere!” Che diavolo gli hai fatto?»
Alzai le spalle. «Ieri sera al pub ho minacciato di tagliargli le palle. Non mi stupirebbe se il suo orgoglio maschile ne sia rimasto ferito.» spiegai, mentre firmavo il registro delle presenze e salutavo la signora Enza, la “donna dell’accoglienza”, come mi piaceva definirla, perché era colei che forniva agli utenti qualsiasi tipo di informazione, a parte quelle bibliografiche, e che vigilava sul corretto comportamento da tenere.
In realtà, ero rimasta molto perplessa anche io da quella reazione. Non era la prima volta che io e Molinari avevamo uno scontro verbale, ma questi non avevano mai avuto conseguenze; sospettavo, anzi, che non gliene importasse granché. Questa volta, invece, sembrava addirittura furioso.
«Cosa?» esclamarono in coro, facendomi quasi trasalire.
«Quando?»
«Perché non ci hai detto niente?»
«Tranquilli, ragazzi, solite schermaglie» cercai di minimizzare. Non avevo raccontato niente ai miei amici dell’incontro avuto la sera precedente, perché non volevo che Claudia venisse a conoscenza di cosa quel deficiente avesse detto su di lei, ma me ne ero dimenticata e avevo parlato troppo.
«Sei sicura? Non si lancia uno sguardo simile per...» Andrea si bloccò all’improvviso perché davanti a noi si era materializzata la figura alta e magra di Antonio.
«Lucia, potresti passare dalla professoressa appena puoi? Ti deve parlare.»
«Certo. Ma cosa...?» Non mi diede neanche il tempo di porgli ulteriori domande che si defilò nel corridoio dove c’erano i libri dedicati alla storia greca e romana.
«Accidenti, era davvero di fretta!» commentò infatti Claudia «Secondo te, che cosa ti deve dire la Gallo?»
Non ne avevo idea. Il più delle volte era Antonio a occuparsi dei capitoli della mia tesi, lei era troppo impegnata per dar loro un’occhiata. A meno che non fosse successo qualcosa che meritasse la sua attenzione. Avevo commesso qualche grave errore? La seduta di laurea era vicina e io stavo controllando le citazioni. Oddio, e se avessi dovuto riscriverla daccapo? Cominciai a sudare freddo, Emanuele e Molinari completamente rimossi dalla mia mente.
Lo studio della professoressa Gallo era uno dei più grandi dell’intera biblioteca, perché lo condivideva con gli altri tre docenti di letteratura latina: il professor Silvestri, che insegnava ai ragazzi della triennale di Lettere, la professoressa Anselmi, che invece si occupava di altri corsi di laurea, e la sua assistente, una giovane ricercatrice. Era l’unica stanza ad avere due finestre, il che le permetteva di ricevere la luce del sole sia la mattina che il pomeriggio. Ciò che rendeva ancora più luminoso l’ambiente erano, però, i nuovi scaffali grigi che riempivano le pareti della camera: riflettendo la luce del sole, essi riuscivano a dare all’ambiente una particolare luminosità.
Inoltre, il profumo dei libri, vecchi e nuovi, riempiva la stanza, dando quasi l’impressione di trovarsi in una libreria invece che all’interno dell’università, e questo mi metteva di buon umore ogni volta che vi entravo.
Quel giorno, tuttavia, notai a mala pena questi dettagli a me cari, perché la mia mente era troppo occupata a cercare di capire il motivo per cui la professoressa mi aveva convocata. Il fatto che ci fosse soltanto lei, a differenza di quanto accadeva di solito, rendeva ancora più assordante quel silenzio che regnava nell’ufficio.
«Signorina Astolfi, prego» mi indicò la sedia di fronte alla sua scrivania quasi senza alzare la testa da quello che stava leggendo, gli occhiali da lettura appoggiati sulla punta del naso.
Mi accomodai e la guardai con attenzione: era difficile credere che quella donna fosse la madre di Giulio Molinari. I due, infatti, non si somigliavano per niente. Non parlo solo dell’aspetto fisico, visto che della madre aveva ereditato solo i capelli castani, ma anche del carattere. Pur essendo una delle più temute e importanti docenti del nostro corso di laurea, infatti, la professoressa Anna Gallo era la gentilezza e l’affabilità fatte persona; aveva una voce dolce e melodiosa, ed era un piacere ascoltare le sue lezioni: mentre leggeva, sembrava quasi di avvertire la passione di Catullo per la sua Lesbia, l’odore della terra e del sangue durante le battaglie in Gallia, l’amore di Enea per quel padre che si era caricato sulle spalle pur di portarlo via da Troia in fiamme.
Questo, però, non significava che il suo esame fosse semplice, anzi: era alquanto esigente e bocciava spesso, ma premiava chi lo meritava. Per questo, malgrado tutto, era amatissima dai suoi studenti, oltre che molto stimata in campo accademico. Per me era un modello da seguire, la donna che mi sarebbe piaciuto diventare.
«Professoressa, mi scusi se mi permetto di porle un simile quesito, ma c’è qualche problema con il mio lavoro?» m’informai con circospezione, non riuscendo più a tollerare quel silenzio che era calato da quando ero entrata nella stanza.
La donna sollevò lo sguardo da quello che stava facendo, si tolse gli occhiali e mi sorrise: aveva un sorriso bellissimo ma, a differenza di quello del figlio, sempre strafottente e quasi di scherno, era molto dolce e caldo.
«Mi scusi, signorina. È solo che non so da dove cominciare.»
Inghiottii a vuoto, pronta a tutto. «Mi dica.»
«Signorina Astolfi, mi è stato detto che le capita spesso di avere dei contrasti con mio figlio…»
Suo figlio? Annuii lentamente, non avendo alcuna idea su dove volesse andare a parare.
«…e che, ieri sera, in occasione di uno scontro più violento del solito, gli ha detto che gli avrebbe strappato i suoi connotati maschili.»
Oh merda.
Avrei dovuto aspettarmelo: il pub era pieno di studenti di Lettere, avevo intravisto persino Antonio. Era logico che la voce arrivasse alle sue orecchie. Del resto, non avevo mai cercato di nascondere l’antipatia che provavo per lui. Non che fossi pentita di avergli detto quelle cose ed ero pronta a difendere a spada tratta il mio orgoglio e l’onore della mia amica se fosse stato necessario, ma essere convocata da lei, significava che il mio comportamento avrebbe avuto ripercussioni sul mio lavoro e, ne ero certa, sul mio futuro accademico. Andrea mi avrebbe detto che me l’ero andata a cercare, e non potevo non ammettere che avrebbe avuto ragione.
«Professoressa, so che il mio comportamento non è giustificabile, ma…»
«Non mi interessa quali siano le sue motivazioni, per il momento. Vorrei solo che mi dicesse se questa voce è vera oppure no.»
La fissai, dritto nei suoi grandi occhi color cioccolata, e decisi di non nascondermi. «Sì.»
Dopo quella confessione, mi aspettavo di tutto: che mi urlasse di sparire dalla sua vista, che potevo scordarmi la laurea e che me l’avrebbe fatta pagare cara, nessun docente mi avrebbe mai seguita e che avrebbe dedicato la sua vita a rovinare qualsiasi tipo di carriera decidessi di intraprendere; immaginavo già le risate di scherno di mio cugino e lo sguardo di mia madre: “Ero sicura che il tuo caratteraccio ti avrebbe rovinata” sentivo già la sua voce rimproverarmi “Una cosa sai fare, studiare, e hai fallito anche in questo. Chi se la prenderà mai una donna inutile come te?”
E invece, contro tutte le mie più fervide previsioni apocalittiche, lei mi sorrise: «Come pensavo. E questo mi convince sempre di più che lei sia la persona giusta.»
La mia faccia doveva essere un collage di emozioni difficile da definirsi, perché scoppiò a ridere. Aveva una bella risata, fresca e allegra. «Mi dispiace averla spaventata e la ringrazio per la sua franchezza. Posso offrirle un po’ d’acqua? Non ho altro purtroppo.»
Accettai il bicchiere che mi porgeva, troppo sconvolta per rendermi conto di cosa stesse accadendo.
«Immagino che sia curiosa di conoscere il motivo per cui le abbia fatto questa domanda improvvisa. Ebbene, vorrei proporle di dare ripetizioni di francese a mio figlio.»
Io? Dare delle ripetizioni a Giulio Molinari?
Cercai di mantenere un’espressione neutra, ma il mio silenzio dovette essere più esaustivo di mille parole, perché «La pagherei, ovviamente,» aggiunse.
«Io. Dare ripetizioni di francese a suo figlio?» ripetei, come una bambina troppo lenta nell’apprendimento.
«Esatto. Mio marito è riuscito a inserirlo in un tirocinio che dovrebbe partire a settembre presso l’Unione Europea, per il quale deve sostenere comunque un test preselettivo. Uno dei requisiti richiesti è la padronanza di due lingue: per fortuna conosce molto bene l’inglese, ma in francese ha diverse lacune. Quando era piccolo l’ha studiato a scuola ed è stato in Francia con i suoi zii, ma temo che le sue conoscenze non siano sufficienti.»
“Neanche per idea!” gridò una voce nel mio cervello; tuttavia non potevo certo urlarle il mio secco rifiuto.
«Professoressa,» iniziai, cercando le parole adatte per tirarmi fuori da quella situazione senza essere sgarbata «come lei ha appena detto, i rapporti tra me e suo figlio non sono per l’appunto idilliaci…»
«Lo so.»
«Inoltre, io non sono una docente di francese. L’università ha tantissimi professori validissimi, quindi non avrebbe alcun problema trovare qualcuno di gran lunga più capace di me.»
«Antonio mi ha detto che l’altro giorno gli ha corretto una citazione da Les Belles Lettres, quindi sono più che sicura che la sua conoscenza della lingua sia eccellente» mi bloccò senza indugio. Aveva ragione: poiché il mio sogno era sempre stato quello di studiare all’estero, avevo cercato di migliorare il più possibile la mia conoscenza delle lingue e di ottenere delle certificazioni linguistiche che mi aprissero più porte possibili. «Inoltre, lei è l’unica persona a cui posso fare una simile richiesta.»
«Non capisco.» Ammisi. Quale madre avrebbe voluto che una persona che non aveva alcuna simpatia per suo figlio, tanto da aver minacciato di evirarlo, avesse anche solo per sbaglio a che fare con lui?
La professoressa si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Come ha giustamente notato, per me e mio marito sarebbe facile trovare qualcuno che faccia al caso nostro, dal punto di vista professionale; tuttavia, il vero problema è un altro: lei sa meglio di me che mio figlio è una testa calda, che non accetta consigli né suggerimenti da chicchessia. Se coinvolgessimo un collega, lui acconsentirebbe di buon grado ma, per quanto severo sul posto di lavoro, non userebbe la stessa forza con il figlio di due colleghi e, se anche lo facesse, mio figlio farebbe di tutto per rovinargli la vita. Lei non ha idea di quante ne ha combinate in questi anni: non dovrei dirlo davanti a una studentessa, ma è riuscito a circuire una docente che potrebbe avere la mia età, nota per la sua intransigenza; e quando gli abbiamo assegnato un professore uomo, per evitare che accadesse ancora, è stato beccato in atteggiamenti tutt’altro che consoni con sua figlia.»
Chissà come mai, non ne rimasi affatto stupita; anzi riuscii a immaginarmi la scena del padre che, rientrando in casa, beccava i due mezzi nudi sul divano.
«È per questo che ho pensato subito a lei, Lucia: tra i suoi colleghi ha fama di essere una persona irreprensibile ed è già da tempo che mi hanno riferito di incomprensioni tra lei e mio figlio. Penso che sia una delle poche persone a non avere un debole per lui e l’episodio di ieri sera non fa che confermare questa mia idea. Io sono sicura che la sua compagnia non solo potrebbe aiutarlo nello studio, ma apporterebbe benefici anche alla sua condotta. In fondo, non è un cattivo ragazzo.»
«Non lo metto in dubbio,» accondiscesi, anche se non ne ero per niente convinta. «Però, ecco, con tutto il rispetto, professoressa, suo figlio dovrebbe avere all’incirca la mia età, quindi, come dire, essere grande a sufficienza da decidere di impegnarsi con tutte le proprie forze per costruirsi un progetto di vita.»
Avevo cercato di essere il più diplomatica possibile, ma la sua espressione si incupì all’improvviso e io temetti di aver detto davvero troppo questa volta.
«Lei ha ragione, ma non conosce mio marito. Con questo non voglio dire che sia una persona cattiva. Solo… so che farà di tutto pur di ottenere quello che vuole per il bene di suo figlio.»
Annuii e, per un attimo, quella donna mi fece quasi pena: l’avvocato Molinari non doveva essere una persona facile, sebbene fosse chiaro quanto lei lo amasse e lo stimasse. Da una parte mi sarebbe piaciuto darle una mano, ma dall’altra si trattava pur sempre di Giulio Molinari.
«Anche se decidessi di aiutarla, non credo che suo figlio accetterebbe di ricevere lezioni da me.» Era l’ultima carta che potessi giocarmi.
«Mi creda, per quanto sia sprezzante delle regole, davanti alle decisioni mie e di suo padre non oserà opporsi.»
Nonostante la voce che dentro la mia testa continuava a urlarmi di non accettare avesse iniziato a strepitare, una parte di me voleva accogliere il grido d’aiuto di una madre disperata. Tuttavia, avevo già troppo da fare con il mio lavoro di tesi per pensare a tenere a freno uno studente così irrequieto come Giulio Molinari; inoltre, se quello che la professoressa aveva detto era vero – e non c’era alcun motivo perché mi mentisse – significava che me ne avrebbe fatte passare di tutti i colori, pur di farmi desistere dal mio compito. E in quel periodo non potevo affatto permettermi una simile pressione.
Intuendo i miei pensieri, la professoressa mi sorrise. «Non deve rispondermi adesso, Lucia. Ci pensi questa notte: domani mi darà la sua risposta. Sappia, però, che la mia opinione su di lei non cambierà, qualunque cosa decida di fare.»
Uscii dalla stanza frastornata: l’unica cosa che volevo, in quel momento, era rintanarmi sotto le coperte e far finta che quella conversazione non fosse mai avvenuta.
Purtroppo però non potevo permettermi di fare nulla di tutto ciò. Avevo appena messo piede in sala lettura per aggiornare i miei colleghi, quando il cellulare iniziò a vibrare. Guardai il numero e, con mio sommo raccapriccio, vi trovai un messaggio di mio cugino: Emanuele mi avvertiva che si era appena messo in macchina e che sarebbe arrivato nel giro di un paio d’ore.
A dispetto di tutti gli scenari peggiori che avevo immaginato, la mia serata con Emanuele si svolse in modo abbastanza tranquillo; anzi, fu persino così gentile da presentarsi con un vassoio di dolci al cioccolato e una focaccia fatta in casa. A quanto pareva, non ero stata l’unica a essere tempestata di chiamate e raccomandazioni e questo mi rincuorò non poco.
«Stai cercando di corrompermi o temi che ti avveleni con la mia cucina?» commentai senza cattiveria a mo’ di ringraziamento, mentre riponevo le vettovaglie al loro posto.
Stranamente, capì che era soltanto una battuta e si mise a ridere: «La focaccia è da parte di nonna. Ti saluta. Sai com’è fatta, teme che non mangi abbastanza. I dolci, invece, sono un’idea di mia moglie per ringraziarti dell’ospitalità; quanto a me, ho deciso di immolarmi per un bene superiore.»
Questa volta fu il mio turno di ridere. «Se questo ti può rassicurare, in realtà non ho cucinato nulla, perché mi sono resa conto di non avere idea di cosa ti possa piacere.» ammisi, omettendo il fatto che avevo temuto che quella sera scoprissimo insieme qualche nuova allergia, di cui quasi di sicuro mi avrebbe incolpata. «Pensavo invece di uscire a mangiare una pizza o prenderla d’asporto se sei stanco per il viaggio. Che ne dici?»
Non so se avesse capito il motivo che si celava dietro la mia scelta, ma acconsentì. «Ma sì, dài, una pizza non si rifiuta mai. Offri tu, ovviamente.»
«Ovviamente. Sia mai che si dica che tratto male i miei ospiti.»
Alla fine, optammo per una rosticceria poco distante da casa mia che offriva un’ampia scelta di prodotti. Non ero mai stata lì pur passandoci davanti ogni giorno, perciò sperai che fosse buona, almeno per non dovermi sorbire le lamentele di Emanuele; tuttavia, il fatto che il locale fosse pieno, pur essendo un giorno infrasettimanale, lasciava ben sperare.
Riuscimmo a sederci dopo una decina di minuti: dopo aver studiato il menù per qualche minuto, io presi un panzerotto fritto, mentre Emanuele scelse una piadina. La guardai sospettosa: era così piena che le due estremità non si toccavano.
«Non sembra neanche una piadina» non riuscì a non commentare.
«Tutta questa attesa mi ha messo fame. Certo che c’è un sacco di gente anche se è solo mercoledì.»
«Già.»
«Proprio come a casa, eh?» commentò ironico.
Non è che il nostro paese natale fosse una landa sperduta nelle campagne dove la gente non fosse in grado di divertirsi e tornasse a casa appena il sole tramontava, ci mancherebbe; solo che, essendo un centro di periferia molto piccolo, non c’era così tanta vita neanche durante le feste patronali.
«Adesso capisco perché non torni mai a casa.»
Non ero molto sicura che comprendesse appieno il motivo per cui preferissi stare lontana da quel posto il più possibile, anche se, in realtà, avrebbe dovuto arrivarci persino lui. Non amavo molto la folla e prediligevo luoghi più silenziosi e tranquilli, ma potevo immaginare l’effetto che una grande città potesse fare su uno come lui, abituato da sempre alla nostra piccola realtà.
Tuttavia, non dissi nulla. Non volevo che interpretasse male le mie parole e non avevo alcuna voglia di litigare con lui, non quel giorno: avevo già troppi pensieri per testa e non mi andava di rovinare un’atmosfera così rilassata. Che fosse un modo per tenermi buona, nel caso avesse dovuto ancora approfittare della mia ospitalità o che stesse soltanto seguendo le raccomandazioni ricevute, non mi importava: ero decisa a godermi quella serata così tranquilla. Sorrisi a quel pensiero: non avrei mai pensato di poter associare un simile aggettivo alla presenza di mio cugino.
«Se dovessi trasferirti qui, tutto questo non ti sembrerebbe più così allettante.»
«Dici? Può darsi. Però sono certo che farebbe bene a Laura.» Il suo sguardo si addolcì al pensiero della moglie. Poteva avere tutti i difetti di questo mondo, ma amava Laura davvero molto. Forse voleva sul serio mettere la testa a posto per il bene della famiglia.
Uscimmo dal locale che erano appena le dieci, così decidemmo di fare una passeggiata. Ero consapevole del fatto che Emanuele non fosse un grande amante dell’arte, quindi sarebbe stato del tutto inutile portarlo nel centro storico ad ammirare i vicoli di origine medievale e la basilica di San Nicola, fiore all’occhiello dell’architettura e della cultura barese, così facemmo un giro sulla cosiddetta Muraglia, dove si concentrava la vita notturna della città.
La Muraglia, chiamata così perché ottenuta dalle vecchie mura diroccate della città vecchia, è una via che, partendo da piazza del Ferrarese, l’entrata vera e propria del centro storico, risale a poco a poco verso il Fortino dedicato a Sant’Antonio Abate, costeggiando il porto. Salendo dalla piazza, sulla sinistra, si possono ammirare resti di palazzi nobiliari e vicoli che si addentrano nella città antica in un dedalo di viuzze in cui è difficilissimo orientarsi; sulla destra, invece, oltre il muretto, l’occhio si perde sul porto che, rientrando, regala una visione mozzafiato della città soprattutto dopo il tramonto.
Era uno degli scorci che più amavo, anche se preferivo evitarlo nelle sere d’estate, a causa del forte afflusso di persone che attirava quel luogo. E infatti quella sera, pur essendo ancora maggio, i locali avevano già preparato i tavoli all’aperto e alcuni avventori erano già seduti, incuranti dell’aria frizzante.
Come avevo immaginato, Emanuele era a dir poco estasiato.
«In estate c’è così tanta gente che non si riesce neanche a camminare,» spiegai.
«Fantastico!» Per un attimo, mi fece quasi tenerezza: sembrava un bambino a cui avevano regalato un giocattolo nuovo che non aveva ancora idea di come usare e temeva di romperlo.
Tornammo a casa in silenzio. Emanuele sembrava perso nei propri pensieri e io mi dedicai ad analizzare la situazione in cui mi trovavo.
La professoressa Gallo mi aveva rassicurato che, anche se avessi rifiutato la sua proposta, il nostro rapporto non sarebbe cambiato e io le credevo; tuttavia, sapevo che io, invece, non avrei più avuto il coraggio di guardarla negli occhi se non avessi provato ad aiutarla. Ero solo una sua studentessa, dopo tutto, eppure lei si era aperta così tanto, perché sperava che potessi dare una mano a suo figlio – un figlio che non meritava tutto questo, secondo me. Ma chi ero io per criticare le azioni di una madre?
In quel momento non riuscì a fare a meno di domandarmi cosa i genitori siano disposti a fare per i propri figli. Senza volerlo lanciai un’occhiata a Emanuele. Persino lui aveva deciso di trovarsi un lavoro vero e aveva chiesto a me, una cugina che odiava da quando ne aveva memoria, di ospitarlo, mettendo da parte l’orgoglio e l’astio. Anche mia madre non aveva forse capitolato, quando le avevo detto, senza mezzi termini, che non avrei mai fatto la vita della pendolare, ma che mi sarei trasferita nel Capoluogo perché volevo finalmente la mia indipendenza? Certo, ci avevo messo un anno per convincerla, nonostante avessi dalla mia molti argomenti a mio favore, ma sapevo quanto le fosse costato quel sì. Dopo quello che era successo, poi...
«Perché mi guardi così?»
L’interrogativo di Emanuele mi riscosse in modo brusco dai miei pensieri e solo allora mi accorsi che lo stavo ancora fissando.
Scossi la testa. «No, niente. Solo…»
«Cosa?»
«Mi chiedevo, quante raccomandazioni ti sei sorbito da zia Agata prima di partire?»
«Mai quante quelle che ti avrà fatto zia Maria, immagino.»
Per la prima volta dopo anni, entrambi scoppiammo a ridere di gusto. Forse – forse, eh! - non sarebbe stato poi così male se Emanuele e Laura si fossero trasferiti a Bari.