Il ritratto dell'anima
Capitolo II

II


«Quel maledetto!»
Quell’imbecille di Emanuele stavolta mi aveva giocata per bene. Ovvio che non avrei potuto rifiutarmi di ospitarlo: se lo avessi fatto, sarei passata per la stronza che non voleva dare una mano al cugino alla disperata ricerca di lavoro e quasi-padre; oltretutto, avrei dato un dolore alla povera Laura che non solo mi considerava un’amica e mi voleva bene, ma era anche incinta, cosa che avrebbe reso il colpo che le avrei inferto ancora più terribile.
«Schifoso pezzo di merda!»
«Lu’, calmati! Non è necessario che ti senta tutto il dipartimento!»
Nonostante fosse trascorso un giorno da quando Emanuele mi aveva proposto la sua idea, ero ancora furiosa con lui. La mia rabbia, se possibile, aveva subito un’ulteriore impennata quando i miei colleghi mi avevano chiesto, in modo del tutto innocente, come avessi trascorso la domenica, visto che li avevo informati della mia trasferta; al solo pensiero della conversazione del giorno precedente, il sangue mi era andato alla festa ancora una volta e mi ero lanciata in un racconto dettagliato e tutt’altro che scevro di epiteti non proprio carini nei confronti di mio cugino.
Claudia, la collega con cui condividevo la professoressa di tesi e la postazione in sala lettura da quando avevamo iniziato il nostro lavoro, cercò di rabbonirmi porgendomi una scatola di cioccolatini, ricordando bene quanto ne fossi ghiotta. Ne presi al volo uno alla cannella e lo mandai giù senza neanche assaporarlo fino in fondo, troppo presa dalla mia arringa contro l’orribile delitto di cui si era macchiato mio cugino.
«Io non capisco dove sia il problema, a dire il vero. Tanto sarà solo per una notte, no?»
Lanciai un’occhiataccia ad Andrea, mio collega dal primo anno di università, laureando anche lui e, visto il suo commento, ormai quasi-ex migliore amico.
«Tu non lo conosci,» replicai piccata.
«No, certo che no» mi concesse, in un chiaro tentativo di rabbonirmi. «Però, dài, che può fare di male?»
La Lucia lucida, quella che per la maggior parte del tempo occupava il mio corpo, sarebbe stata d’accordo con lui. Dopotutto, si trattava solo di una notte; dopotutto, era mio cugino; dopotutto, lo conoscevo da una vita e, a parte essere un idiota, non era uno psicopatico né un potenziale maniaco sessuale. Però, appunto perché lo conoscevo dacché ne avevo memoria, ero sicura che mi avrebbe creato qualche problema: già me lo immaginavo, mentre si metteva a curiosare per cercare di carpire qualche segreto sulla mia vita privata da poter portare come souvenir a casa. E se c’era una cosa a cui tenevo più della mia vita era la mia privacy.
«Andrea ha ragione. Non potrebbe avere nulla da ridire neanche se volesse: sei una maniaca dell’ordine, non c’è un granello di polvere in casa tua neanche a cercarlo con il lanternino e sei una cuoca divina.»
In effetti, aveva ragione: ero, e sono ancora, una persona estremamente metodica che odia il disordine; per me fare le pulizie è un vero piacere: adoro quel momento in cui, guardandomi intorno, vedo le superfici risplendere; lo considero un mio modo personale di scaricare lo stress e l’ansia, quasi un momento catartico. Inoltre, ero una cuoca provetta: mia nonna non mi aveva soltanto trasmesso la sua forza di volontà e il suo carattere, ma anche una grande passione per la cucina.
«Ma cosa sei, una potenziale serial killer?»
Tutti e tre ci voltammo all’unisono verso la voce che aveva appena parlato: sulla soglia della stanza, con le braccia conserte e il suo solito ghigno strafottente sul volto, c’era Giulio Molinari, il figlio della mia docente di tesi.
Il ragazzo più arrogante e antipatico del creato, preceduto, anche se non di molto, solo dal Malefico Cugino, secondo il mio punto di vista; il ragazzo più “figo e fantastico del mondo”, secondo il 99% delle studentesse che frequentavano con regolarità la biblioteca.
Lo fissai, gli occhi ridotti a due fessure. «Scusa?»
«Secondo recenti studi, pare che i serial killer siano persone ordinate e metodiche. La tua descrizione calza a pennello con il profilo.»
«Ah sì? Quindi, ti conviene stare molto attento. Non si sa mai.»
Continuammo a fissarci per qualche secondo e un pesante silenzio cadde sulla sala ancora semivuota: nessuno si permetteva di rispondere a tono a Giulio Molinari, un po’ perché era figlio di uno dei docenti più illustri del dipartimento, un po’ perché, nonostante lo disprezzassi, dovevo ammettere che aveva dei bellissimi occhi celesti e gli bastava un sorriso e un occhiolino al momento giusto per ricevere il perdono di chiunque. Tranne quello della sottoscritta.
E infatti, dopo attimi che mi parvero ore, sfornò uno dei suoi soliti sorrisi e, senza aggiungere altro, uscì dalla stanza.
«Proprio non ce la fate ad andare d’accordo voi due, eh?» Andrea scosse la sua testa castana, sospirando.
Alzai le spalle e tornai a sistemare le mie cose sul tavolo. «Non sono stata certo io a cercare lo scontro, come hai potuto ben vedere.»
«Non stavolta.»
Non era colpa mia se quel ragazzo riusciva a risvegliare la parte peggiore di me. Non ricordo con precisione da quando l’esistenza di Giulio Molinari era diventata così fastidiosa per me, ma era ormai già da qualche mese che si potevano contare sulle dita di una mano i giorni in cui non ci scambiavamo qualche frecciatina. Col tempo, queste erano diventate sempre più pungenti, in alcuni casi al limite della maleducazione, ma ad ambedue non importava granché.
«Un giorno o l’altro passerai dei guai, lo sai.» mi minacciò con la penna che aveva in mano.
«E quindi? Dovrei permettergli di dire quello che vuole?» lo apostrofai acida.
«Ma no,» Claudia provò con diplomazia di trovare un compromesso «solo che… non potreste cercare di andare più d’accordo?»
«E perché? Solo perché è il figlio della prof? Per quanto mi riguarda è solo un cretino che se ne va in giro bighellonando nei corridoi di una facoltà che non è neanche la sua, solo perché sua madre insegna qui.»
«Abbassa la voce! Metti che la Gallo ci sente?»
«Non m’interessa, Andrea. Per quanto mi riguarda, potrei andare nella sua stanza e dirle chiaro e tondo cosa penso di suo figlio.»
Andrea sospirò rassegnato, più che convinto che un giorno mi sarei cacciata nei guai per il mio comportamento, a suo dire, sovversivo. Claudia, invece, aprì la bocca per ribattere, ma si bloccò e preferì dedicarsi alla sua tesi. «No, per carità, ti credo sulla parola» la sentii blaterare, mentre spostava libri e quaderni alla ricerca della matita.
Sospirai: non aveva senso scaricare sui miei amici la mia frustrazione per quell’idiota di mio cugino e per quel cretino di Giulio Molinari. Oltretutto, ero consapevole che neanche loro riuscivano a rimanere indifferenti se lui era nei paraggi: lei diventava rossa come un pomodoro maturo ogni volta che Molinari le rivolgeva la parola, mentre Andrea, beh, aveva uno sguardo che lasciava intendere in modo abbastanza palese cosa gli avrebbe fatto se solo lui avesse mostrato un minimo interesse.
«Scusate, ragazzi, ma due deficienti in una giornata sono troppo persino per me.» Sorrisi conciliante ad Andrea, mentre alla mia amica passai una delle mie matite; lei la prese e ricambiò il sorriso. «Ha ragione Molinari, comunque: conoscendoti, potresti benissimo farlo fuori.»
Feci finta di pensarci su. «Uh, sarebbe un’ottima scusa per evitare la visita di mio cugino, però.»
«Scusa, ma quando verrà?»
«Non lo so di preciso, Cla’. Ha detto che lo devono chiamare per un secondo colloquio, il primo era stata giusto una chiacchierata al telefono. Spero che almeno si degni di avvisarmi.»
Andrea prese un cioccolatino dalla scatola ancora aperta sul tavolo. «Secondo me, stai guardando la questione da una prospettiva sbagliata.»
«Uh? Cosa intendi dire?»
«Beh, Lu’, mettila così: se gli darai riparo per una notte, avrai fatto una buona azione di cui lui ti sarà grato per sempre; quindi, sarà in debito con te.»
In effetti, a questo non avevo pensato. Il che, Andrea aveva ragione, metteva la questione sotto un’ottica del tutto diversa. E, dovevo ammetterlo, la sola idea che mio cugino mi dovesse un favore, mi faceva sogghignare in modo perfido. Forse, dopotutto, Molinari aveva davvero ragione.
«Non ci avevo pensato. Sei un vero genio, Andrea!»
«Grazie, lo so!» si pavoneggiò scherzosamente. «Ma detto da te, la cosa assume un altro sapore!»
Risi: ero una persona parca di complimenti, verso gli altri e verso me stessa, quindi ero certa che quelle parole gli avevano fatto davvero piacere.
«Anzi, io direi quasi che un evento tanto importante merita di essere festeggiato. Che ne dite di una birra stasera? Ho sentito che hanno aperto un posto nuovo nelle vicinanze, il London pub
Andrea era un vero amante della cultura britannica in ogni suo aspetto. Fin da piccolo era stato spesso in Inghilterra e dalle terre di Sua Maestà non aveva portato con sé solo un’ottima padronanza della lingua, ma anche una grande passione per i pub, il bacon e Shakespeare.
«Lo conosco» era la prima volta che Claudia avesse più informazioni di lui su un locale e questo la inorgoglì. «Ci sono stata sabato scorso con Massimo. È un posto molto carino e sembra davvero di essere in un pub inglese: si gioca persino a freccette!»
«Davvero?» il nostro amico era a dir poco in estasi «Allora dobbiamo andarci per forza!»
«Ok» annuii. «Ora però torniamo al lavoro, altrimenti mi sa che tra un po' ci cacciano!»
La sala lettura della biblioteca, infatti, si era riempita di studenti e ricercatori: entro pochi minuti il cicaleccio sommesso dovuto ai soliti convenevoli mattutini si sarebbe placato e il silenzio sarebbe tornato a regnare sovrano.


Il London pub non deluse affatto le nostre aspettative, soprattutto quelle di Andrea: come aveva detto Claudia, era un posto in stile British, dall'arredamento in legno scuro alle attività che si potevano svolgere: freccette, slot machine e c'era persino un jude-box; per non parlare della birra: solo e soltanto made in UK.
«Awesome!» commentò Andrea appena ci servirono le nostre birre e gli stuzzichini «Credo che questo posto mi vedrà molto spesso.»
«Non avevo dubbi» commentai guardandomi intorno: era pieno di giovani, soprattutto universitari, alcuni dei quali li avevo incrociati spesso nei corridoi; anzi, per un attimo mi parve di intravedere Antonio, il dottorando che ci seguiva, ma non ne ero certa. «Più che altro, mi stupisco che Massimo ti abbia portato qui, Claudia. Non ce lo vedo.»
Massimo era il ragazzo di Claudia, se così lo si poteva definire, visto che uscivano insieme da un paio di mesi, ma non ci era giunta ancora voce di uno sviluppo romantico tra i due. Dall’opinione che io e Andrea ci eravamo fatti ascoltando i racconti della nostra amica, il problema sostanziale era che Massimo era troppo serio. Non che fosse un cattivo ragazzo, eh, ma già da come vestiva, da come pettinava all'indietro i capelli i folti capelli neri, da come parlava - con calma, come se calcolasse ogni singola parola che pronunciasse, quasi temesse di dire qualcosa di sbagliato - era palese che fosse una persona molto posata, che amava fare le cose per bene. Era il classico tipo che, a una serata al pub, preferiva una cena a lume di candela o in un ristorantino. Insomma, qualcosa di più intimo e meno affollato.
Il che, per una ragazza tranquilla come lei, andava più che bene, magari anche troppo.
«Anche io ne sono rimasta stupita, sapete?» disse piluccando qualche patatina «Però qualche tempo fa mi sono lasciata sfuggire che ogni tanto ci piace andare in un pub a prendere una birra e lui ha detto che, pur non amando molto il genere, voleva provare anche lui per farmi felice.»
«Uh, che tenero!» gli enormi occhi castani di Andrea avevano già assunto la forma di un cuore.
«Vero?» Claudia ci mise poco a raggiungerlo sulla luna. «E ha ammesso che, in fondo, si è divertito e che dovremmo venirci più spesso.»
«Potremmo organizzare un'altra uscita tutti insieme, che ne pensate?» propose allora Andrea. «Dici che si unirebbe?»
«Credo di sì. In fondo quando ci siamo visti l'altra volta per andare al cinema, ha detto che si è trovato bene, anche se il film non rientrava molto nei suoi gusti.»
«Vedi? Il prossimo passo sarà portarlo in discoteca! Allora sì che potrai dire che è vero amore!»
«Seh, Andre', non esageriamo! Per adesso sono felice così!»
Quei due, quando erano in preda al romanticismo, avrebbero potuto continuare per ore.
«Però per il resto ancora nulla, vero?» li riportai in fretta sulla Terra.
Andrea mi lanciò un'occhiataccia che feci finta di non cogliere.
«Beh, no. Mi ha solo riaccompagnato a casa.»
«Un uomo di altri tempi, dài!»
«Ma che altri tempi!» continuai implacabile. «Persino mia nonna, quando uscii con il mio primo ragazzo, mi disse di stare attenta!»
Si voltarono a guardarmi all'unisono.
«Il tuo primo ragazzo
Sembrava che un marziano fosse atterrato di fronte a loro.
Ok, la mia vita sentimentale non era un argomento di conversazione solito; diciamo pure che non lo era per niente, dato che non esisteva. Però una reazione simile mi pareva un po’ esagerata.
«La nostra lunga e travagliata storia d'amore durò una settimana. dopodiché lui partì per il campeggio e quando tornò si era messo con una del gruppo. Fine della storia. Avevo dodici anni.»
Il silenzio che ne seguì valse più di mille parole.
«Comunque, il punto è un altro:» Bevvi un lungo sorso di birra «tutto ciò può essere romantico quanto vuoi, ma dopo due mesi, mi pare un po' eccessivo. Cosa sta aspettando?»
«Non ne ho idea. Forse non gli piaccio abbastanza.» Adesso era davvero giù.
«Non dire sciocchezze» intervenne imperativo Andrea «Un uomo non esce con una donna per due mesi se non gli piace abbastanza
«Magari gli piaccio, ma non sa se è sufficiente per metterci insieme.»
«Ma mica dovete sposarvi il giorno dopo!» saltai su io. «È questo che vuol dire stare insieme, no? Crescere, conoscersi, scoprirsi e un giorno, se tutti e due lo vorrete, costruirvi un futuro e una famiglia insieme. Che c'è? Ho detto qualcosa di sbagliato?»
I due, infatti, mi stavano di nuovo fissando in silenzio tra lo sbigottito e lo sconvolto.
«No, è che… di solito non commenti mai queste conversazioni… Sei sicura di sentirti bene?»
«Certo che sto bene» risposi piccata. «Mi pare che sia semplice buonsenso questo, no?»
I due sembravano alquanto imbarazzati, tuttavia annuirono.
«Vado a prendere una bottiglietta d’acqua» e, senza aspettare una risposta, mi avviai verso il bancone.
D’accordo, ero arrabbiata. Non tanto con loro, quanto con me stessa. Avevo parlato come mia nonna e questo mi sconvolgeva. Ci mancava solo che avessi iniziato a disperarmi perché non avevo un fidanzato e a iscrivermi su siti come Tinder o come diavolo si chiamava, per trovarne uno. Ebbi un brivido al solo pensiero. Tutto, tutto sarebbe stato preferibile, tranne che diventare così. Dovevo stare calma. Del resto, il mio era stato solo buon senso. Voglio dire, non è che per scrivere un thriller un autore debba per forza trasformarsi in un assassino, checché ne pensasse Molinari, no? Quindi, che problema c’era?
In ogni caso avrei evitato di tornare a casa per un po’: quell’ambiente non era per niente salutare per me.
Ero così presa dai miei pensieri che a mala pena mi accorsi del barista che mi dava la bottiglia.
«Non ci posso credere. Acqua
Oddio no. Conoscevo quella voce. Alzai lo sguardo e, come avevo immaginato, a pochi metri da me, accomodato su uno degli sgabelli vicino al bancone, c’era Giulio Molinari in persona che mi guardava strafottente, in compagnia di alcuni ragazzi più o meno della nostra età.
«Come?»
Indicò la bottiglietta d’acqua. «Vieni in un pub inglese e prendi una bottiglia d’acqua
«Non credo che questi siano affari tuoi» ribattei, decisa ad andarmene il più in fretta possibile. Ci mancava pure quell’idiota.
«Scusa, scusa!» alzò le mani in segno di resa. «Lo dicevo per te, nel caso un giorno volessi trasferirti in Gran Bretagna» aggiunse con un tono che non manifestava alcun segno di pentimento, tutt’altro.
In ogni caso, chi diavolo gli aveva detto queste cose? In realtà non avevo mai fatto mistero che mi sarebbe piaciuto studiare all’estero, magari provare persino il dottorato in Inghilterra o in Francia, ma era sempre stata un’idea a cui non avevo ancora prestato troppa attenzione: del resto, dovevo prima laurearmi, e quella era la mia priorità per adesso.
«Apprezzo moltissimo la tua premura» calcai con forza sull’avverbio «ma, come puoi vedere,» gli indicai il tavolo dove c’erano gli altri e le tre birre su di esso «ho già provveduto alla mia razione alcolica.»
«Capisco. Oh, vedo che sei con i tuoi amici laureandi. Non vi stancate mai di vedervi? Dopo tutto quello studio…»
«Ci sono persone che amano coltivare rapporti di amicizia» commentai acida. Non eravamo tutti come lui, che se ne andava in giro sempre con una donna diversa, per lo più alta, magra e con un fisico da urlo. Ma, com’è ovvio, tenni questi commenti per me.
«Non ne dubito. Però siete sempre voi tre. Non vi annoiate? Se vuoi, mi aggiungo volentieri. Sai, trovo la tua amica davvero molto carina…»
Lanciai un’occhiata ai miei due amici che, ignari, continuavano a conversare tra loro: Andrea probabilmente stava raccontando qualcosa di divertente e Claudia rideva, la piccola testolina bionda che annuiva tentando di seguire il discorso del nostro amico, gli occhi azzurri che le brillavano alla luce dei lampadari. Chissà cosa le stava dicendo.
«È fidanzata.»
«E quindi? Non sono un tipo geloso. E anche loro non si fanno certo…»
Non riuscì a finire la frase, anche se era palese cosa stesse per dire, perché mi voltai di scatto nella sua direzione, la bottiglia d’acqua puntata alla sua gola come se fosse arma, la rabbia che già mi ribolliva in corpo, centuplicata dalle sue insinuazioni disgustose. Claudia era la ragazza più buona, dolce e sensibile che conoscessi e nessuno doveva permettersi di fare simili commenti su di lei in mia presenza. Nessuno.
«Claudia è fidanzata. Felicemente fidanzata. E se tu provi anche soltanto ad avvicinarti a lei, ti taglio le palle. L’hai detto tu che potrei essere una serial killer, o sbaglio?»
Molinari aprì e chiuse un paio di volte la bocca, non avendo idea su come ribattere. Era stato così preso alla sprovvista dal mio attacco che il sorriso gli si congelò in volto, mentre i suoi amici ridacchiavano prendendolo in giro.
Ghignai per la sua reazione: a quanto pareva, non erano molte le donne che non trovavano divertenti i suoi commenti.
Soddisfatta per quell’inaspettata occasione di sfogare la rabbia e far tacere quel tipo in un colpo solo, mi girai e tornai dai miei amici, molto più leggera.
Questo stato di relativa tranquillità non era destinato a durare che per una manciata di minuti: appena ritornai dagli altri, infatti, la spia del cellulare mi indicò che era arrivato un nuovo messaggio. Emanuele mi avvertiva che gli avevano fissato il colloquio per il mercoledì successivo.


Nota dell’autrice
Piccola nota prima che qualcuno me lo chieda: come avete potuto intuire, alcuni luoghi in cui è ambientata questa storia sono reali; altri, invece, li ho plasmati a mio piacimento, mentre altri ancora sono del tutto frutto della mia fantasia. Ad oggi (novembre 2019) a Bari non c’è nessun locale chiamato London pub, quindi non prendetevela con me se sulle guide enogastronomiche non lo trovate. Se poi un giorno dovessero aprire un posto simile, mi raccomando, avvisate anche me: come Andrea, anche io adoro i pub. XD