Just a little wish
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JUST A LITTLE WISH
Prima Parte
Desiderio
C’erano poche nuvole quella sera. Aveva diluviato per giorni e lui aveva temuto che anche quel giorno non ci sarebbe stato alcun cambiamento. Anche la mattina aveva piovuto e Andrea aveva continuato a guardare fuori dalla finestra, sperando che la bambolina che aveva appeso la sera prima sortisse l’effetto sperato, come aveva visto accadere nei cartoni animati.
Sua sorella Anna, più grande di lui di alcuni anni, abbastanza da non credere ad una sciocca tradizione, l’aveva preso anche in giro e, fino all’ultimo, aveva continuato a ripetere che non sarebbe servito a nulla.
E invece, alla faccia delle previsioni nefaste di sua sorella, ad un certo punto, Andrea aveva lanciato un grido di gioia: all’orizzonte un timido raggio di sole aveva attraversato la spesse coltre di nuvole nere e, lentamente, le nubi avevano lasciato il posto a un cielo azzurro e terso.
Quella sera, ce l’avrebbe fatta. Sarebbe riuscito ad esprimere il proprio desiderio alla Stella Cadente e, sicuramente, lei l’avrebbe realizzato. Del resto, nei cartoni animati succedeva sempre, no? Anche la bambolina aveva funzionato bene; quindi Andrea era più che sicuro che tutto sarebbe andato per il meglio.
*
Anche se era estate, la mamma era stata tassativa: alle undici, doveva filare a letto.
“Ma mamma! Oggi ci sono le stelle cadenti!” aveva ribattuto lui, sull’orlo delle lacrime. Giulio, un suo amichetto, gli aveva spiegato che più tardi si vedono le stelle, più è alta la possibilità di scorgere una Stella Cadente, perché la luna tramonta e il cielo diventa più scuro. Ma se la mamma lo mandava a letto così presto, come avrebbe potuto vedere la Stella e chiederle di realizzare il suo desiderio?
“Si può sapere perché ti sei così fissato con le stelle, quest’anno?” chiese sua madre curiosa “Fino all’anno scorso non ti interessavano per niente!”
Andrea incrociò le braccia al petto, offeso. “Non posso mica dirtelo, mamma. Altrimenti il desiderio non si avvera!”
La mamma rise e gli diede un buffetto sulla guancia: “Non è che stai pensando alla tua amichetta Rosa? Lo sai, vero, che non è leale chiedere aiuto alle stelle per le questioni di cuore!”
Andrea arrossì violentemente. Rosa era la compagna di classe di cui era cotto. Ovviamente, era la più carina della classe, no, anzi, dell’intera scuola! Sembrava una principessa delle fiabe, tanto ero bella: aveva i capelli lunghi e biondi e gli occhi azzurri; a scuola aveva sempre ottimi voti ed era buona e gentile. Insomma, la bambina migliore del mondo! Ad Andrea era sempre piaciuta, ma lei purtroppo aveva occhi solo per Teo, un bambino di quinta, suo vicino di casa. Andrea, però, non aveva mai perso le speranze: qualche volta, Rosa aveva invitato alcuni amichetti a casa sua per giocare, e non si era mai dimenticata di lui. Quindi, significava che un po’ di bene doveva volergliene per forza! si era giustamente detto; quindi, sarebbe bastato metterci un po’ di impegno e ce l’avrebbe fatta di sicuro!
Però, in quel momento, non era la bella Rosa ad occupare i suoi pensieri.
“Non è questo il motivo, mamma!” urlò infatti il piccolo scappando via nella sua stanza, per evitare lo sguardo indagatore di sua madre.
La donna sorrise e sospirò di sollievo: per fortuna Andrea era sempre il solito, nonostante tutto. Dopo quello che era successo, infatti, aveva sempre temuto che Andrea potesse avere dei problemi di qualche genere; invece, benché lo avesse osservato a lungo, il piccolo sembrava aver accusato bene il colpo. Oh beh, all’inizio aveva pianto, tanto, e per un po’ si era rifiutato di mangiare; tuttavia, dopo un po’ di tempo, anche grazie all’aiuto di Anna, ormai abbastanza grande per vedere certi problemi da un’altra ottica, era tornato il bambino di sempre, forse un po’ troppo maturo per la sua età, ma comunque niente che potesse destare ancora delle preoccupazioni. Andrea stava solo crescendo.
*
L’orologio digitale che campeggiava sul comodino della stanza che divideva con sua sorella segnava ormai l’una e mezzo. Andrea continuò ad osservare, come ipnotizzato, le cifre che, piano piano, cambiavano e completavano il loro giro.
Alla fine, la mamma aveva avuto quasi compassione dei suoi occhioni supplicanti e quasi sull’orlo delle lacrime, e gli aveva permesso di restare alzato fino alle 11.30 per vedere le stelle, ma lui non era riuscito a beccarne neanche una. Eppure, aveva seguito tutti i consigli che gli aveva dato il suo amico: aveva scelto un luogo dove non si vedesse la luna e dove non c’erano luci, o comunque fossero poche – la veranda che dava su un giardinetto interno, abbastanza buia, perché illuminata solo dalle luci accese nelle varie case del vicinato – e non aveva mai mai mai distolto gli occhi dal cielo.
“Se ti distrai anche per pochissimo tempo, anche per un solo secondo, la stella potrebbe apparire e tu potresti perderla per sempre! E il tuo desiderio non si avvererebbe mai!” gli aveva spiegato Giulio serio.
Nonostante tutto, però, non aveva visto una sola stella e così, in un batter d’occhio, erano arrivate le undici e mezza e la mamma era andata ad intimargli di andare subito a letto.
“Ma mamma! Non ho ancora sonno!”
“Sì che ce l’hai. Su, muoviti, altrimenti domani mattina non vorrai alzarti.”
“Ma…”
“Allora vuol dire che, se domani non ti sveglierai, non ti porterò con me.” Aveva concluso con voce dura e Andrea infine capitolato.
Una volta nel letto, però, non era riuscito a prendere sonno: mentre lui se ne stava lì, in quella stanza buia e così chiusa, milioni di stelle potevano star cadendo proprio sulla loro casa, e lui le stava perdendo tutte. Milioni di puntini in quel momento stavano realizzando i sogni di milioni di persone, tranne che il suo. E per lui era troppo importante esprimere quel desiderio quella notte.
Più i minuti passavano, più la sua ansia aumentava e, di conseguenza, il sonno tardava ad arrivare. Che senso aveva restarsene a letto se poi non riusciva a dormire? Tanto valeva alzarsi e tornare a guardare le stelle! La mamma probabilmente si sarebbe arrabbiata tantissimo, se l’avesse scoperto, ma tanto la mattina dopo avrebbe avuto sonno comunque.
Avendo cura di fare il minor rumore possibile per non svegliare sua sorella – Anna sapeva essere molto più dispotica di sua madre e, sicuramente, se l’avesse beccato, avrebbe fatto la spia! – si alzò e andò in cucina; aprì la porta finestra, facendo attenzione a non usare troppa forza (era d’acciaio e faceva un rumore terribile ogni volta che l’aprivano o la chiudevano!), portò fuori la sedia sdraio che sua madre usava in spiaggia e si sedette, deciso a portare a termine il suo compito.
Ormai, le luci del vicinato erano completamente spente e non si vedeva a un palmo di naso; eppure, alzando gli occhi al cielo, Andrea vide qualcosa che non aveva mai e poi mai visto, neanche sui libri: milioni, miliardi di puntini luminosi che si stagliavano sullo sfondo nero del cielo, tutti diversi tra loro. Alcuni erano più nitidi, altri si vedevano poco, altri ancora sembravano lampeggiare, come le luci di un aereo. Giulio gli aveva detto che nell’antichità alcuni ci avevano visto delle figure, in quell’ammasso di stelle, ma lui non riusciva a ricordare quali e dove fossero, anche se il suo amico gliel’aveva fatto vedere sul libro di suo fratello.
Andrea non aveva mai visto tante stelle in vita sua e notò che, man mano che i suoi occhi si abituavano al buio, riusciva a vederne sempre di più, come se all’improvvise fossero apparse solo per salutarlo.
“E’ bellissimo!” si sentì esclamare a voce alta: era uno spettacolo meraviglioso e non avrebbe mai staccato gli occhi da quello splendore per nulla al mondo, e non solo perché voleva vedere la Stella Cadente; era un qualcosa di troppo magico e voleva imprimersi bene quell’immagine per portarla per sempre dentro di sé.
“Sì, è bellissimo, Andrea!” gli sembrò di sentir rispondere una voce, quando vide quello strano puntino luminoso che precipitava giù, nel cielo nero.
Andrea balzò a sedere e, più velocemente che poté, mandò la sua umile preghiera al cielo, prima che quella luce scomparisse dalla volta celeste; poi, si abbandonò allo schienale della sedia, soddisfatto.
Ce l’aveva fatta.
Adesso sì che tutto si sarebbe risolto per il meglio, lo sentiva.
Note sparse dell’autrice- Come avrete capito, questa storia partecipa alla challenge
Cielo d’estate, indetta da
Fanworld.it, set Cielo Azzurro; nel capitolo ho usato il prompt
Esprimere un desiderio.
- Io adoro in modo indecente le stelle, cadenti o meno, dunque non potevo esimermi dal dare questa interpretazione classica al prompt.
- Sì, essere circondata di bambini, a furia di fare doposcuola, mi porta sempre più spesso a pensare come loro; potrei aggiungerci che, in fondo, so di essere una bambina cresciuta, per certi versi, ma chiunque mi conosca questo già lo sa da sé. XD
- La bambolina di cui parlo si chiama
teru teru bozu e si tratta di quelle bamboline bianche che bambini appendono alle finestre per scacciare il mal tempo. Se non vi chiaro, un esempio potete trovarlo
qui- So BENISSIMO che è quasi impossibile, in città, vedere le stelle così bene, anche in un luogo non illuminato. Quando ho scritto questa storia, però, ho tenuto conto che a parlare era un bambino di 7 anni che per la prima volta vede un cielo stellato alle 2 di notte, perciò ho immaginato che per lui dovesse essere un evento meraviglioso e speciale.
Seconda Parte
Passato
Il genere, i bambini
tendono ad
associare il bianco al
colore della neve,
perché poche cose erano candide e belle
allo stesso tempo. E poi, tutti i bambini
adoravano la
neve:
così fredda e
morbida,
l’ideale per
giocare con
gli amici,
anche se poi
rischi di prenderti l’influenza e
di restare a
casa per
giorni e
giorni. Ma
ne vale
sempre la
pena.
Oppure, i
bimbi associano il bianco al
grembiule.
Quello bianco – a
volte nero,
altre blu –
che i bambini
ancora oggi, in
alcune scuole,
devono indossare,
anche se
sta passando sempre più di moda.
Andrea,
invece,
aveva imparato ad
associare quel colore al
candore della stanza dove,
ogni giorno,
da circa due
anni,
andava a
trovare il suo papà.
Quando aveva iniziato ad
andare a
scuola e la mamma
aveva dovuto comprargli il grembiule,
lui era
scoppiato a
piangere e
aveva detto che quella cosa non la
voleva; poi,
quando aveva visto che tutti i
suoi compagni lo
indossavano, per non
sentirsi diverso dagli altri o essere preso in giro,
riluttante,
aveva capito che doveva adeguarsi.
Tuttavia,
sua madre, per non
farglielo pesare,
gli aveva cucito uno Spiderman,
il suo supereroe preferito, a
mo’ di spilla.
Con
il passar dei mesi,
tuttavia, Andrea
si era
abituato a
quelle pareti spoglie,
alle lenzuola candide che ricoprivano il corpo di suo padre, a
quello strano odore di medicinali che all’inizio l’aveva fatto quasi star male.
Si era
anche abituato a
vedere il suo genitore steso su quel letto,
che dormiva,
completamente immobile. La mamma
gli aveva spiegato che il suo papà si era
stancato troppo e
che aveva tanto,
tanto bisogno di riposare e
che quindi non
poteva giocare con
lui.
“Ma
quando si sveglia?”
aveva domandato lui.
“Non lo so, Andrea.”
“E se
usiamo una sveglia?”
La mamma
aveva sorriso amaramente,
abbracciandolo: “Non
si può. I
dottori hanno detto che non
dobbiamo svegliarlo:
si sveglierà quando vorrà.
Però, ha
detto che possiamo parlargli,
così sentirà che lo
stiamo aspettando e
si sveglierà prima.”
Inizialmente, ad Andrea era
sembrata una cosa stranissima parlare con
il suo papà in
quel modo,
soprattutto perché lui non
gli rispondeva, ma con
il passar del tempo,
si era
abituato e
ormai quasi non
si ricordava più neanche la voce
di suo padre,
com’era parlare e
giocare con
lui e a
volte si era
chiesto se
davvero avevano passato i
pomeriggi a
giocare insieme alla playstation,
o piuttosto non fosse
stato tutto il frutto di uno strano sogno.
“Mamma,
quando si sveglia papà?”
aveva chiesto un
giorno,
di punto in
bianco “E’
da tanto tempo
che sta dormendo.
Perché non
si sveglia? Non ha
riposato già tanto?”
“
Probabilmente no.”
Aveva replicato la mamma in un
soffio.
Ormai Andrea
stava crescendo
ed era
diventato un piccolo
ometto; la donna
si chiese se non fosse
giunto il momento di dirgli finalmente che, no,
il suo papà non
stava dormendo e
che,
forse, non
si sarebbe mai più svegliato dal coma.
Tuttavia,
questo significava anche dovergli spiegare perché suo padre non
avrebbe più potuto più giocare con
lui,
portarlo al
luna park e
comprargli il gelato al
cioccolato.
Spiegargli che la
colpa era solo
sua.
*
Viaggiavano ormai da alcune ore.
Erano stati tutti a
Mantova per
le vacanze estive,
ospiti di zia Giovanna, la
sorella della mamma.
Più volte la donna
aveva chiesto alla sorella di andarla a
trovare con la propria famiglia, ma lei
aveva sempre posticipato
il momento per ragioni diverse.
“Anna è
ancora troppo piccola per viaggiare”,
aveva detto le prime
volte; e
quando ormai Anna
aveva raggiunto un’età in cui avrebbero
potuto muoversi, ecco
che era nato Andrea e
tutto era ricominciato daccapo.
Avrebbero aspettato
ancora molti
anni per
vedere Mantova, ma
il destino
aveva voluto
che Giovanna e
suo marito divorziassero. Siccome non
aveva avuto figli, la
madre le aveva proposto
di ritornare a
casa, ma lei
aveva obiettato
che stava bene e
che ormai lì
aveva un lavoro e
che sarebbe stato un peccato gettare via
una carriera per
uno stupido uomo
che non
aveva esitato a lasciarla per un’altra donna. Così, Elisa e
suo marito, preoccupati per lei e desiderosi
di vedere se
davvero le cose andassero bene,
avevano deciso
che era arrivato
il momento di fare
quel famoso viaggio.
Era stata un’esperienza meravigliosa, nonostante
le terribili conseguenze
che avrebbe portato in futuro.
Giovanna li
aveva portati a
vedere i palazzi e i tesori
dei Gonzaga,
il castello
di San Giorgio e
il palazzo ducale; in bicicletta,
erano andati ai laghi,
avevano visto il Po e i ragazzi
erano rimasti affascinati
da quel fiume
così pieno d’acqua, loro
che erano abituati ai terreni
della Puglia, dove i corsi d’acqua quasi non esistono. Inoltre, la
zia era un’ottima cuoca e
aveva preparato tantissimi piatti tipici
del luogo
che le erano stati insegnati dalle sue colleghe.
L’ultima settimana
di agosto, Gustavo
avrebbe ripreso a lavorare,
così avevano deciso
di rientrare
il venerdì precedente, onde evitare
le code chilometriche
che sicuramente avrebbero bloccato l’autostrada nel week end successivo, nonostante fossero diretti a Sud.
Avevano avuto ragione: la strada era quasi
completamente libera e l’automobile correva veloce sull’asfalto bollente. Andrea e Anna
avevano iniziato a litigare
perché il bambino
voleva che la
sorella giocasse con
lui con
le automobiline, ma lei
si era rifiutata
perché ormai “era
troppo grande per
quelle sciocchezze!”.
“La volete piantare voi due?” li
aveva rimproverati la mamma irritata e
aveva proposto al marito
di fermarsi al successivo autogrill per fare
una pausa; l’uomo
aveva acconsentito: “Un
gelato fresco non
può che fare bene a tutti quanti!”.
Gustavo
aveva visto giusto: con la pancia piena e
una nuova automobilina rosso fiammante tra
le mani, Andrea, stanco per tutte
quelle ore
di viaggio,
si era addormentato quasi immediatamente;
anche sua sorella,
che all’inizio aveva leggiucchiato un po’
il libro
che le aveva regalato la
zia, ben presto
si era appisolata.
“Finalmente
si sono addormentati.”
Aveva commentato l’uomo, notando lo
strano silenzio dietro
di loro e voltandosi ad osservarli.
Sua moglie
aveva annuito, lanciando loro
una rapida occhiata dallo specchietto retrovisore.
Aveva proposto al marito
di dargli
il cambio,
perché era
da ore
che guidava e
le pareva giusto facesse
anche lui una pausa.
“Riposa
anche tu. Sarai stanco.”
“Tranquilla, sto benissimo!”
aveva detto, sistemandosi meglio sul sedile.
“Sì, certo. Come no.”
E infatti
anche lui, dopo pochi minuti, complice
il silenzio
che era calato in auto,
si era addormentato.
Elisa
stava guidando serena e tranquilla, pensando
già a
cosa avrebbe preparato per cena: se
il traffico fosse proceduto in
quel modo, probabilmente sarebbero arrivati per
le sette, ma lei
sarebbe stata
troppo stanca per preparare qualcosa
così,
stava pensando,
forse sarebbe stato meglio prendere qualcosa
da un autogrill, oppure comprare
una bella pizza
una volta tornati a
casa.
Aveva sorriso fra sé e sé, immaginando
già l’espressione
dei propri figli all’idea.
Istintivamente,
aveva lanciato un’occhiata ai due: Anna
aveva da poco raggiunto lo sviluppo, mentre Andrea
avrebbe iniziato la
scuola elementare
poche settimane dopo. Come
voleva il tempo…
Non seppe
mai se fu prima
il boato
che sentì
o la visione
di quell’enorme camion
che inchiodava e, per evitare
il mezzo pesante davanti a
lui, investiva un’auto
che stava facendo
il sorpasso proprio in
quel momento, ad attirare la
sua attenzione; avvertì solo
il suo piede premere sul freno con forza,
il camion farsi inesorabilmente
sempre più vicino e la matematica certezza
che non
avrebbe mai prenotato
quella famosa pizza.
*
Quando si era svegliata,
aveva saputo
da un’infermiera, cortese e gentile,
che aveva un braccio rotto
ed escoriazioni lungo
tutto il corpo; i bambini non
si erano fatti nulla e, per fortuna, non
si erano neanche accorti
di quello che era accaduto.
“E mio marito? Come
sta?”
Gustavo
aveva battuto la testa, a causa dell’inevitabile frenata, e
aveva riportato un forte trauma cranico, oltre
che varie fratture; era entrato in coma e nessuno sapeva se e
quando si sarebbe svegliato.
Elisa
aveva sentito chiaramente qualcosa spezzarsi per
sempre dentro
di lei.
Se non avesse proposto
di fermarsi…
Se non avesse
chiesto a
suo marito
di guidare al
suo posto…
Se non
si fosse distratta…
La
colpa di quanto era accaduto era soltanto
sua.
“No
che non è tua!”
l’aveva ammonita
sua sorella, scesa non appena
aveva saputo la notizia “E’
stato solo un incidente, chiaro?”
Lei
aveva scosso la testa: “No. E’ stata tutta
colpa mia,
invece! Vorrei
tanto che tutto questo sia
stato solo un brutto
sogno! Desidero… desidero solo
che i miei figli, un
giorno, possano perdonarmi…”
*
Andrea
aveva sentito
parlare delle stelle cadenti per puro caso. Era successo durante la puntata
di uno dei suoi cartoni amati preferiti
ed era rimasto
piuttosto perplesso nel sentire
che le stelle possono esaudire i desideri delle persone.
Il giorno dopo, a
scuola,
aveva commentato l’episodio con Giulio,
il suo migliore amico.
“Anche io non ci credevo, eppure è
tutto vero! Me l’hanno confermato la mamma e mio fratello!”
Lui
aveva granato i
suoi grandi occhioni scuri. “Davvero?!”
“Certo. Mi
hanno detto che il 10 agosto,
ogni anno, cadono
le stelle e
gli uomini esprimono un desiderio: se ci crederanno
davvero,
quel desiderio
si realizzerà!”
“Ma come fanno?”
“Non lo so, ma mio fratello mi ha
detto di averci provato e ha funzionato
davvero!”
Andrea era rimasto un po’ interdetto:
il fratello
di Giulio era molto
più grande
di lui e sapeva tante
cose;
quindi,
quel che aveva detto doveva essere per forza vero; inoltre,
anche il fatto che la
madre l’avesse confermato era un’ulteriore prova.
Tuttavia,
aveva tanta paura: e se
il suo desiderio
che il suo papà si svegliasse non
si fosse realizzato? Era
una cosa troppo importante e
lui non
voleva restare deluso. Tra l’altro, la mamma
gli aveva spiegato che anche i
dottori dicevano
che suo padre
aveva bisogno di dormire;
quindi,
sarebbe stato ingiusto
ed egoista chiedere ad
una stella
di esaudire
il suo desiderio.
All’improvviso, ecco l’idea geniale:
avrebbe potuto provare per
vedere se
il potere delle stelle funzionava
davvero domandando qualcos’altro e, se fosse
stato così, poi
avrebbe chiesto ciò
che davvero gli premeva; inoltre,
suo padre
avrebbe avuto
più tempo per svegliarsi
da solo, e se ciò non fosse avvenuto… beh, era ora
che prendesse
lui in mano la situazione, no?!
Sì,
quella era un’idea
davvero geniale!
Note sparse dell’autrice- Come avrete
capito, questa storia partecipa
alla challenge
Cielo d’estate, indetta
da Fanworld.it, set
Cielo Azzurro; nel capitolo ho usato
il prompt
Desiderio svelato. Ovviamente, la persona a cui è
stato svelato, non è un personaggio
della storia, ma noi lettori. Dite
che ci sono troppi desideri espressi e svelati e
che non capite quale potrebbe realizzarsi? Continuate a leggere, e lo saprete! XD
- Prima
che qualcuno inizi a farsi strani trip mentali: la scelta
di Mantova, come meta delle
vacanze, è assolutamente random. Semplicemente, un’amica
di mia
madre voleva che le facessi
una piccola ricerca sui monumenti
della città e,
visto che mi serviva
una meta turistica… ho semplicemente colto due piccioni con
una fava! XD
- Qualcuno
di voi starà pensando
che Andrea guarda troppa televisione. Io preferisco
così – sono cresciuta a pane e cartoni animati, io,
quindi detesto
vedere quei bambini
che si mettono a
giocare con
il Nintendo DS
anche se stanno
insieme,
piuttosto che giocare tra loro a rincorrersi. L’idea mi è nata
quando mi è venuta in mente
una scena
di Hamtaro che beccai per caso, facendo zapping, in cui
il cricetino
voleva raggiungere
le stelle cadenti
che per
lui erano “caramelle
che cadevano
dal cielo”. L’idea mi fece accapponare la pelle e pensai
che,
invece di insegnare qualcosa,
quel cartone animato faceva rimbecillire solo i bambini.
Non avevo in mente nessun anime in particolare, ma in molti
si parla
di stelle cadenti, dando al fenomeno
il significato
che merita – per fortuna.
- Non so se dove abitate voi i
bimbi a
scuola mettono
ancora i grembiuli, ma
da noi
si usa
ancora. Possono
essere blu o bianchi (prima
erano neri, ma ora mi sa
che nessuno usa
più quel colore); Andrea li usa solo
alla scuola elementare, mentre all’asilo non lo portava, per
questo non ha associato subito
il colore a quell’oggetto.
L’idea mi è venuta ricordando
una mia amica,
il cui fratellino scoppiò a
piangere quando vide i banchi verdi
della scuola, dopo
essere uscito
da un ospedale – i medici
che lo
avevano operato
avevano i camici dello
stesso colore. Per
questo, prima
che vi lamentiate, la reazione
di Andrea è
più che comprovata.
Terza Parte
Il domani che verrà
Nonostante il trascorrere del tempo, quella stanza non era minimamente cambiata.
Non era cambiato il bianco immacolato delle tende, delle lenzuola e delle pareti; non era cambiata la puzza di medicinali che si avvertiva nell’aria, come non era cambiata la posizione in cui aveva visto l’uomo l’ultima volta che era stato lì. In cui l’aveva
sempre visto lì.
Eppure, loro erano cambiati.
Anche se l’uomo non poteva vedersi, il corpo di suo padre aveva comunque continuato a crescere, a maturare e ad invecchiare. Adesso, tra i suoi capelli neri di allora, si vedevano sempre più spesso ciuffi bianchi, come quella stanza; anche il suo volto era mutato e rughe sempre più profonde erano apparse sul suo volto.
Anche lui era cambiato.
Era diventato più alto, indubbiamente; la mamma gli aveva detto che aveva superato anche suo padre, ma che non c’era da stupirsi, perché, nella sua famiglia, il signor Gustavo era il più basso dei tre fratelli. Dalla quarta elementare, aveva anche dovuto mettere gli occhiali, perché non riusciva a vedere bene la lavagna e, da allora, li aveva sempre dovuti portare.
Ma era soprattutto la sua vita, ad essere cambiata.
Ormai aveva finito la scuola dell’obbligo e si era iscritto all’università; a causa della facoltà che aveva scelto, era stato costretto a spostarsi e quindi le sue visite al capezzale del padre si erano ridotte moltissimo. All’inizio, aveva avuto qualche remora a lasciare sua madre da sola, ma la donna aveva scosso la testa decisa: non doveva rinunciare alla sua vita e ai suoi sogni per lei; se la sarebbe cavata benissimo anche senza di lui.
“Perdonami, papà” Il silenzio della stanza, adesso, non gli faceva più paura. “Mi dispiace non essere venuto a trovarti molto spesso. Sai, che sto studiando astronomia a Bologna? È una facoltà bellissima. Mi piacerebbe tanto portarti a vedere le stelle nel nostro planetario: sono sicuro che ne rimarresti affascinato anche tu!”
Sorrise al pensiero che quella passione gli era nata per chiedere a una stella di esaudire il suo desiderio. Quanti giorni aveva sprecato, con la testa per aria, a cercare una Stella Cadente che lo realizzasse?
Tanti.
Quando il suo primo desiderio si era realizzato – aveva chiesto di non ammalarsi, quella sera, anche se faceva freddo, e infatti la mattina dopo non aveva starnutito neanche una volta, anche se si era preso un sacco di rimproveri dalla mamma, che l’aveva sorpreso addormentato fuori – aveva pensato di chiedere subito ciò che gli premeva; tuttavia, ricordando il suo piano, aveva pensato che forse sarebbe stato meglio fare un altro tentativo, nel caso si fosse trattato solo di un caso. Così, la volta successiva aveva chiesto il DVD di un film che gli era particolarmente piaciuto e, pochi mesi dopo, la zia gliel’aveva regalato.
Ormai sicuro che il potere delle stelle funzionasse davvero, aveva provato a chiedere la cosa che più gli premeva; tuttavia, erano passi i giorni e i mesi e il suo desiderio non si era realizzato. Perciò, aveva iniziato a chiedersi il perché: perché gli altri due desideri erano stati realizzati e quello a cui teneva di più no? Forse perché il suo papà aveva ancora sonno e non voleva svegliarsi, oppure, forse, perché esistevano stelle particolari che realizzavano particolari desideri – come il suo, appunto?
Così, ormai deciso a trovare la stella che faceva al caso suo, aveva iniziato a guardare il cielo ossessivamente, in attesa della stella giusta.
Sua madre si era presa quasi un accidente, ma solo quando il piccolo le aveva spiegato il perché di quella fissazione, la donna finalmente gli aveva rivelato la verità. La signora Elisa si era aspettata urla, pianti, grida di odio, ma non era avvenuto niente di tutto quello; Andrea l’aveva guardata, serio.
“Ma quindi un giorno forse si sveglierà?”
“Sì, forse.”
“E allora io continuerò a chiedere alle stelle di farlo svegliare presto”, aveva concluso lui.
Crescendo, aveva capito quanto quella ricerca fosse inutile e aveva iniziato a guardare il cielo con occhi diversi. Con gli occhi di un appassionato di astronomia prima, con quelli di uno studioso poi.
Ormai, sapeva perfettamente che le stelle cadenti – anzi, i frammenti di meteorite che la Terra incontrava durante il suo moto di rivoluzione intorno al sole – non realizzavano alcun desiderio, eppure, ogni volta che ne vedeva una, continuava inconsciamente ad esprimerne uno.
“Visto che ci sono, ogni tanto salgo su anche a salutare la zia. A proposito, sai che si è risposata? Probabilmente te l’avrà già detto la mamma, ma l’uomo che si è scelta stavolta è una brava persona, anche se di due anni più giovane di lei. Lo sai che la mamma ha idee classiche su queste cose: in una coppia, l’uomo deve essere più grande della donna!”
Sorrise, al pensiero della donna che aveva allevato lui e sua sorella da sola: crescendo, aveva anche capito cosa volessero dire le parole di sua madre di quel giorno. Eppure, anche dopo non gliene fece mai una colpa: era abbastanza grande per comprendere che certi incidenti possono capitare a tutti, soprattutto se la causa non è tua, ma ti trovi coinvolto tuo malgrado.
“Anche Anna ha detto che non dovrebbe preoccuparsi per queste sciocchezze e la prende in giro dicendo che sta diventando vecchia. A proposito, mi ha detto di mandarti i suoi saluti. Avrebbe voluto tanto venire, ma il lavoro l’ha bloccata”
Una volta, gli avevano detto che, anche se lui e sua sorella non facevano altro che litigare, quando un giorno sarebbero stati divisi, si sarebbero cercati, come un’anima divisa in due. Allora aveva scosso la testa, dicendo che non sarebbe mai capitata una cosa simile; e invece, doveva ammettere che quella persona aveva avuto ragione: da quando, qualche anno prima, sua sorella si era trasferita a Roma per lavoro e lui, ancora liceale, era rimasto a casa, non c’era giorno in cui non si erano sentiti. L’argomento più dibattuto era la salute della mamma, le condizioni di papà e la vita che lei aveva lasciato; poi, le loro conversazioni si erano spostate su altri argomenti e si erano ritrovati ore e ore al telefono, a chiedere consigli l’uno all’altro sulle cose più diverse.
“Anna crescendo non è cambiata di una virgola, neanche adesso che convive con un uomo: lascia tutto in giro ed è il Caos in persona. Pensa che qualche tempo fa, l’ultima volta che siamo venuti a trovarti tutti insieme, mi ha accusato di averle fatto sparire una borsa che aveva buttato sul
mio letto!”
Il fatto che Andrea fosse così preciso ed ordinato, mentre sua sorella non avesse mai compreso l’uso che si fa degli armadi aveva sempre lasciato basita la loro madre. La donna aveva sperato che, crescendo e andando a vivere da sola, le brutte abitudini di Anna si sarebbero modificate; invece, con gli anni, erano solo peggiorate. Andrea si era sempre chiesto come facesse il suo compagno a sopportarla, ma poi si era reso conto che preferiva di gran lunga non saperlo.
Andrea si soffermò ancora una volta a guardare il volto disteso di suo padre e sentì uno strano nodo in gola: quante cose si era perso in quegli anni? Tante. E, per quanto cercassero di non pensarci, ogni volta che lo vedeva lì, immobile, quella schiacciante consapevolezza gli mozzava il respiro e le lacrime minacciavano di coglierlo di sorpresa.
“Papà,” Andrea si chinò accanto a lui e gli prese una mano fra le sue “quando ero piccolo, rivolgevo le mie preghiere alle stelle, sperando che queste realizzassero il mio desiderio. Crescendo, ho compreso che le stelle non avverano i sogni di nessuno e così, ho continuato a desiderare e sperare in silenzio che prima o poi tu ti saresti svegliato e saresti tornato al nostro fianco. Ma ora… ora capisco che l’unica persona a cui devo rivolgermi sei tu. Svegliati papà. Hai risposato abbastanza. Hai perso così tanti momenti importanti della vita mia, della mamma, di Anna… Svegliati. C’è una persona che vorrei farti tanto conoscere e vorrei tanto sentire il tuo parere su di lei. Ti prego, svegliati. Voglio che, un giorno, tu possa veder crescere almeno i tuoi nipoti e stare al loro fianco.”
Se anni prima gli avessero detto che un giorno avrebbe fatto una proposta di matrimonio alla bella Rosa, lui non ci avrebbe mai creduto. O forse sì: da piccolo, del resto, era sempre stato convinto che ce l’avrebbe fatta, a conquistare il suo cuore; eppure, lei non l’aveva mai calcolato più di tanto, nonostante fossero anche stati compagni di banco per un anno intero.
Poi, dopo le scuole medie, si erano ritrovati al liceo. A quell’epoca, lui aveva già iniziato ad interessarsi all’astronomia e Rosa si era subito incuriosita; Andrea l’aveva portata qualche volta con sé al planetario, le aveva insegnato le posizioni delle costellazioni e, in breve, la loro amicizia era cresciuta, fino a trasformarsi in qualcosa di più. Infine, quando lui aveva deciso di trasferirsi a Bologna, lei gli aveva semplicemente detto che, guarda caso, anche lì c’era un’ottima facoltà di giurisprudenza e che avrebbero potuto andarci insieme e dividersi l’affitto.
Era incredibile come, qualcosa che in un primo tempo era nato per caso, per un motivo molto più triste, aveva portato tanti cambiamenti nella sua vita.
Tranne uno, quello più importante.
Quello da cui, in fondo, dipendevano tutti gli altri.
*
L’infermiera entrò nella stanza, come ogni giorno, alla stessa ora da più di dieci anni, per cambiare la flebo all’uomo steso su quel letto.
Anche se non gli aveva mai parlato, ormai, si era affezionata a lui, alla sua storia e alla sua famiglia: con la signora Elisa ormai scambiavano più di qualche chiacchiera e spesso la donna si era sfogata con lei circa le sue preoccupazioni per la sorte del marito; sia Anna che Andrea le volevano bene quasi come ad una di famiglia, e lei ricambiava quell’affetto per quei due giovani che aveva visto crescere.
“Allora, signor Gustavo. Non le pare sia ora di tornare a casa?” bisbigliava, quasi come una preghiera ogni volta.
Anche quel giorno, come sempre, la donna si abbassò per controllare che tutto fosse a posto.
E, per un attimo, rimase sconcertata.
Com’è possibile? Così, all’improvviso? Vero che, in casi come quello, ogni miglioramento o peggioramento poteva avvenire all’improvviso, però…
“Dottore!” urlò correndo fuori dalla stanza “Dottore, presto, venga! Il signore della stanza 103…!”
FINE
Note sparse dell’autrice- Come avrete capito, questa storia partecipa alla challenge
Cielo d’estate, indetta da Fanworld.it, set
Cielo Azzurro; nel capitolo ho usato il prompt
Desiderio avverato. Sì, il prompt si riferisce sia al desiderio della madre, che sperava che i figli non la odiassero, sia al desiderio che quella sera Andrea aveva espresso alla Stella Cadente.
Lo so che mi odiate e che volete sapere cosa è successo al padre di Andrea, se il desiderio di tutti si è realizzato, o se purtroppo l’uomo non ce l’ha fatta. La verità? Non lo so neanche io! XD All’inizio avevo pensato di non realizzare quel desiderio, ma poi mi sono affezionata al poveretto, e soprattutto non volevo creare una storia completamente angst in pieno agosto, così ho lasciato un finale aperto, cui tutti possono dare l’interpretazione che preferiscono.
- Lo so che ultimamente sono un po’ in fisa con l’astronomia. Credetemi, non è colpa mia; sono i personaggi che lo vogliono! O_O Certo, ammetto che la visione di
Sora no manimani aiuta, eh! XD In realtà, mi piaceva l’idea che, alla fine, l’incidente del signor Giustavo portasse solo disgrazie, ma ho voluto trovarci qualche “lato positivo”, diciamo. E poi, a furia di guardare il cielo, non si può non amarlo, anche se non tutti i desideri che gli chiediamo si realizzano! <3 alcuni potrebbero obiettare che, dopo tutte le volte che era rimasto deluso, Andrea avrebbe dovuto odiare le stelle. In verità, è vero, ma tenete conto che alcuni desideri del piccolo si sono realizzati e a quell’età non è facile capire che ci sono diverse tipologie di desideri, alcuni facilmente realizzabili anche senza l’aiuto delle stelle, altri quasi impossibili. E poi, con tutti i desideri che erano stati realizzati, per forza doveva crederci!
- Ad Anna la donna aveva rivelato le dinamiche dell’incidente molto prima, proprio perché più grande, ma anche lei, come avrete intuito, non ha mai ritenuto responsabile sua madre dell’incidente.
- La storia dei fratelli che poi si cercheranno una volta cresciuti, anche se si pestano, me l’ha detta più di una persona. Sarà vera? Io e mia sorella poco ci crediamo…
- Bene, e con questa credo di aver detto tutto. o.o come sempre, commenti, critiche, secchi d’acqua gelata (*_*) non possono che farmi immensamente piacere.
Alla prossima!