Just a little wish
Seconda parte - Passato
Seconda Parte
Passato
Il genere, i bambini
tendono ad
associare il bianco al
colore della neve,
perché poche cose erano candide e belle
allo stesso tempo. E poi, tutti i bambini
adoravano la
neve:
così fredda e
morbida,
l’ideale per
giocare con
gli amici,
anche se poi
rischi di prenderti l’influenza e
di restare a
casa per
giorni e
giorni. Ma
ne vale
sempre la
pena.
Oppure, i
bimbi associano il bianco al
grembiule.
Quello bianco – a
volte nero,
altre blu –
che i bambini
ancora oggi, in
alcune scuole,
devono indossare,
anche se
sta passando sempre più di moda.
Andrea,
invece,
aveva imparato ad
associare quel colore al
candore della stanza dove,
ogni giorno,
da circa due
anni,
andava a
trovare il suo papà.
Quando aveva iniziato ad
andare a
scuola e la mamma
aveva dovuto comprargli il grembiule,
lui era
scoppiato a
piangere e
aveva detto che quella cosa non la
voleva; poi,
quando aveva visto che tutti i
suoi compagni lo
indossavano, per non
sentirsi diverso dagli altri o essere preso in giro,
riluttante,
aveva capito che doveva adeguarsi.
Tuttavia,
sua madre, per non
farglielo pesare,
gli aveva cucito uno Spiderman,
il suo supereroe preferito, a
mo’ di spilla.
Con
il passar dei mesi,
tuttavia, Andrea
si era
abituato a
quelle pareti spoglie,
alle lenzuola candide che ricoprivano il corpo di suo padre, a
quello strano odore di medicinali che all’inizio l’aveva fatto quasi star male.
Si era
anche abituato a
vedere il suo genitore steso su quel letto,
che dormiva,
completamente immobile. La mamma
gli aveva spiegato che il suo papà si era
stancato troppo e
che aveva tanto,
tanto bisogno di riposare e
che quindi non
poteva giocare con
lui.
“Ma
quando si sveglia?”
aveva domandato lui.
“Non lo so, Andrea.”
“E se
usiamo una sveglia?”
La mamma
aveva sorriso amaramente,
abbracciandolo: “Non
si può. I
dottori hanno detto che non
dobbiamo svegliarlo:
si sveglierà quando vorrà.
Però, ha
detto che possiamo parlargli,
così sentirà che lo
stiamo aspettando e
si sveglierà prima.”
Inizialmente, ad Andrea era
sembrata una cosa stranissima parlare con
il suo papà in
quel modo,
soprattutto perché lui non
gli rispondeva, ma con
il passar del tempo,
si era
abituato e
ormai quasi non
si ricordava più neanche la voce
di suo padre,
com’era parlare e
giocare con
lui e a
volte si era
chiesto se
davvero avevano passato i
pomeriggi a
giocare insieme alla playstation,
o piuttosto non fosse
stato tutto il frutto di uno strano sogno.
“Mamma,
quando si sveglia papà?”
aveva chiesto un
giorno,
di punto in
bianco “E’
da tanto tempo
che sta dormendo.
Perché non
si sveglia? Non ha
riposato già tanto?”
“
Probabilmente no.”
Aveva replicato la mamma in un
soffio.
Ormai Andrea
stava crescendo
ed era
diventato un piccolo
ometto; la donna
si chiese se non fosse
giunto il momento di dirgli finalmente che, no,
il suo papà non
stava dormendo e
che,
forse, non
si sarebbe mai più svegliato dal coma.
Tuttavia,
questo significava anche dovergli spiegare perché suo padre non
avrebbe più potuto più giocare con
lui,
portarlo al
luna park e
comprargli il gelato al
cioccolato.
Spiegargli che la
colpa era solo
sua.
*
Viaggiavano ormai da alcune ore.
Erano stati tutti a
Mantova per
le vacanze estive,
ospiti di zia Giovanna, la
sorella della mamma.
Più volte la donna
aveva chiesto alla sorella di andarla a
trovare con la propria famiglia, ma lei
aveva sempre posticipato
il momento per ragioni diverse.
“Anna è
ancora troppo piccola per viaggiare”,
aveva detto le prime
volte; e
quando ormai Anna
aveva raggiunto un’età in cui avrebbero
potuto muoversi, ecco
che era nato Andrea e
tutto era ricominciato daccapo.
Avrebbero aspettato
ancora molti
anni per
vedere Mantova, ma
il destino
aveva voluto
che Giovanna e
suo marito divorziassero. Siccome non
aveva avuto figli, la
madre le aveva proposto
di ritornare a
casa, ma lei
aveva obiettato
che stava bene e
che ormai lì
aveva un lavoro e
che sarebbe stato un peccato gettare via
una carriera per
uno stupido uomo
che non
aveva esitato a lasciarla per un’altra donna. Così, Elisa e
suo marito, preoccupati per lei e desiderosi
di vedere se
davvero le cose andassero bene,
avevano deciso
che era arrivato
il momento di fare
quel famoso viaggio.
Era stata un’esperienza meravigliosa, nonostante
le terribili conseguenze
che avrebbe portato in futuro.
Giovanna li
aveva portati a
vedere i palazzi e i tesori
dei Gonzaga,
il castello
di San Giorgio e
il palazzo ducale; in bicicletta,
erano andati ai laghi,
avevano visto il Po e i ragazzi
erano rimasti affascinati
da quel fiume
così pieno d’acqua, loro
che erano abituati ai terreni
della Puglia, dove i corsi d’acqua quasi non esistono. Inoltre, la
zia era un’ottima cuoca e
aveva preparato tantissimi piatti tipici
del luogo
che le erano stati insegnati dalle sue colleghe.
L’ultima settimana
di agosto, Gustavo
avrebbe ripreso a lavorare,
così avevano deciso
di rientrare
il venerdì precedente, onde evitare
le code chilometriche
che sicuramente avrebbero bloccato l’autostrada nel week end successivo, nonostante fossero diretti a Sud.
Avevano avuto ragione: la strada era quasi
completamente libera e l’automobile correva veloce sull’asfalto bollente. Andrea e Anna
avevano iniziato a litigare
perché il bambino
voleva che la
sorella giocasse con
lui con
le automobiline, ma lei
si era rifiutata
perché ormai “era
troppo grande per
quelle sciocchezze!”.
“La volete piantare voi due?” li
aveva rimproverati la mamma irritata e
aveva proposto al marito
di fermarsi al successivo autogrill per fare
una pausa; l’uomo
aveva acconsentito: “Un
gelato fresco non
può che fare bene a tutti quanti!”.
Gustavo
aveva visto giusto: con la pancia piena e
una nuova automobilina rosso fiammante tra
le mani, Andrea, stanco per tutte
quelle ore
di viaggio,
si era addormentato quasi immediatamente;
anche sua sorella,
che all’inizio aveva leggiucchiato un po’
il libro
che le aveva regalato la
zia, ben presto
si era appisolata.
“Finalmente
si sono addormentati.”
Aveva commentato l’uomo, notando lo
strano silenzio dietro
di loro e voltandosi ad osservarli.
Sua moglie
aveva annuito, lanciando loro
una rapida occhiata dallo specchietto retrovisore.
Aveva proposto al marito
di dargli
il cambio,
perché era
da ore
che guidava e
le pareva giusto facesse
anche lui una pausa.
“Riposa
anche tu. Sarai stanco.”
“Tranquilla, sto benissimo!”
aveva detto, sistemandosi meglio sul sedile.
“Sì, certo. Come no.”
E infatti
anche lui, dopo pochi minuti, complice
il silenzio
che era calato in auto,
si era addormentato.
Elisa
stava guidando serena e tranquilla, pensando
già a
cosa avrebbe preparato per cena: se
il traffico fosse proceduto in
quel modo, probabilmente sarebbero arrivati per
le sette, ma lei
sarebbe stata
troppo stanca per preparare qualcosa
così,
stava pensando,
forse sarebbe stato meglio prendere qualcosa
da un autogrill, oppure comprare
una bella pizza
una volta tornati a
casa.
Aveva sorriso fra sé e sé, immaginando
già l’espressione
dei propri figli all’idea.
Istintivamente,
aveva lanciato un’occhiata ai due: Anna
aveva da poco raggiunto lo sviluppo, mentre Andrea
avrebbe iniziato la
scuola elementare
poche settimane dopo. Come
voleva il tempo…
Non seppe
mai se fu prima
il boato
che sentì
o la visione
di quell’enorme camion
che inchiodava e, per evitare
il mezzo pesante davanti a
lui, investiva un’auto
che stava facendo
il sorpasso proprio in
quel momento, ad attirare la
sua attenzione; avvertì solo
il suo piede premere sul freno con forza,
il camion farsi inesorabilmente
sempre più vicino e la matematica certezza
che non
avrebbe mai prenotato
quella famosa pizza.
*
Quando si era svegliata,
aveva saputo
da un’infermiera, cortese e gentile,
che aveva un braccio rotto
ed escoriazioni lungo
tutto il corpo; i bambini non
si erano fatti nulla e, per fortuna, non
si erano neanche accorti
di quello che era accaduto.
“E mio marito? Come
sta?”
Gustavo
aveva battuto la testa, a causa dell’inevitabile frenata, e
aveva riportato un forte trauma cranico, oltre
che varie fratture; era entrato in coma e nessuno sapeva se e
quando si sarebbe svegliato.
Elisa
aveva sentito chiaramente qualcosa spezzarsi per
sempre dentro
di lei.
Se non avesse proposto
di fermarsi…
Se non avesse
chiesto a
suo marito
di guidare al
suo posto…
Se non
si fosse distratta…
La
colpa di quanto era accaduto era soltanto
sua.
“No
che non è tua!”
l’aveva ammonita
sua sorella, scesa non appena
aveva saputo la notizia “E’
stato solo un incidente, chiaro?”
Lei
aveva scosso la testa: “No. E’ stata tutta
colpa mia,
invece! Vorrei
tanto che tutto questo sia
stato solo un brutto
sogno! Desidero… desidero solo
che i miei figli, un
giorno, possano perdonarmi…”
*
Andrea
aveva sentito
parlare delle stelle cadenti per puro caso. Era successo durante la puntata
di uno dei suoi cartoni amati preferiti
ed era rimasto
piuttosto perplesso nel sentire
che le stelle possono esaudire i desideri delle persone.
Il giorno dopo, a
scuola,
aveva commentato l’episodio con Giulio,
il suo migliore amico.
“Anche io non ci credevo, eppure è
tutto vero! Me l’hanno confermato la mamma e mio fratello!”
Lui
aveva granato i
suoi grandi occhioni scuri. “Davvero?!”
“Certo. Mi
hanno detto che il 10 agosto,
ogni anno, cadono
le stelle e
gli uomini esprimono un desiderio: se ci crederanno
davvero,
quel desiderio
si realizzerà!”
“Ma come fanno?”
“Non lo so, ma mio fratello mi ha
detto di averci provato e ha funzionato
davvero!”
Andrea era rimasto un po’ interdetto:
il fratello
di Giulio era molto
più grande
di lui e sapeva tante
cose;
quindi,
quel che aveva detto doveva essere per forza vero; inoltre,
anche il fatto che la
madre l’avesse confermato era un’ulteriore prova.
Tuttavia,
aveva tanta paura: e se
il suo desiderio
che il suo papà si svegliasse non
si fosse realizzato? Era
una cosa troppo importante e
lui non
voleva restare deluso. Tra l’altro, la mamma
gli aveva spiegato che anche i
dottori dicevano
che suo padre
aveva bisogno di dormire;
quindi,
sarebbe stato ingiusto
ed egoista chiedere ad
una stella
di esaudire
il suo desiderio.
All’improvviso, ecco l’idea geniale:
avrebbe potuto provare per
vedere se
il potere delle stelle funzionava
davvero domandando qualcos’altro e, se fosse
stato così, poi
avrebbe chiesto ciò
che davvero gli premeva; inoltre,
suo padre
avrebbe avuto
più tempo per svegliarsi
da solo, e se ciò non fosse avvenuto… beh, era ora
che prendesse
lui in mano la situazione, no?!
Sì,
quella era un’idea
davvero geniale!
Note sparse dell’autrice- Come avrete
capito, questa storia partecipa
alla challenge
Cielo d’estate, indetta
da Fanworld.it, set
Cielo Azzurro; nel capitolo ho usato
il prompt
Desiderio svelato. Ovviamente, la persona a cui è
stato svelato, non è un personaggio
della storia, ma noi lettori. Dite
che ci sono troppi desideri espressi e svelati e
che non capite quale potrebbe realizzarsi? Continuate a leggere, e lo saprete! XD
- Prima
che qualcuno inizi a farsi strani trip mentali: la scelta
di Mantova, come meta delle
vacanze, è assolutamente random. Semplicemente, un’amica
di mia
madre voleva che le facessi
una piccola ricerca sui monumenti
della città e,
visto che mi serviva
una meta turistica… ho semplicemente colto due piccioni con
una fava! XD
- Qualcuno
di voi starà pensando
che Andrea guarda troppa televisione. Io preferisco
così – sono cresciuta a pane e cartoni animati, io,
quindi detesto
vedere quei bambini
che si mettono a
giocare con
il Nintendo DS
anche se stanno
insieme,
piuttosto che giocare tra loro a rincorrersi. L’idea mi è nata
quando mi è venuta in mente
una scena
di Hamtaro che beccai per caso, facendo zapping, in cui
il cricetino
voleva raggiungere
le stelle cadenti
che per
lui erano “caramelle
che cadevano
dal cielo”. L’idea mi fece accapponare la pelle e pensai
che,
invece di insegnare qualcosa,
quel cartone animato faceva rimbecillire solo i bambini.
Non avevo in mente nessun anime in particolare, ma in molti
si parla
di stelle cadenti, dando al fenomeno
il significato
che merita – per fortuna.
- Non so se dove abitate voi i
bimbi a
scuola mettono
ancora i grembiuli, ma
da noi
si usa
ancora. Possono
essere blu o bianchi (prima
erano neri, ma ora mi sa
che nessuno usa
più quel colore); Andrea li usa solo
alla scuola elementare, mentre all’asilo non lo portava, per
questo non ha associato subito
il colore a quell’oggetto.
L’idea mi è venuta ricordando
una mia amica,
il cui fratellino scoppiò a
piangere quando vide i banchi verdi
della scuola, dopo
essere uscito
da un ospedale – i medici
che lo
avevano operato
avevano i camici dello
stesso colore. Per
questo, prima
che vi lamentiate, la reazione
di Andrea è
più che comprovata.